On the road in Togo e Benin


I feticci di Lomé
All’alba la nostra spedizione di mosche bianche vagava nei paraggi dell’umida costa del Golfo di Guinea, dopo una notte trascorsa prima nello spartano aeroporto di Casablanca, poi nel poco accogliente aereo della Royal Air Maroc.
Consumata la colazione sotto una magnifica palma del viaggiatore, ci dirigemmo al mercato dei feticci vudù ad Akodessewa. La squallida location ci accolse con un fetore nauseabondo: riconobbi subito con raccapriccio delle teste di cane imbalsamate. Sui banchetti e sulle stuoie per terra erano ammassati ossa e crani di ogni genere di animale, teste o intere carcasse mummificate di scimmie, gatti, pipistrelli, topi, coccodrilli, serpenti, camaleonti e uccelli di ogni specie, pelli di diverse dimensioni tese ad essiccare.
Queste carogne rappresentano gli ingredienti con i quali i féticheurs predispongono i rituali vudù: sbriciolando parti di animale sapientemente selezionate ricavano l’ingrediente base per miracolose tisane o unguenti da strofinare sul paziente. Secondo questa antichissima religione, ogni infermità sia fisica sia morale può essere guarita in questo modo, basta saper scegliere bene quale animale triturare. Insomma, una rete sanitaria surrogata a basso costo di cui si serve l’ottanta per cento della popolazione togolese.


Successivamente ci portarono presso gli “uffici” dei guérisseur, i guaritori, per mostrarci i gri-gri: oggetti meno schifosi, utili a risolvere i piccoli problemi della vita di tutti i giorni. Il primo era un piccolo contenitore di legno, definito telefòn, dentro cui bisognava parlare elencando i vari mezzi di trasporto per cui invocavamo immunità durante il nostro viaggio, chiudendo subito dopo il tappo. Seguivano altri oggetti utili a far cadere ai propri piedi senza alcuno sforzo la persona amata, oppure a potenziare la virilità. Tutti questi talismani avevano dimensioni minime, adattissime al bagaglio a mano, e si potevano acquistare in loco.

Per raggiungere Vogan prendemmo confidenza con le famigerate strade togolesi, piene di carcasse di camion e auto abbandonate lungo la strada: un infausto avvertimento per noi stranieri (yovò) appena arrivati.
Al famoso mercato del venerdì – che però, a causa del Natale, quella settimana era stato anticipato al giovedì – i prodotti erano esposti sulla terra rossa e sotto enormi manghi e acacie. Lì mi feci una prima idea di ciò che si potesse trasportare sulla testa: banani pressoché interi, sacchi di carbone, stuoie arrotolate, vassoi pieni di piatti, bacinelle stracolme di buste, intere bancarelle di scarpe, smalti, detersivi, tessuti e decorazioni natalizie. Le donne, in questo esercizio di equilibrio, procedevano con un passo sinuoso e ancheggiante; alcune di quelle sedute indossavano un copricapo piatto a tesa molto larga, di paglia, che faceva ombra sugli abiti coloratissimi. Peccato che la maggior parte di loro non volesse essere fotografata oppure chiedesse, senza molto garbo, dell’argent.




All’ora del tramonto ero in un bar sulla spiaggia di Lomé a sorseggiare beatamente una birra Eku gelata. In sottofondo risuonava musica africana ritmata ad altissimo volume. Sulla sabbia scura dei ragazzi giocavano a calcio, mentre vicino alla riva le barche di legno dipinte a colori vivaci riposavano con il loro carico di reti.
Di tutti quelli che cazzeggiavano lì la mattina – chi si insaponava, chi dormiva sotto gli alberi, chi vendeva merce – ne rimanevano pochi. Non c’erano più nemmeno i pescatori che effettuavano una specie di tiro alla fune, simmetrici rispetto al gruppetto che a grande distanza tirava l’altro capo della corda. E comunque, ci fecero segno di non andare in quella direzione: era pericoloso a quell’ora.
Il sole pallido che si intravedeva nel cielo opaco precipitò velocemente verso l’orizzonte, mentre dal lato opposto era già spuntata la luna tra le palme. Così, di primo acchito, stentai a credere che il Togo fosse il paese meno felice del mondo, come riferiva il World Happiness Report dell’ONU.


