Il primo appuntamento con la Turchia


A zero gradi sul ponte di Galata
Era già da un po’ che ci giravo intorno. Cinque anni prima, a nord di Aleppo, l’autista del minibus mi aveva indicato: «Vedi, lì dietro c’è la Turchia», mentre all’autoradio agganciavamo i suoi programmi musicali. L’anno seguente, in Georgia, si percepiva nettamente il profumo di kebab nei locali di Batumi affacciati sul Mar Nero. Pochi giorni dopo, in Armenia, apparve in lontananza la cima del Monte Ararat – situato in territorio turco – e il mio compagno di viaggio mi disse che il lato visibile da lì era il più bello.
Durante il mio primo volo per Istanbul, appiccicai il più possibile il naso al finestrino. Superato l’Adriatico, sorvolammo l’Albania, poi comparvero delle montagne innevate ed entrammo nel cielo macedone all’altezza dei laghi di Prespa e Ohrid. Dopo la costa greca iniziò la cerimonia dell’atterraggio, il Mare di Marmara fece capolino tra le nuvole e finalmente arrivammo all’aeroporto di Atatürk. L’Europa era quasi finita.


Non avevo mai pensato che Istanbul potesse essere così gelida. Non immaginavo i celebri gabbiani urlare impazziti in un vento tanto umido, né i pescatori a zero gradi sul ponte di Galata, intabarrati nelle cerate. E questo nonostante ciò che cantava Piero Pelù negli anni Ottanta, e nonostante avessi visto il film Uzak.
La conoscevo come meta amata dagli orientalisti ottocenteschi e come scenario dei registi innamorati del Corno d’Oro: mi sembrava torbida negli harem peccaminosi e negli hamam frequentati da Alessandro Gassman. Tutti consigliavano di perdersi nelle sue strade: un giorno ne avrei capito la ragione.



Sulla torre di Galata mi si ghiacciarono le mani mentre fotografavo le moschee con le cupole cicciottelle, i minareti sottilissimi, i ponti e i tetti innevati. Poi attraversai in taxi uno di quei ponti, inaugurando la classica tradizione locale: farsi truffare dal tassista.
Scesi nel nucleo bizantino, di fronte alla moschea nuova. Il bazar delle spezie, per essere uno storico mercato di epoca ottomana, era molto ordinato e nessuno gridava. Niente a che vedere con gli affollati suq del Nord Africa e del Medio Oriente, dove ci si poteva perdere tra gli oggetti impolverati inebriati dall’odore di cumino e cuoio. Sull’uscio delle botteghe mi offrirono i lokum, dolci cubetti gommosi che non mi piacquero molto.
Non vidi nessun epocale tramonto sullo stretto: le nuvole e la pioggia non lo permisero. Ma all’improvviso si accesero le luci e un ponte cominciò a colorarsi di fucsia, blu e verde.
Un vento polare mi sferzò sulla İstiklal Caddesi, fino a piazza Taksim. Non era un caso che tutti i poliziotti, rannicchiati nei giacconi blu scuro, stazionassero sul lato protetto del Monumento della Repubblica, insieme a due bronzei generali dell’Armata Rossa. Dall’altra parte, indomiti, a favore di vento, Atatürk in divisa e i suoi soldati erano pronti alla battaglia contro antichi invasori. A parte questo, la piazza era deserta: «Nessuno ha il coraggio di manifestare in inverno», mi aveva detto il receptionist dell’hotel.
Invertii la marcia fino a un budello di vie dove comparvero dei bar tutti uguali: piccoli, bui e pieni di fumo. Un piccolo palco ospitava un chitarrista; mi sedetti a uno dei tavolini, ma non mi riscaldai affatto. A cena ordinai diversi meze, gli stessi antipasti mediterranei che avevo mangiato in Siria.




La mattina per fortuna non nevicava, diluviava soltanto mentre raggiungevo la Moschea Blu. Un gigantesco e morbido tappeto decorato a fiori accolse i miei piedi congelati; su di me incombevano colossali lampadari. Di fronte, nella foschia e dietro gli alberi spogli, si materializzò la basilica di Santa Sofia, che era ancora un museo.
Nella Cisterna Basilica tutte le colonne in fila, illuminate fiocamente di giallo, si specchiavano nell’acqua: in un angolo mi invitarono a farmi fotografare su un divano rosso, a soli cinque euro, travestita da odalisca. Passeggiando per la città, mi chiesi come mai avessero disegnato col pennarello la barba e i baffi ai manichini di abiti per bambini.
Prima di lasciare Istanbul mangiai un kebab, senza sapere che mi sarebbe stato servito a pranzo e a cena per i successivi cinque giorni.




La terra dei pistacchi
La Turchia non faceva parte dell’Unione Europea, ma ci sperava, e comunque già partecipava attivamente a numerosi progetti comunitari: ci ero andata proprio per quel motivo.
Istanbul, effettivamente, era stato solo un fugace scalo sulla via che mi portava nell’Anatolia sudorientale: atterrata a tarda ora a Gaziantep, ancora sessanta chilometri mi separavano da Kilis. Arrivata in città, scoprii con raccapriccio che era vietato bere alcolici in pubblico: nessun bar o ristorante, nemmeno quello dell’hotel, poteva vendere una birra.


