Un equo scambio in una locanda giapponese
L’isola di Miyajima si trova nella baia di Hiroshima ed è celebre per il fotogenico torii costruito nell’acqua. Molti la visitano in giornata, ma vale la pena passarci una notte per apprezzarne la tranquillità dopo che gli altri turisti se ne sono andati. Oltre al torii, che a seconda della marea sembra galleggiare sul mare oppure si può raggiungere a piedi, sull’isola sono presenti altri edifici religiosi. Inoltre Miyajima è famosa per la fioritura primaverile dei ciliegi, per il foliage autunnale degli aceri e per le ostriche allevate nel Mare Interno, tutte attrazioni purtroppo non apprezzabili nella stagione estiva.
Nonostante queste regioni siano conosciute per i livelli relativamente bassi di pioggia, arrivo a Miyajima sotto un temporale torrenziale: avendo sbagliato strada, sono arrivata completamente zuppa nel ryokan prenotato. Con questo termine si fa riferimento alle locande tradizionali giapponesi, dotate di pavimenti di legno lucido, leggerissime porte scorrevoli, armadi a muro che contengono futon, cuscini e coperte. Questi bassi materassini, al momento della nanna, vengono poggiati sul pavimento, o meglio sui tatami di paglia intrecciata (il cui odore pungente mi perseguita ancora adesso che ne scrivo).


Per la cena era previsto un raffinato pasto in stile kaiseki, un menu di “alta cucina” che prevede tante minuscole portate a base di ingredienti locali, preparate con l’intento di soddisfare non solo il palato ma anche gli occhi: due pezzettini di filetto di manzo cotti su una piastra bombata, delle verdure in tempura servite su un piattino di ceramica intrecciata, una zuppa di funghi in una ciotola smaltata a fiori, un piccolo trancio di pesce decorato con delle foglie eccetera.



A un certo punto sono uscita fuori dalla porta per fumare una sigaretta. Proprio sulla soglia si sono presentati dei teneri cerbiatti, che avevo già adocchiato in precedenza: la padrona di casa anzi era andata a dare loro degli avanzi di cibo. Stavo accarezzando uno di loro quando il suo muso si è avvicinato all’orlo del mio vestito e in un attimo ne ha preso un lembo tra i denti strappandone un bel pezzo. Io non ho avuto il tempo di interagire con l’animale in questione, che tra l’altro è sacro nella religione shintoista perché considerato messaggero degli dei. La titolare invece è rimasta così affranta dallo spiacevole episodio che mi ha chiesto scusa per tipo venticinque volte. Alla ventiseiesima le ho proposto un equo scambio: mi sarei portata a casa lo yukata completo di ciabatte, che era in dotazione nella camera. Solo così si è messa il cuore in pace.






