A TOKYO CON RIKA

La squisita gentilezza giapponese

Per il primo giorno a Tokyo avevo preso un appuntamento con una guida che parla italiano. Secondo l’accordo io avrei usufruito gratuitamente del servizio, ma avrei dovuto pagarle i pasti, gli spostamenti e gli eventuali biglietti di ingresso. Rika, una cinquantenne esile ed elegante, si è fatta trovare in hotel con molto anticipo. Dopo una mezz’oretta mi ha già regalato un pacco di biscotti e un quaderno con la copertina a fiori su cui aveva elencato con molta cura una serie di attrazioni e ristoranti consigliati.
Prima di tutto mi porta al mercato del pesce di Tsukiji, che in realtà è stato trasferito e adesso sono rimaste solo le bancarelle all’aperto. Qui troviamo prodotti gastronomici quali ad esempio angurie che costano 50 euro, ricci di mare enormi, cialde a forma di tonno ripiene di pasta dolce di fagioli azuki, infinite varietà di pesce fresco e pesce essiccato, alghe, carne di Kobe, gelati al gusto di tè verde matcha ecc. Il problema con Rika è che se le chiedo cosa sia quel cibo esposto lei me lo compra e infatti io a un certo punto non le ho chiesto più niente per paura che entrasse nel negozio a comprarlo.
Poi andiamo a visitare il santuario Nezu, uno dei più antichi luoghi sacri della città, situato nel tranquillo quartiere di Bunkyō. Una delle sue più famose caratteristiche è il percorso di torii rossi, una specie di tunnel molto scenografico e tipicamente giapponese che secondo la tradizione shintoista separa la zona profana da quella sacra di un tempio. Essendo la prima volta che visito un tempio shintoista devo capire ancora bene come funziona la ritualità di questa antichissima religione. Rika mi spiega che prima di accedere all’altare bisogna lavarsi le mani e la bocca presso queste vasche usando un mestolo di bambù, e poi che alle divinità shintoiste si scrivono delle preghiere o desideri su tavolette di legno che poi vengono appese tutte insieme intanto che gli dei si decidano a farli avverare.
Nella metropolitana molte persone leggono dei libri, ma la cosa strana è che tutti i libri sono foderati con delle copertine di carta, così nessuno può capire che libro stai leggendo, e quando ho detto questo fatto a Rika si è messa la mano sulla bocca ed è arrossita.
Per pranzo la mia guida ha deciso di andare a mangiare un piatto di soba, ossia tagliolini di grano saraceno, in un ristorante tradizionale con i tavoli bassi, dove notoriamente a noi occidentali si addormentano le gambe. Rika mi dice che in Giappone i ristoranti quasi sempre sono specializzati in un solo piatto. Lei prende solo un minuscolo gelato e non vuole nemmeno che le sia pagato, e anche per i biglietti della metropolitana bisogna quasi litigare per pagarglieli secondo gli accordi preliminari.

L’ultima tappa è Yanaka, un quartiere risparmiato dai bombardamenti e quindi più tradizionale, tra l’altro con immensi grovigli di cavi elettrici, dove è presente un cimitero molto antico. Nel frattempo ha smesso di piovere e Rika, prima di salutarmi per sempre, mi vuole a tutti i costi regalare il suo ombrello, e questo è davvero troppo e quindi sono molto sollevata quando lei se ne va per la sua strada.

In Giappone gli ombrelli per la pioggia sono tutti di plastica trasparente, una cosa molto intelligente perché così si vede bene dove vai anche se lo tieni molto calcato sulla testa. L’unico problema è che sono tutti uguali e hanno dovuto inventare una specie di molletta colorata che ti permette di riconoscere il tuo nel mucchio che a volte si crea fuori dalle attività commerciali.
Gli ombrelli da sole invece sono di tanti colori diversi, però se ti sbagli e li usi per la pioggia non funzionano.


ALTRA ASIA ORIENTALE

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