Il giorno dopo, nel centro storico grossi stormi di uccelli neri solcavano le nuvole grigie mentre ci mostravano le antiche moschee ottomane giallastre, i bovindi in legno intarsiato e il cinquecentesco hamam in restauro. In un bar fumammo il nargilè e bevemmo il çay seduti su grandi cuscini colorati, mentre uno schermo trasmetteva in loop il video di un fuoco acceso: sul tavolo basso comparvero bellissime tazzine e zuccheriere di rame. La maggior parte del tempo, comunque, la trascorremmo a tavola: prima del kebab locale, bisognava farsi servire almeno dieci piatti diversi di meze con lo squisito pane piatto, per poi finire con un dolce di pistacchio, miele e pasta kataifi.



Dopo due giorni di questo regime alimentare, l’intero mio corpo trasudava effluvi ovini, finché non venni colpita da una provvidenziale gastroenterite. Tutto iniziò mentre tornavamo da Gaziantep, a tarda notte. Avevamo trascorso la serata all’ultimo piano di un hotel, in una saletta privata dove ci eravamo abbuffati di cibo pasteggiando a rakı. Nel momento in cui cominciai a vomitare, tutti dormivano profondamente. Nemmeno l’autista mostrò di accorgersi che avevo trascorso metà viaggio con la testa fuori dal finestrino dello scassato minibus, disseminando kebab e rakı nell’arida terra dei pistacchi.
Nonostante le apparenze, la causa del malore andava cercata nel freddo umido di Istanbul e solo in minima parte nello straordinario tour de force gastronomico a cui fummo sottoposti.



Un’idea di Gaziantep, comunque, ce l’eravamo fatta. La mattina dei soldati dorati ci avevano accolto dall’alto della kale, la cittadella, puntandoci il fucile contro. Nel bazar avevamo osservato i fabbri ramai e i calzolai al lavoro, le piramidi di spezie, i secchi di pistacchi e le ghirlande di peperoncini secchi. Eravamo rimasti molto colpiti dai venditori ambulanti che portavano vertiginose pile di ciambelle al sesamo in equilibrio sulla testa.
Dopo il pranzo abbondante eravamo andati al nuovissimo Museo Zeugma per vedere i mosaici messi in salvo prima dell’allagamento causato dalla diga. Ci eravamo soffermati più a lungo sul pezzo forte di questa collezione da primato mondiale: la cosiddetta “Giovane zingara”, famosa per lo sguardo penetrante, talmente enigmatico che secondo alcuni apparterrebbe invece ad Alessandro Magno.
Percorrendo le passerelle e affacciandoci dal secondo piano, avevamo lodato i resti delle sofisticate ville che sorgevano in questa ricca città romana, l’ultimo avamposto prima del deserto dei Parti. Coppie di sposi si aggiravano spaesate, mano nella mano, in questo inusuale set fotografico, in pose poco naturali tra mozziconi di colonne, antichi gabinetti e grandiose immagini di aridi panorami montani.




Al confine con la Siria
Fino a un secolo fa Kilis era inclusa nella provincia di Aleppo, da cui dista solo settanta chilometri. Nel 2010 aveva circa ottantamila abitanti, mentre all’epoca della mia visita ne aveva più del doppio, tutti provenienti dalla Siria come rifugiati. Il più vicino posto di frontiera, Öncüpınar, si trovava a due passi dalla città e in quel periodo era chiuso al transito.
Eravamo a un tiro di schioppo (è purtroppo il caso di dire) da un Paese in guerra e non lontanissimi da Kobane, la “roccaforte” del popolo curdo – come si erano affrettati a scrivere i giornali pochi giorni prima, quando era stata strappata ai militanti dell’ISIS. Il nostro Ministero degli Esteri sconsigliava i viaggi non strettamente necessari “soprattutto nelle aree a ridosso del confine con la Siria, dove oltre al possibile verificarsi di attentati terroristici permane altresì il rischio di sequestri”. Tuttavia, la nostra iniziale decisione di annullare la spedizione aveva fatto imbestialire il nostro anfitrione locale, Hussein, che aveva iniziato a inveire contro la Farnesina, il British Council e l’intero sistema dei governi e dei mass-media occidentali imperialisti, sostanzialmente intimandoci di partire.