Alors on danse
Nei trecento chilometri che separano la regione marittima di Lomé da quella centrale di Sokodé, l’umidità dell’Atlantico si diradò lasciando campo libero alla terra rossa, che vorticava nell’aria raschiando la gola. Lungo la strada scorgemmo un folto gruppo di persone intento a intonare canti cristiani. La maggior parte indossava la stessa polo gialla con la scritta “Je suis la lumière du monde”, oppure una casacca realizzata con il medesimo tessuto a fantasia blu. Scendemmo e ci inserimmo nella fila, battendo le mani con loro in un lungo cammino tra campi di cotone e termitai giganteschi. Giungemmo nel cortile di una casa privata, dove continuarono a cantare e ballare sotto un enorme mango carico di foglie lucide. Molti di loro in realtà erano musulmani, ma non mi sembrava che si formalizzassero troppo in materia di fede religiosa.


Per conoscere da vicino una delle principali etnie del Togo settentrionale, quella dei Kabyé, ci fermammo in una grande radura dove era in corso la danza tradizionale kamu, che impazza solitamente a dicembre per ringraziare gli antenati dei buoni raccolti.
Tra le percussioni ipnotiche, centinaia di persone ballavano con indosso abiti strappati, gonnellini fatti di tappi di bottiglia, rudimentali cavigliere a sonagli, ornamenti di foglie di palma e t-shirt con il volto del presidente Gnassingbé. I visi sfoggiavano strati di polvere bianca, maschere da sub, cappelli di erbe e copricapi di ogni genere, barbe finte oppure occhiali pacchiani. Le danze avevano luogo davanti agli occhi di centinaia di donne con foulard variopinti, bambine con le treccine e vecchi eleganti che guardavano rapiti lo spettacolo. Sarebbe romantico dire che un buon numero di ballerini fosse in trance, ma a me sembrarono soltanto ubriachi persi o strafatti di qualche droga; impossibile dire se il largo consumo di noce di cola bastasse a giustificare gli sguardi spiritati, i barcollamenti e i veri e propri svenimenti.




La sera, nei pressi di Sokodé, partecipammo alla danza del Fuoco, organizzata e pagata da noi, come si usava fare da quelle parti. Tutta la gente del villaggio era stata invitata nella piazza per assistere a questa festa tradizionale della popolazione Temba o Kotokoli. Mentre prendevamo posto sulle panche intorno al falò, i tamburi risuonavano già freneticamente dando il via alla cerimonia. I protagonisti si alternarono al centro dello spiazzo, camminando sulle braci o strofinandosele su braccia e gambe. Uno di loro si infilò un tizzone ardente in bocca, aprendola ben bene per mostrare il perverso spettacolo. Infine arrivò il più duro di tutti, che distribuì delle lamette a noi yovò per poi schiaffarsele in bocca una dopo l’altra; ci mostrò pezzi di vetro e coltelli che si passò sull’addome senza lasciare alcun segno. E mentre i tamburi diventavano sempre più convulsi, le luci più gialle e il fuoco cominciava a spegnersi, i bambini – sempre meno timidi – ci avevano ormai accerchiato occupando tutti gli anfratti liberi, per poi accompagnarci all’autobus e salutarci con la mano.

