UN VIAGGIO IN CAPO AL MONDO

Un inverno estivo in Sudafrica

Sicuramente ne verrò a capo

C’erano venti esseri umani di nazionalità italiana di fronte all’ufficio di cambio dell’aeroporto di Johannesburg, la mattina della Vigilia di Natale. Alcuni erano curiosi di osservare la fauna e la flora che fanno del Sudafrica uno degli Stati più ricchi di biodiversità del pianeta. Altri erano lì per approfondire la conoscenza delle diverse etnie che popolano la Nazione Arcobaleno. C’era chi voleva praticare surf tra le famosissime onde oceaniche, o addirittura buttarsi con il bungee jumping da qualche ponte altissimo. Molti speravano di andare in spiaggia almeno una volta. Non mancavano i partecipanti che avevano il sogno del Sudafrica da quando avevano visto Invictus, né chi era stato segnato, più di quanto non volesse ammettere, dal film Lo squalo. Purtroppo non è escluso che qualcuno, come punto di riferimento morale, avesse De Sica e Panariello nel cinepanettone Natale in Sudafrica.

I partecipanti si erano distribuiti con infantile entusiasmo nelle vetture a noleggio. Poi si erano abbandonati alle sapienti mani degli autisti, che in pochi quarti d’ora si erano abituati alla guida a sinistra, seppur continuando per giorni ad azionare i tergicristalli invece delle frecce e – solo qualcuno – a grattare con il cambio mancino.

All’imbrunire eravamo a Sabie, una “destinazione turistica tranquilla e malaria-free” nel Mpumalanga. Dopo cena raggiungemmo il bar più vicino, dove la clientela era esclusivamente composta da bianchi, la maggior parte dei quali fortemente sovrappeso, per non dire obesi. Facemmo facilmente amicizia con gli avventori presenti, che ci introdussero subito alle usanze locali: giocare a biliardo, sbronzarsi e ballare male. Quando il dj mise su “Scatterlings of Africa” dello “Zulu bianco” Johnny Clegg, un cliente scamiciato glielo fece togliere, probabilmente non condividendo le tematiche antirazziste che al musicista sudafricano valsero la censura negli anni ottanta. Lo spirito natalizio, a quanto pare, non aveva fatto breccia nel cuore del nostro nuovo amico.

Eravamo lì per visitare il Blyde River Canyon, il terzo al mondo per profondità, ma l’unico ricoperto di vegetazione. Approfittando della festività natalizia, tanti sudafricani neri avevano deciso di trascorrere una giornata all’aperto come noi: stavano sull’orlo dei precipizi a farsi fotografare con il panorama, percorrevano in comitive vocianti i sentieri nella foresta, mettevano i piedi nel fiume schizzandosi tra loro, scendevano festosamente dalle auto e dai pulmini muovendosi al suono della musica che proveniva dalle autoradio, nei bar dotati di amplificatori enormi ballavano bevendo la birra, mentre in grandi spiazzi tra gli alberi preparavano enormi barbecue (braai, lo chiamano in afrikaans). Tutti ci salutavano con affabilità e con un sorriso ci chiedevano come stessimo.

Dopo il tramonto arrivammo presso un’amena guesthouse di Phalaborwa, la “città delle due estati”. In quest’area del Sudafrica gli alloggi erano quasi sempre gestiti da donne boere rigide come mazze di scopa e dalla pronuncia gutturale gracchiante. Queste due sorelle vedove anticomuniste se la cavarono egregiamente con la cena, ma alla fine, dopo il gelato, gli facemmo fuori tutti i superalcolici nascosti nella credenza, così imparavano a dire che i neri non hanno voglia di fare niente e che si stava molto meglio prima che quel terrorista di Mandela fosse liberato. A loro merito però va detto che – constatato quanto ci fosse piaciuto l’Amarula, la risposta locale al Baileys – ce ne misero una bustina ciascuno nel cestino per il pranzo.
A quanto pare, vent’anni dopo il crollo dell’Apartheid, la minoranza bianca conservava il monopolio della terra e della ricchezza, ma covava un certo risentimento.

