Il cuoco di Poznań
«Certo che i film polacchi sono tutti piuttosto cupi e drammatici…» dico a Monika. «Già, il fatto è che siamo la nazione con più traumi in assoluto» mi risponde, prima di scolarsi d’un fiato uno shot di vodka.
È stata lei, poco fa, a sedersi accanto a me al bancone di questo bar di Poznań. Abbiamo parlato di Łódź, famosa per la scuola di cinema dove hanno studiato Wajda e Kieślowski, e Monika mi ha raccontato l’intrigante storia della lettera Ł: «Oggi viene pronunciata come una W inglese, ma fino a pochi decenni fa aveva un suono completamente diverso. Nei vecchi film o in TV si sentiva ancora quella vecchia, stranissima L allungata». Mi ha spiegato che è stata la gente, nel tempo, a storpiarla.



«Durante la guerra abbiamo subito le perdite più gravi di tutta Europa: l’occupazione, lo sterminio degli ebrei, le città rase al suolo… traumi non elaborati che si trasmettono di generazione in generazione» continua Monika.
È nata pochi anni dopo la caduta del regime comunista ed è originaria di un villaggio a nord, vicino al confine tedesco.
«Io, poi, sono metà tedesca e metà ebrea» aggiunge. «Puoi capire il livello di complessità psicologica… in una sola persona convivono l’eredità dei carnefici e quella delle vittime».

Ecco l’ennesima conferma che nell’Europa centro-orientale la storia recente è ancora viva. Invece, secondo lei, Paesi come l’Italia e la Germania hanno semplicemente nascosto la propria colpa, archiviando il passato.
«Comunque abbiamo anche delle commedie» conclude. «Solo che il nostro umorismo è particolare, piuttosto truce. Non molti lo capiscono all’estero…»
Monika è titolare di un ristorante dal nome italiano, per fortuna non intitolato alla mafia come purtroppo a volte accade da queste parti. Prima di congedarsi, mi chiede alcune frasi in italiano per sorprendere il suo sous chef, Pasquale. Subito dopo raggiunge la sua giovanissima fidanzata – visibilmente indispettita per essere stata lasciata sola a lungo – e insieme se ne vanno mano nella mano.

Hanno proprio una fissazione questi polacchi per la cucina italiana. Il simbolo stesso di Poznań nasce da un pasticcio ai fornelli: la leggenda delle due caprette che spuntano ogni giorno a mezzogiorno dall’orologio del Municipio è praticamente la versione polacca della novella di Boccaccio “Chichibio e la gru”. Un cuoco che brucia l’arrosto del governatore e cerca di rimpiazzarlo rubando due capre, che però scappano sulla torre e iniziano a incornarsi davanti alla folla. In entrami i casi il capo perdona il sottoposto maldestro perché lo ha fatto sorridere.


L’indomani sera conosco Justyna, un’analista di dati che torna inevitabilmente sullo stesso tema: «Siamo sempre nella stessa scomoda situazione: da un lato la Germania, dall’altro la Russia». Critica l’eccessiva vicinanza mostrata per decenni dai politici tedeschi nei confronti del Cremlino e poi commenta: «Tutto questo per l’illusione che il commercio avrebbe garantito la pace. Comunque ora ne stanno pagando le conseguenze».
Il parco della Cittadella fu il luogo dell’ultima battaglia tra l’Armata Rossa e le truppe naziste che difendevano la città e oggi ospita cimiteri militari e musei di armamenti. In una radura c’è un’installazione che si intitola “Gli irriconoscibili” creata dall’artista Magdalena Abakanowicz nel 2002. Si tratta di più di cento statue di ghisa senza testa e senza braccia, alte oltre due metri, che camminano in diverse direzioni: in sintesi, l’individualità repressa in favore della massa. L’artista ha fatto esperienza in prima persona dell’occupazione, delle violenze e delle mutilazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche delle privazioni del totalitarismo sovietico. Gli stessi traumi non elaborati di cui parlava Justyna al bancone del bar.


Camminando tra questi colossi acefali, mi vengono in mente gli operai che marciavano nel ’56. A Poznań infatti ci fu il primo sciopero operaio contro il regime comunista, represso dai carri armati sovietici.
Nel museo dell’insurrezione ho visto il vecchio filmato dell’inaugurazione del Monumento alle vittime, che furono una cinquantina. In quell’occasione nel 1981 Lech Wałęsa, con i suoi baffi malandrini, tenne un famosissimo discorso davanti a una folla oceanica: «Questo monumento dimostra che non siamo una nazione che si arrende. Ricorda il sangue dei nostri padri e dei nostri fratelli, ma oggi ci dà anche la forza per camminare uniti verso il futuro, senza paura».