Coloro che sanno costruire
Nella lista del patrimonio UNESCO la regione di Koutammakou è definita “the Land of the Batammariba”, popolazione nota anche come Tammari o Tamberma, il cui nome significa “coloro che sanno costruire”. Le loro caratteristiche abitazioni fortificate sorgono nella savana circondate da enormi baobab, che nella stagione invernale erano carichi di frutti pendenti. Sembravano dei castelli di sabbia, erano privi di finestre e la porta di accesso si trovava nella facciata principale. Le torri erano protette da tettoie di paglia e fungevano da granai: nei vari scomparti venivano conservati miglio, sorgo, fonio, arachidi e legumi.
Passando per la primitiva cucina arrivammo a una scaletta a forma di fionda di legno scanalata che ci condusse al primo piano. Qui dormivano donne e bambini, in minuscole camerette, mentre il capofamiglia – ci dissero – passava la notte nel locale buio al piano terra insieme agli animali.


Un tempo questa gente andava in giro praticamente nuda: gli uomini con l’astuccio penico, le donne con un gonnellino di foglie. Poi i pudichi missionari cristiani e il governo gli imposero di vestirsi e all’epoca della mia visita indossavano un accrocchio di stracci locali e abiti occidentali. Ciononostante, mantenevano uno stile di vita simile al passato, dimostrando di aver subito poco l’influenza dei colonizzatori: molti di loro si erano rifugiati in questi villaggi fortificati all’arrivo dei tedeschi ai tempi del Togoland.
La popolazione non si mostrò ospitale con noi, ma nemmeno io sarei stata molto affabile se una dozzina di persone fosse piombata in casa mia e, prima ancora di sorridermi o dirmi buongiorno, mi avesse puntato un obiettivo di mezzo metro in faccia. Lo smartphone ancora non lo avevano e tutto il clan si teneva a debita distanza, inveendo di fronte agli obiettivi o facendo il gesto universale per chiedere denaro. Io avrei fotografato volentieri l’unica donna con il gioiello labiale – quella pietra di silicio che si usava infilare nel mento per motivi estetici –, ma il soggetto si nascondeva la faccia con le mani.


Tra Togo e Benin
Lasciata la savana, tornammo verso Kara per l’ultima notte togolese. Nel frattempo, in questo rapido cammino verso nord, era aumentato a vista d’occhio il numero di islamici, come si notava dalle numerose moschee, dai copricapi e dalle chiamate dei muezzin che risuonavano per le strade.
A cena uscii sconfitta nel mio corpo a corpo con una coscia di pollo, apparentemente di plastica, che dovetti lasciare quasi intatta nel piatto, cibandomi solo di pommes frites. Se quello, come qualcuno disse, era il vero pollo, allora ero io a non avere più i veri denti.


Rispetto alle nostre messe, meste e sommesse, quelle in Togo mi sembrarono un trionfo di gioia. Nella chiesa di Niamtougou c’era pure il gruppo di percussionisti e tutti cantavano e ballavano, anche le suore e i sacerdoti. L’apice venne raggiunto al momento della comunione, quando la fila si trasformò in un trenino. I fedeli erano elegantissimi e coloratissimi; indossavano abiti di cotonina stampata a foglie, lucchetti, versetti evangelici e addirittura vistosi ritratti della “Santa famiglia di Nazareth”.
Al mercato domenicale le merci esposte erano variegate: letame, ingredienti vudù, extension per capelli, creme sbiancanti, carbone, capre, radioline, il solito olio di palma, pesce fritto, scarpe da ginnastica pendenti dagli ombrelloni, farina di manioca e carne d’asino ridotta in piccoli pezzi. Le donne affettavano ananas e mango inserendoli in bustine nere buone per ogni uso. Le venditrici, notando la macchina fotografica, esclamavano stizzite: «Il faut payer!» «Ma io fotografo solo i peperoncini» «Il faut payer aussi!». «E se fotografo per terra?» «Si paga, qui in Togo, si paga sempre».