Da un capo all’altro del Kruger Park

Attenendoci ad un regolamento molto rigido, effettuammo i game drive nel Parco Kruger nella nostra auto a noleggio. Il safari iniziò molto presto sotto un diluvio poco promettente, ma la scena madre non tardò ad arrivare: in lontananza, vicino ad una pozza, una carcassa di elefante veniva divorata dalle iene; tutto intorno gli avvoltoi aspettavano impettiti il loro turno. Dopo questo banchetto disgustoso, nondimeno morbosamente osservato col binocolo, l’ottimismo si impennò improvvisamente, ma purtroppo tutte le altre aspettative furono frustrate: nessun sinuoso leopardo sul ramo di acacia, nessun leone famelico che sbrana una gazzella e nemmeno un possente branco di centinaia di erbivori.
Durante l’estate australe infatti fa così caldo che difficilmente i big five lasciano i loro ombrosi rifugi, mentre la vegetazione è così rigogliosa che è facile scambiare un ramo per un ghepardo.

Poiché nei camp del parco non c’era posto a causa dell’altissima stagione, dormimmo per due notti ad Hazyview, nell’ostello di Adrian, un giovanotto pallido, magro e iperattivo, figlio di una coppia di inglesi che poco prima della sua nascita decise di impacchettare tutto e trasferirsi qui. Nei numeri al bancone del bar e nelle selezioni musicali se la cavava bene, invece per quanto riguarda la cucina era proprio negato. Adrian sarebbe stato anche un tipo interessante da sobrio, ma purtroppo durante il giorno eravamo impegnati nel game drive e partivamo così presto che lui non aveva ancora smaltito la sbornia: dovemmo fidarci sulla parola.
L’ostello di Adrian colpì i partecipanti meno avventurosi, poco avvezzi a farsi la doccia in compagnia delle rane e ad attraversare corridoi pullulanti di insetti, ma si fece apprezzare per l’originalità degli ambienti, perfettamente inseriti nel bush circostante, e per il clima festoso che si respirava. Comunque consigliai ad Adrian, en passant, di comprare dei materassi nuovi.

Un elegante capo di Stato

Alla dogana di Oshoek c’era un’enorme parete color giallo limone con scritto “Welcome to the Kingdom of Swaziland” – il vecchio nome del Regno di eSwatini. Storte e non allineate, al muro erano appese tre foto incorniciate: una ritraeva il re – vestito con un pareo sulle tonalità del rosso annodato sulla spalla, una specie di bandana legata sul bicipite sinistro e una collana con due ciondoli -, l’altra la mamma del re quando era giovane – con una specie di scialle rigido bianco e nero e una fascia dorata in testa, ornata di piuma – e l’ultima il primo ministro – normale, con giacca e cravatta.
Le funzionarie doganali scoppiarono a ridere quando, rispondendo alla loro domanda, pronunciai il nome del parco dove stavamo andando “Miluein” invece di “Mhillihuane”. Continuarono a sbellicarsi anche mentre mi timbravano il passaporto. L’impiegata dell’attiguo ufficio del turismo, quando le domandai se il re fosse sposato, mi guardò perplessa rispondendo in un sussurro: «Ha quattordici mogli». Questa, a quanto mi risultava, era l’unica monarchia assoluta in tutto il continente africano.

In Swaziland c’era un nebbione pauroso mentre ci dirigevamo al Mlilwane Wildlife Sanctuary, la più antica area protetta del Paese. Il nostro alloggio era una tradizionale capanna zulu ad alveare, una delle quattordici messe in cerchio in una piazzola che ricordava i villaggi tradizionali. Mi aspettai da un momento all’altro la comparsa teatrale dello stregone che usciva dalla capanna più bella, pronto per un sacrificio rituale nel quale noi ospiti, in preda a qualche sostanza lisergica e alla musica ipnotica delle percussioni tribali, saremmo stati vittime. Ma tutto questo non accadde, anche perché nella finta capanna zulu – dotata di elettricità – c’erano un letto con doppio materasso, una teiera e persino il bagno in muratura con l’acqua calda e l’asciugamano fresco di bucato.