Nel campo profughi di Kilis, uno dei venticinque allestiti dal governo lungo il confine, bambini e ragazzi frequentavano le scuole prefabbricate, mentre le madri eseguivano lavori di tessitura di tappeti o di composizione di mosaici. Queste strutture erano molto più moderne ed equipaggiate delle normali scuole pubbliche turche e non tutti accoglievano con favore la spesa di soldi pubblici per mantenere un numero così elevato di persone, nonostante le belle parole di cui sindaci e prefetti si riempirono la bocca nei vari incontri formali con la nostra delegazione. Pochi mesi più tardi, proprio nel giardino della scuola che ci aveva ospitato, sarebbe caduto un razzo proveniente dal confine siriano provocando una vittima. Avrei voluto vedere la faccia di Hussein quando aveva appreso la notizia.
La maggior parte dei rifugiati comunque non viveva nei campi: in quel caso, i bambini a scuola non ci andavano proprio. I profughi si trovavano in una condizione di asilo temporaneo che rendeva difficile la loro integrazione sociale: chi alloggiava nei campi non sapeva quando sarebbe uscito, gli altri invece spesso non potevano accedere ai servizi loro offerti a causa della burocrazia e dell’ostacolo linguistico. Atatürk, infatti, quando fondò la Repubblica, decise di adottare l’alfabeto latino invece di quello arabo.




La coda della Turchia
Appena scollino sopra Iskenderun, l’aria stagnante finisce e compare, mille metri più in basso, una terra nuova, la valle dell’Oronte, il fiume di Antiochia. Praterie, vento, campi di grano e greggi di capre bionde. Mosé dovette vedere qualcosa di simile affacciandosi sul Giordano al ritorno dall’Egitto. C’è, nell’aria, la stessa dolce rilassatezza di Mardin. È il mondo arabo che si avvicina. […] Anche i minareti sono diversi, privi del loro allarmante profilo missilistico. Sono più larghi, paciosi. Dicono che è per via dei terremoti, qui frequentissimi. Ma forse non è solo per questo.
Paolo Rumiz, Gerusalemme perduta
Per raggiungere Antakya dovemmo fare il giro largo, costeggiando il confine siriano in parte segnato dal fiume Karasu Çayı. La provincia dell’Hatay è una specie di coda che fuoriesce al centro del rettangolo turco; il versante sud-orientale confina con la Siria, di cui ha sempre fatto parte. Al termine del mandato francese passò alla Turchia, ma la Siria continua a rivendicarne la sovranità.

L’Hatay è sempre stata specializzata nell’accoglienza: se in quel periodo vi trovavano rifugio i siriani in fuga dalla guerra, nel primo secolo ospitava le prime comunità di cristiani perseguitati. Alla periferia di Antakya, ricavata in una grotta naturale sulla montagna della Croce, si trova la chiesa più antica del mondo. Ai tempi della provincia romana della Siria, Pietro e Paolo di Tarso celebravano qui le più antiche eucaristie del mondo e predicavano di fronte ai primi cristiani, magari seduti sullo stesso trono di pietra che toccavamo in quel momento.
Antiochia era una delle città più importanti del mondo antico, ma a causa di numerosi terremoti e incendi non sono rimaste molte tracce dei monumenti e dei templi del suo periodo d’oro. Ha però un museo archeologico famoso per i mosaici, che comunque mi persi perché ero impegnata a vomitare.


Dopo un rapido giro del centro storico, salimmo al primo piano di una pasticceria per assaporare il decantato künefe, un dolce a base di formaggio di capra. Mentre cedevo il mio manicaretto a un altro commensale, dalla finestra ritrovai inaspettatamente una mia vecchia conoscenza: il fiume Oronte, circondato da imponenti montagne. In realtà in Turchia lo chiamano Asi Nehri, ma non è altro che quel fiume che faceva girare le norie di Hama, in Siria, situata circa duecento chilometri più a sud. Il suo nome vuol dire “fiume ribelle” perché nella sua marcia dal Libano procede sempre verso nord, ma – arrivato qui – fa un’inversione a U e ridiscende per poi buttarsi nel Mar Mediterraneo in territorio turco. Mi fece una certa impressione trovarmi nella stessa regione che avevo visitato pochi anni prima, la regione degli stiliti e dei resti archeologici romani, e pensare che erano diventate zone irraggiungibili.


A Hidirbey troneggia un acero di circa millecinquecento anni con una circonferenza di venti metri. Secondo la leggenda venne fuori da un bastone puntato per terra da Mosè in persona: dentro al suo tronco c’è una cavità così grande che può ospitare anche cinque persone. La tappa successiva sarebbe dovuta essere l’unico villaggio armeno in Turchia, abitato dai discendenti di coloro i quali resistettero alle deportazioni e ai massacri del 1915. Tuttavia, poiché il guardiano della chiesa ci fece il bidone, ci fecero ripiegare su Harbiye. Qui, secondo la mitologia, Apollo cercò di sedurre Dafne, che preferì trasformarsi in alloro piuttosto che cedere alle sue voglie. Noi invece trascorremmo la maggior parte del tempo a farci derubare in un negozio di tessuti e di saponi all’alloro – ben diversi da quelli famosi di Aleppo – e a cercare di dire no all’ultimo kebab.


Così si concluse il mio primo appuntamento con la Turchia. Lasciarla, però, non fu semplice: lo sciopero dell’ENAC si intrecciò fatalmente con l’imponente nevicata, costringendomi a trascorrere un’altra notte a Istanbul. L’hotel era dotato della provvidenziale accoppiata hamam più sauna, con cui sciolsi le inevitabili tensioni causate dai cambi di programma e scaldai le membra infreddolite dal gelo di gennaio.