Ci fermammo nel bel mezzo del nulla. Qualcuno un giorno decise che qui finiva il Togo e iniziava il Benin. Sotto una grande acacia c’erano una panchetta di legno e due sedie di plastica; intorno alcuni bambini giocavano a rincorrersi. Era il posto di frontiera di uscita dal Togo.
La procedura prevedeva che uno dei due doganieri in divisa mimetica prendesse un passaporto alla volta e ricopiasse lentamente i dati su un registro gigantesco. Ciascuno quindi fu invitato a dichiarare la propria profession. Quando mancavano ancora alcuni membri del gruppo la penna si scaricò e l’uomo chiuse platealmente il quaderno con un gesto di stizza, anche se gli era stata offerta un’altra penna. Apposto il timbro su tutti i passaporti, ci lasciarono andare.

In Benin entrammo clandestinamente: al posto di frontiera c’era solo un custode che ci domandò come ci era venuto in mente di passare il confine di domenica. Avremmo potuto espletare le procedure alla caserma di Bokoumbé, peccato che i poliziotti l’avessero chiusa per timore di ritorsioni da parte della popolazione, dopo aver ucciso uno studente togolese a un posto di blocco. Quando arrivammo a Natitingou si era fatto tardi, perciò dovemmo rimandare all’indomani il timbro sui documenti.
Anche in questo albergo un’imponente maman ci accolse con l’abusato “bien arrivé” sotto una cascata di bougainville, ma c’era poco tempo per i convenevoli poiché il museo regionale di Natitingou stava chiudendo. In giro per la città notammo alcuni cinesi a passeggio: erano medici che insegnavano il mestiere ai locali.

Le etnie dell’Atakora
L’Atakora è la regione più montagnosa di questo Paese a forma di fiaccola. Da quelle parti c’era addirittura un aeroporto internazionale poiché vi nacque il presidente nonché dittatore marxista Mathieu Kérékou, morto due mesi prima e celebrato in grandi manifesti. Il cielo era pulito e non c’era traccia di vento harmattan.
Anche se gli operatori turistici li chiamavano così, i villaggi dei Somba non erano altro che i Batammariba del Togo. Le dimore tradizionali presentavano le stesse caratteristiche già abbondantemente sviscerate, lì però avemmo delle relazioni umane vere e proprie. A differenza del sito togolese, dove i proventi del biglietto finanziavano infrastrutture per la comunità, in Benin una parte della tariffa pagata alla guida andava nelle tasche dei residenti; forse per questo si fecero fotografare senza opporre resistenza. A me mise comunque un certo imbarazzo far parte mio malgrado di questo manipolo armato di fotocamere.
La prima famiglia ci offrì una specie di polenta insipida avvolta in una foglia. Il patriarca indossava una ex elegante giacca di lino troppo grande, senza niente sotto, mentre le due donne erano le sue consorti. Più difficile fu capire quali figli appartenessero a una madre e quali all’altra, o chi fosse addirittura nipote della più anziana.
Come al solito le donne erano quelle che si davano più da fare nella vita quotidiana: andavano a prendere l’acqua, raccoglievano la terra e il letame necessari per impermeabilizzare le pareti dell’edificio, lavoravano nei campi insieme agli uomini.


Giunti alla seconda abitazione, facemmo conoscenza con il vecchio guaritore, abbigliato con un vezzoso giubbottino impermeabile di un rosa ricoperto da molti strati di terra rossa. Poiché non ricordava esattamente la sua età, ci mostrò due documenti ufficiali: secondo il certificato di Specialista in medicina tradizionale era nato “verso il 1920”, secondo la carta d’identità “verso il 1933”. Secondo l’attestato il guaritore era esperto dei seguenti disturbi: morsi e sputi di serpente, singhiozzo, dolore addominale della donna, avvelenamento, sortilegi e dolore generalizzato.
Fuori dall’ingresso si ergevano i classici feticci a forma fallica. Appesi al muro c’erano crani e ossa di animali a mo’ di amuleti protettivi; gli altari, costituiti da contenitori panciuti di terracotta, presentavano resti di piume di volatili da cortile, sacrificati per onorare gli spiriti degli antenati o per coadiuvare le pratiche di guarigione. In un angolo si notava l’immancabile mortaio per pestare i cereali; per terra giacevano residui di fuochi, pentole e fascine di legna.