Invece di procacciarci del cibo uccidendo facoceri e impala, andammo tranquillamente a cena all’Hyppo Haunt, il ristorante del parco, ubicato dentro ad una palafitta. L’unica difficoltà fu camminare al buio sotto la pioggia scrosciante, ma non fu insormontabile. Ciò che ci preoccupava maggiormente è come sarebbe stato il tempo l’indomani, per cui chiedemmo agli indigeni se la pioggia sarebbe proseguita, come se loro lo potessero sapere. Alzarono le spalle, infatti.
Il giorno dopo, grazie ai riti propiziatori a base di birra Black Label, splendeva il sole. La luce era magnifica per fotografare le zebre, gli gnu e i facoceri che brucavano nel verde brillante.

Senza capo né coda

Il Kwazulu-Natal nacque dall’unificazione della provincia di Natal con la Terra degli Zulu: nel periodo dell’Apartheid era una cosiddetta “homeland“, dove trasferirono forzatamente una grande percentuale di neri nativi.
Gli Zulu avevano un loro re, King Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, molto rispettato e amato, dotato di numerosi completini di leopardo e diademi di piume di struzzo. Egli teneva ancora vive le vecchie tradizioni, come la “danza delle canne”, una specie di gara di bellezza per vergini, tra le quali un tempo il re sceglieva la nuova moglie annuale. Col tempo non era più la solidità di una canna a comprovare l’illibatezza della fanciulla, bensì un più affidabile certificato medico – e comunque King Goodwill aveva già sei mogli e per il momento diceva di stare a posto.

In una guesthouse alle porte dell’Hluhluwe-Umfolozi Park ci attendeva il solito personale femminile afrikaner che si sforzava inutilmente di essere cordiale. Gli arredi e la struttura erano di una raffinatezza coloniale: di gran pregio la tipica sala con gli animali della savana imbalsamati.
Un pick-up ci portò in un bar periferico, dove gli avventori erano tutti di colore. Un’eccentrica regina della notte ci diede il benvenuto e i corpulenti proprietari ci mostrarono la nuova ala in costruzione. I clienti bevevano birra e giocavano a biliardo con la musica spaccatimpani, ma non c’era niente da temere: un cartello all’ingresso segnalava il divieto di introdurre armi nel locale. Il Paese era profondamente militarizzato: l’incapacità dello Stato democratico di garantire l’ordine lo avrebbe consegnato a una violenza sempre più endemica.

Per raggiungere il parco Hluhluwe-Imfolozi, fu meglio chiedere semplicemente per il “park“, tanto era impossibile pronunciare il nome corretto a causa delle ostiche “consonanti clic”. Lì il contatto con la natura era molto più diretto rispetto al Kruger: le colline erano ammantate di un verde brillante e le casette cilindriche color pastello erano sormontate da tetti di paglia. Tuttavia, come avevamo imparato, la bellezza del paesaggio era inversamente proporzionale al numero di animali avvistabili. In ogni caso, ci eravamo stancati la vista con questa vegetazione molto fitta della stagione delle piogge.

Eravamo tutti eccitati perché finalmente avremmo toccato l’Oceano Indiano in un posto esotico dal nome Cape Vidal. Bisognava fare la fila per entrare nell’iSimangaliso Wetland Park: ormai ne avevamo le tasche piene di impala e zebre e li guardammo di sfuggita, o addirittura con fastidio, perché per colpa loro dovevamo andare piano piano. Raggiungemmo la spiaggia in tempo per fare il bagno tra le terribili onde oceaniche.

La cittadina di St. Lucia si sviluppa intorno a McKenzie Street e occupa l’ultima ansa del fiume omonimo, emissario del lago più grande del Sudafrica. Ci andammo apposta per partecipare a una crociera: tutti quelli che c’erano andati – e anche loro stessi, naturalmente, gli organizzatori della Hippo & croc cruise – dicevano che la numerosissima popolazione di ippopotami e coccodrilli ci avrebbe meravigliato. Ora, di uccelli era pieno; di ippopotami ne vedemmo un’infinità (e roteavano le orecchie proprio come nei cartoni animati), ma di coccodrilli non ne avvistammo nemmeno uno.