A quel punto andammo a conoscere un’esperta scarificatrice con tanto di riconoscimento statale, grazie al quale era l’unica nella zona ad avere ottenuto l’allaccio all’energia elettrica. La scarificazione si praticava largamente da quelle parti: le cicatrici sulla pelle erano di diversa foggia e servivano in genere a comunicare le proprie origini. Quelle sul volto di solito si facevano da bambini, mentre alcuni se le facevano realizzare su ventre e schiena come prova di coraggio al tempo dell’iniziazione all’età adulta.
Il giovane che ci faceva da guida si offrì volontario: si sdraiò per terra e un’anziana donna gli si sedette a cavalcioni, mentre l’altra tirò fuori un coltellino e fece finta di incidergli le guance.
Kounta mi raccontò che il numero dei viaggiatori era in sensibile calo: gli attentati terroristici che avevano insanguinato Parigi a novembre avevano spinto i governi europei a sconsigliare i viaggi in Africa occidentale, svuotando i villaggi dai flussi turistici e azzerando di colpo l’unica fonte di reddito per le guide locali come lui. Erano i primi vagiti di quel populismo identitario in Europa, focalizzato sulla chiusura dei confini e sulla paura dell’invasione, che nel giro di pochi anni avrebbe minato dall’interno la tenuta stessa delle democrazie occidentali.


Nei pressi di Birni ci dirigemmo verso un villaggio di capanne circolari abitato dai Fulani – o Peul –, un popolo costituito da milioni di persone disseminate per tutta l’Africa occidentale. Sono dediti all’allevamento e spesso praticano il nomadismo; sono islamici, ma non poligami, e possono divorziare quante volte desiderano.
Subito vari obiettivi vennero puntati senza tanti complimenti sulla più bella del villaggio, a seno nudo mentre allattava il figlio. Oltre ad essere stupenda e dolcissima, la donna sorrideva in posa da consumata modella: prese in mano una coppetta piena di limoni verdi e si mise una grossa calebasse sulla testa, garantendo così al turista la foto dei suoi sogni. Anche le altre donne curavano molto il look: indossavano abiti colorati, braccialetti, collane, orecchini, ornamenti intrecciati ai capelli, sfoggiavano tatuaggi sul viso e avevano denti bianchissimi. A quanto pare anche gli uomini Peul sono vanitosi e si truccano perfino più delle compagne, ma al nostro arrivo erano tutti assenti.
Un pupazzetto di Winnie the Pooh buttato nell’angolo di una capanna denotava che non eravamo i primi visitatori. In ogni caso, dopo i classici convenevoli e le carezze ai bambini, un gruppetto ci accompagnò all’autobus con il consueto sottofondo cantilenante di yovò bidon e yovò cadeau, rimediando un petit savon rubato in albergo.



Altezze reali
All’altezza di Copargo, imboccammo una stradina dissestata verso i villaggi Taneka, dove avremmo conosciuto il popolo dei Tangba. Nell’attesa dell’accompagnatore entrammo nella scuola, chiusa per le vacanze di Natale. Comparve un ignaro ragazzino: lo facemmo sedere composto a un banco di legno e lo interrogammo per finta alla lavagna.
Ci avviammo poi a piedi verso gli abitati, percorrendo un sentiero ornato da fromager rossi. Come altri popoli dell’Atakora, anche i Tangba si rifugiarono nelle grotte e negli anfratti di queste colline per sfuggire alle razzie di schiavi.
I villaggi sorgevano nella zona pianeggiante, vicina ai campi di igname. Ogni quartiere era governato da un re, che si occupava delle relazioni esterne e delle controversie locali. Il re di Pendolou, Tingassawa, dopo averci fatto fare l’anticamera, ci accolse nella capanna di rappresentanza. Indossava una raffinata veste chiara con una sciarpa sulla spalla, un ventaglio variopinto, un cappellino tipo fez e un elaborato scettro di legno in cui erano intagliati un leone, un elefante e delle figure umane. Gli vennero poste domande molto paludate e infine ci concesse il privilegio di farci dei selfie con lui.


Ci spostammo nella zona collinosa dove vivevano gli specialisti rituali, detti boro-te, che si occupano delle faccende religiose. Due di loro stavano seduti sulle pietre sotto un grande albero, completamente nudi a eccezione di una striscia di pelle sui fianchi e un cappello rotondo di rafia. L’immancabile pipa era spenta perché avevano finito il tabacco, per questo accettarono con entusiasmo un po’ del nostro ben poco rituale Camel light.
Il sentiero di ritorno lo percorsi mano nella mano con una bambina con le treccine. All’autobus compii l’imperdonabile errore di cedere alle sue insistenze e regalarle una bottiglia di plastica vuota, scatenando un putiferio tra gli altri ragazzini, desiderosi anch’essi del loro preziosissimo bidon.
A fine giornata, in un hotel di Djougou pretenzioso e moquettato, i divani erano bollenti. Alla TV politici beninesi parlavano alle folle, la connessione internet andava e veniva, e la preparazione della cena richiese una quantità di tempo che gli yovò non riuscivano a comprendere.
Terminato il classico piatto di pesce tilapia con riso, chiacchierai con un vicino di tavolo congolese che viveva a Montréal e lavorava per l’immigrazione canadese in Africa Occidentale; era qui in vacanza ed era ossessionato dal pensiero di essere aggredito e rapinato.


La mattina dopo il nostro gruppo di mosche bianche era in preda all’entusiasmo: il re di Djougou, Issifou Kpetoni Koda VI – ben più importante di Tingassawa e anzi in un certo senso suo superiore – ci aveva accordato un’udienza.
Lo spettacolo più sconcertante però avvenne prima, fuori dalle mura del palazzo reale. Mentre in un anfratto un uomo scuoiava una capra, una donna lavava un neonato con una sostanza oleosa; a un certo punto lo prese in braccio, si avvicinò e ce lo mostrò: il viso e l’addome erano rigati da lunghi tagli rosso vivo ancora aperti. Era una delle nipotine del re; guardando bene si capiva infatti che era una bambina: su ogni guancia aveva quattro tagli come tutte le femmine, mentre ai maschi spettavano tre cicatrici soltanto.
Anche se agli occidentali sembra una barbarie, secondo l’opinione di molti africani non c’è niente di sbagliato nel sottoporre un bambino appena nato a una scarificazione; la pratica serve anzi a prepararlo da subito alla vita, informandolo che non sarà per niente facile. «D’altra parte» mi disse qualcuno, «voi chiedete un parere a un neonato prima di battezzarlo o di vaccinarlo?»

Entrati nel comprensorio del palazzo ci togliemmo le scarpe e, superate alcune tombe e pantere dipinte sui muri, venimmo introdotti in una specie di terrazza con le pareti azzurre e verdi. Una sedia a sdraio – imbottita ma ben poco regale – venne presto occupata dal sovrano in persona; noi intanto eravamo seduti sulle stuoie. L’autista, Rafiu, era talmente emozionato che appena entrò il sire si inginocchiò davanti a lui balbettando.
Kpétoni Koda indossava una sobria palandrana a righe verticali e un cappellino coordinato; l’espressione dietro gli occhiali era seria ma non altera, mentre gli altri dignitari di corte si accosciarono al suo fianco. Gli ponemmo diverse domande in francese, scoprendo che possedeva numerose mogli e una sfilza spropositata di figli e nipoti e che la carica regia ruotava fra tre diverse famiglie. Il sovrano si occupava di controversie minori, lasciando i reati gravi alla polizia e aveva un ruolo di mediazione politica e religiosa.
Due giorni prima aveva partecipato a Djougou alla ventiduesima edizione della tradizionale festa della Gaani, dove aveva incontrato il Presidente del Consiglio del Benin. L’elicottero che trasportava alcuni pezzi grossi del governo, durante l’atterraggio allo stadio municipale, si era fracassato al suolo; per fortuna tutti i passeggeri erano rimasti illesi, compreso il primo ministro, il quale appena giunto nel luogo delle celebrazioni aveva ringraziato le anime dei suoi antenati per il miracolo.