Siamo giunti al capolinea

Arrivammo a Durban con sei giorni di ritardo per festeggiare il cinquecentoquattordicesimo anniversario dell’approdo di Vasco da Gama. Il poco fantasioso navigatore portoghese infatti chiamò questa regione Natal perché vi giunse il 25 dicembre 1497.
In questa enorme città costiera non concludemmo granché. Chiunque incontravamo non faceva altro che ripetere quanto fosse pericolosa, inoltre bisognava lavare le auto, cercare un parcheggio custodito e farsi dare i posti letto dalle signorine del Banana Backpackers. Oltretutto diluviava.
Ci accomodammo in un ristorante indiano-musulmano con i poster della Mecca, dove quasi tutti uscirono con la bocca ustionata dalle spezie piccanti. A Durban c’era la più grande concentrazione di indiani di tutto il Paese, discendenti di quelli immigrati qui a metà Ottocento per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Per questo lavoro non hanno mai avuto il fisico – e infatti oggi si occupano di tutt’altro. Gandhi, che ci visse per una ventina d’anni, lo aveva già capito, infatti non lavorava nelle piantagioni, ma si occupava di diritti civili.

Capodanno in spiaggia

I neri amano la spiaggia. Si rotolano nella sabbia in biancheria intima, corrono in giro e giocano a calcio e ballano e cantano e sguazzano tra le onde. Quando vedi quanto i neri amino la spiaggia ti domandi perché ci vanno soltanto una volta all’anno – il primo dell’anno. Scendono sulle spiagge a centinaia e migliaia da tutto il Paese in minibus, autobus e vecchie Toyota Cressida. I bianchi lo sanno benissimo e questo è il motivo per cui non vedrai mai un bianco in spiaggia il primo dell’anno.
Simon Kilpatrick, The racist guide to the people of South Africa

Quando arrivammo a Port Elizabeth la trovammo apparentemente deserta. Capimmo dove stavano accatastati i settecentomila abitanti quando ci avvicinammo alla costa: un indescrivibile ammasso di gente variopinta riempiva la strada, la spiaggia e lo strand erboso.
La sabbia turbinava e il mare era in tempesta: non a caso Port Elizabeth è soprannominata “the windy town“.
A Cape Recife ci fermammo di fronte al promontorio sabbioso: stupiti dell’inusuale ritardo con cui si presentò il tramonto, ci rendemmo conto di quanta strada avessimo percorso in una sola settimana.

In quel mentre due omoni attaccarono bottone, offrendoci un po’ delle loro bistecchine avanzate dal braai. «Il problema più grave del Sudafrica» mi disse uno di loro dopo il primo brindisi «sono gli stupri». Io lo guardai sconcertata. «Ma non stavamo parlando di alimentazione a base di carne?» «Appunto» rispose lui, accarezzandosi la pancia, piuttosto appariscente anche se spalmata su più di un metro e novanta d’altezza. «Tocca» mi fece, «con la pancia così dura e compatta che abbiamo noi, nessuna ragazza stuprata riesce a divincolarsi. Mica come voi, mangiaspaghetti!»
Saranno stati i bicchieri di vino Sweet Rosé che continuava a servirsi da un cartone munito di rubinetto, o magari il liquore al cioccolato che avevano tirato fuori dall’auto, ma l’uomo col cappello da baseball andò avanti impavido. «E sai anche che noi abbiamo la più alta percentuale mondiale di contagi da HIV? Vuoi sapere il motivo? Perché noi amiamo il sesso! Noi lo facciamo anche tre volte al giorno! Noi sudafricani siamo così…» e ci offrì ancora dell’insalata di patate e delle costolette e poi pretese un’ultima foto ricordo col cognato e sua moglie, anche loro evidentemente grandi mangiatori di carne alla brace. E finalmente riuscimmo a divincolarci dai loro abbracci e inviti a dormire a casa loro, e ci chiudemmo in macchina mentre loro ci salutavano con le mani unte e il bicchiere in mano, noncuranti del vento gelido.

C’era poco da ridere: secondo una stima, circa mezzo milione di donne veniva stuprato ogni anno in Sudafrica, mentre la diffusione di HIV era la più elevata al mondo: i contagiati erano più di un quinto della popolazione adulta.
D’altra parte persino il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma – una specie di Berlusconi poligamo e un po’ abbronzato –, anni fa venne accusato dello stupro di una giovane militante sieropositiva. All’epoca rilasciò un’affermazione che lo rese famoso in tutto il mondo: disse che dopo il rapporto si era fatto una lunga doccia per evitare il contagio.
La parabola grottesca di Zuma avrebbe inaugurato la stagione della State Capture: un decennio di corruzione selvaggia e saccheggio delle aziende pubbliche che liquidò definitivamente l’autorità morale di Nelson Mandela.

Un capolavoro!

Poiché ci attendevano quattrocento chilometri di strada, partimmo prestissimo – nonostante il tentativo di boicottaggio da parte di un partecipante che, in perfetto stile afrikaner, monopolizzò il bagno per ventitré minuti.
Facemmo colazione a Jeffreys Bay, una delle prime cinque destinazioni al mondo preferite dagli amanti del surf, e poi ci dirigemmo al Parco nazionale Tsitsikamma, affacciato per ottanta chilometri di coste rocciose sul trionfante oceano spumoso.
Procedendo verso la provincia del Capo Occidentale, sulla strada incontrammo il ponte sul fiume Bloukrans, da dove si poteva effettuare il bungee jumping più elevato del mondo, ma nessuno dei partecipanti potè dimostrare il suo effettivo coraggio, poiché per compiere il salto era necessario prenotare con largo anticipo.

Arrivammo a Knysna all’ora migliore: la laguna era blu e verde e le casette dai sobri color pastello sembravano tutte appena costruite. Erano tutti sul waterfront a bere l’aperitivo godendosi lo scintillio dell’acqua; benessere e rilassatezza pervadevano l’aria. Alcuni partecipanti decisero di fermarsi per cena, gli altri invece pensavano fosse un crimine percorrere al buio la Garden Route, una delle strade panoramiche più belle del mondo.

Punto e a capo

Per raggiungere la De Hoop Nature Reserve da Mosselbaai ci impiegammo un tempo infinito. A parte gli oltre sessanta chilometri di sterrato, sbagliammo strada, dovemmo tarare i navigatori, decifrare le inesattezze toponomastiche e infine aspettare due ore il nostro turno per issare l’auto sulla chiatta − trainata a forza di braccia robuste − che ci traghettò sull’altra sponda del fiume Breede.
Lo scenario però era spettacolare: colline a perdita d’occhio, covoni di paglia, struzzi e nuvole bianchissime. Anche il parco vero e proprio presentava il suo fascino, con le gigantesche dune bianche che proteggevano le ampie spiagge di sabbia chiara e le rientranze rocciose frequentate dalle beccacce di mare.

Cape Agulhas (Capo degli aghi) costituisce l’estremità più meridionale del continente africano ed è segnalato da un faro a strisce bianche e rosse. Un piccolo monumento chiarì che quello a destra era l’oceano Atlantico (freccia) e quello a sinistra l’oceano Indiano (freccia), perché a vederli così sembravano lo stesso oceano: le rocce brulle sembravano tutte uguali e le onde non davano l’impressione di provenire da direzioni diverse. In realtà, le correnti sotterranee – scontrandosi – fanno di tutto per dar vita a tremende tempeste.
Verso le otto il cielo diventò completamente giallo, i gabbiani urlavano come forsennati e le temperature precipitarono.

Un lieve capogiro

Dopo aver fatto visita alla colonia di pinguini africani di Betty’s Bay, ci dirigemmo verso le Winelands, una zona agricola di colline ai piedi di una maestosa catena montuosa. Gli amanti del vino devono ringraziare le guerre di religione che nel 1600 dilaniarono la Francia: gli ugonotti, per sfuggire alle persecuzioni, su suggerimento dei colleghi olandesi scelsero questo angolo del Sudafrica come loro nuova dimora. Qui si sentirono subito a casa grazie al clima che si prestava alla coltivazione delle vigne, e trasferirono prontamente altre usanze e tradizioni, come la festa per la presa della Bastiglia.
Le località più turistiche, Stellenbosch e Franschhoek, erano circondate da numerose splendide tenute vinicole. La pittoresca Neethlingshof Wine Estate era contraddistinta da un viale di pini mozzafiato all’ingresso e da un maniero bianchissimo. I generosi calici di merlot e di pinotage bevuti durante la degustazione contribuirono non poco a dipingere le mie sensazioni di sfumature particolarmente fiabesche. Quel benessere custodiva il nucleo originario del potere economico afrikaner: un’enclave di opulenza eurocentrica impermeabile al rimescolamento sociale della democrazia.

Capo tempestoso

E per cavalcare lo Capo de Bona Speranza stessemo sovra questo capo nove settimane con le vele ammainate per lo vento occidentale e maestrale per prora e con fortuna grandissima; il qual capo sta de latitudine in trentaquattro gradi e mezzo e mille e seicento leghe lungi dal capo di Malacca, ed è lo maggiore e più pericoloso capo [che] sia nel mondo.
Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo

La Penisola del Capo rappresenta il braccio occidentale di quell’estesa tenaglia che è la False Bay. Questa spettacolare lingua di terra rocciosa si estende a sud di Città del Capo fino all’estremità sud-occidentale del continente africano, dove si trovano il Capo di Buona Speranza e Cape Point. Nell’attraversarla tutta partendo dal centro città, costeggiati i cucuzzoli noti come i “dodici apostoli”, a un certo punto imboccammo la straordinaria strada panoramica atlantica di Chapman’s Peak Drive, scenario ideale per la pubblicità di un’auto veloce.

Sulla via del ritorno dal Cape of Good Hope ci fermammo a Boulders Beach, una spiaggia chiara con grossi massi di granito tondeggianti e mare turchese, per fare visita ad un’altra colonia di pinguini: mi appassionai alle vicende di quelli che covavano le uova, circondati da maldestri compagni che gli trotterellavano intorno cercando inutilmente di essere d’aiuto.
A Muizenberg ci attendevano le scenografiche cabine colorate che occupavano un breve tratto di spiaggia.

All’altro capo del mondo

.. è più facile avere a che fare con le persone quando sono rinchiuse in scatole.
Simon Kilpatrick, The racist guide to the people of South Africa

Dall’alto della Table Mountain osservammo la straordinaria conformazione di Città del Capo, che si estende tutto intorno alla Signal Hill, una verde collina con una cima appuntita.

Sull’oceano, a sud del Waterfront, si allineano delle sconfinate spiagge: i massicci montuosi le proteggono dai forti venti di sud-est, noti localmente come il “Cape Doctor” che cura l’inquinamento.
Erano bianchi i vip e le modelle che affollavano le spiagge numero uno e due di Clifton, i gay e le lesbiche della spiaggia numero tre e le famiglie stanziate nella numero quattro. Erano bianchi anche i clienti dei bar lungo la Camps Bay – che mangiavano il sushi e bevevano i cocktail ascoltando musica lounge – e i frequentatori dei club; quelli che andavano a correre sul lungomare con minuscole tutine o calzoncini attillati e quelli che avevano fatto costruire ascensori per collegare il piano di sopra con quello di sotto delle loro abitazioni affacciate sull’oceano: quasi tutti avevano dotato i muri di cinta delle loro villette all’europea di fili elettrificati e sofisticati impianti di allarme, sottoscrivendo un contratto con la vigilanza privata, a giudicare dai cartelli che promettevano – nero su bianco – una risposta armata in caso di intrusioni («Siete state avvertiti»).

I “non bianchi” abitavano invece prevalentemente nei quartieri densamente popolati conosciuti come Cape Flats, che si trovano su una vasta area pianeggiante a sud-est della città. La loro origine risale agli anni cinquanta, quando furono create dal governo le famigerate township, luoghi di reinsediamento forzato per la popolazione nera, coloured e asiatica espulsa dalle aree centrali di Cape Town. Progettate come dormitori per la manodopera a basso costo, avevano pochissimi servizi essenziali ed erano separate dalle zone ricche da barriere fisiche o zone vuote, per facilitare il controllo militare. Le Cape Flats nel tempo hanno continuato a espandersi.
L’unico aspetto positivo per i “non bianchi” era che l’acqua della False Bay – sulle cui coste sabbiose si affacciano i loro quartieri – era più calda di circa dieci gradi rispetto all’oceano e potevano farsi il bagno, cosa che a Clifton e Camps Bay era praticamente impossibile.

Il mondo capovolto

Well Jo’anna she runs a country / She runs in Durban and the Transvaal / She makes a few of her people happy oh / She don’t care about the rest at all / She’s got a system they call apartheid / It keeps a brother in a subjection / But maybe pressure can make Jo’anna see / How everybody could live as one.
Eddy Grant, “Gimme hope Jo’anna”

Johannesburg non aveva una buona fama. Solitamente, nonostante fosse la città più grande del Sudafrica, non veniva inserita nei circuiti turistici classici, perché – a parte la scarsità di attrattive – era considerata una delle città più pericolose del mondo. Avendo alcune ore a disposizione prima del volo, affittammo un pulmino con autista per un breve tour.

Passammo davanti allo stadio Soccer Club – rosso mosaicato anni ottanta, poi restaurato per i mondiali – e arrivammo a Soweto. Vedemmo tutto veloce dietro alle gocce di pioggia che scivolavano sui vetri del minibus: il monumento ad Hector Pieterson – il ragazzo simbolo degli scontri del ’76 –, le case dell’arcivescovo Desmond Tutu e di Mandela una di fronte all’altra, il ristorante di Winnie Mandela, le bancarelle, i negozi di artigianato e i bed & breakfast di quella zona di Orlando riqualificata. Osservammo le baraccopoli di lamiera a perdita d’occhio: l’autista ci disse di non fotografare la miseria.

Infine attraversammo il centro, il temibile downtown. I bianchi erano andati ad abitare in periferia, in graziose villette protette dal filo elettrificato, e il centro era rimasto in mano ai neri: l’autista affermò che se uno di noi fosse sceso dall’autobus, dopo al massimo cinque minuti qualcuno lo avrebbe rapinato. Per quanto certe affermazioni ci sembrassero un tantino esagerate, nessuno se la sentì di fare la prova.
Di fronte alla gigantesca sede centrale della Standard Bank scendemmo nei sotterranei a vedere uno scorcio di ex miniera d’oro, dietro il vetro. Ma era inutile cercare un posto per mangiare: dovemmo pazientare e fermarci al solito fast food Wimpy del benzinaio.
Nel tragitto vedemmo le Orlando Towers – «Alla vostra sinistra, quelle enormi torri di cemento, che facevano parte della centrale elettrica dismessa, oggi sfoggiano bei colori e sono usate per farci il bungee jumping» – e il Baragwanath Hospital – «Il più grande ospedale del mondo: dislocato in più di quattrocento edifici, dispone di uno staff di circa cinquemila persone, tutta un’ala è dedicata alla cura dei malati di AIDS». Un manifesto pubblicitario affisso sul muro di recinzione invitava gli uomini a farsi circoncidere.

Il museo dell’Apartheid era situato accanto al parco tematico Gold Reef City, sul sito di un’ex miniera d’oro. Tutto ciò aveva un senso: non solo Johannesburg è praticamente nata con la scoperta dei giacimenti di oro, ma la segregazione stessa probabilmente non avrebbe avuto motivo di esistere senza quel pazzesco miscuglio di razze che si insediò qui dalla fine dell’Ottocento – chi per arricchirsi, chi per spezzarsi la schiena e ammalarsi ai polmoni.
Nel museo dell’Apartheid ci diedero un biglietto che ci definiva White o Non-White, a caso. Durante il regime di segregazione la vita dipendeva da ciò che era scritto nella carta d’identità: quali scuole si potevano frequentare, se si poteve usare l’ascensore oppure fare le scale a piedi, in quali bar si potevano frequentare; se comandavi o subivi.

Dopo diciassette giorni di viaggio, mi sembrò che le barriere di classe non fossero affatto mutate. Quasi vent’anni dopo la fine dell’Apartheid, la maggioranza della popolazione nera viveva ancora nelle enormi e svantaggiate township periferiche, mentre i quartieri ricchi e i centri finanziari rimanevano prevalentemente bianchi o accessibili solo alla nuova élite benestante.
Del resto, il coefficiente di Gini posizionava il Sudafrica saldamente al primo posto globale per disparità economica: un record che sarebbe rimasto imbattuto anche negli anni successivi.


ALTRA AFRICA

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