Abomey tra passato e presente
Spezzammo il tragitto verso sud a Savalou, dove sorge uno dei più importanti santuari del Benin: il feticcio Dankoli. Il rituale vudù prevede che si conficchino con un martello dei pioli in un monticello, versandoci sopra dell’olio di palma o sputandoci platealmente qualche superalcolico. Vedemmo alcuni uomini impegnati a lanciare monetine urlandosi addosso, poi un povero pollo venne sgozzato con un grosso coltello e altri pennuti vennero denudati da donne e bambini. Il risultato finale fu una serie di nauseabondi ammassi di tronchi d’albero ricoperti di grasso, alcol, sangue e piume, che emanavano un fetore putrido.
I presenti stavano chiedendo la guarigione per uno di loro; se i desideri si fossero realizzati, erano obbligati a tornare per un altro sacrificio.


Giunti ad Abomey ci recammo subito ai palazzi reali, fatti edificare e abitati dai dodici re che si succedettero alla guida del regno del Dahomey. Questi governanti sanguinari, al termine di ogni conflitto, catturavano caterve di prigionieri, vendendone una parte a portoghesi, francesi e inglesi in cambio di armi da fuoco e alcolici europei. Il loro contribuito alla tratta degli schiavi fu determinante, infatti non appena le potenze occidentali decisero di abolirla, il regno collassò.
La guida ci parlò delle amazzoni, le donne-guerriero al servizio del Re Ghezo, allenate sin da bambine alla pratica bellica. Se promettevano di portare al sovrano due teste del nemico ma al ritorno, malauguratamente, ne consegnavano una soltanto, l’altra testa mozzata era la loro; lo stesso trattamento era riservato al boia se svolgeva il suo compito maldestramente, e a chissà quanti altri sudditi.
Qui non si presentò l’opportunità di essere ricevuti da sua altezza reale, ma dovemmo accontentarci di osservare gli oggetti rituali appartenuti alla schiera di re defunti: certi strumenti erano realizzati usando crani umani, mentre gli ambienti funerari nel cortile erano ottenuti mischiando fango, conchiglie e sangue dei prigionieri uccisi.


Venimmo condotti in uno spiazzo di terra battuta: un gruppo di percussionisti aveva già dato il via al tambureggiare ossessivo e i bambini avevano già preso posto. Quando li raggiungemmo, comparvero grossi covoni di paglia che roteavano come matti, si alzavano e si abbassavano, sollevando nuvole di polvere, guidati da uomini dotati di bastone. Da uno di essi ogni tanto veniva lanciato qualche oggetto: un lucertolone vivo, un sacchetto pieno di monete o una bambolina di legno. Ogni tanto il covone si buttava a terra mostrando l’interno apparentemente vuoto, per dimostrare che sotto non c’erano uomini, ma erano gli spiriti a muoverli.
Si tratta degli Zangbeto, i guardiani notturni nella tradizione del popolo Fon. Grazie allo stato di trance, i corpi posseduti acquistano dei superpoteri che gli permettono di visualizzare le cattive azioni della gente e di scovare i criminali mentre pattugliano le strade. In pratica, un sistema di polizia parallelo che garantisce l’ordine pubblico nei distretti in cui la gendarmeria ufficiale è assente o corrotta.
Prima di andarcene ci comunicarono che per questa cerimonia in nostro onore erano stati sacrificati un montone e quattro polli.




La tappa successiva fu il mercato dei feticci Gbedagba, dove oltre alle consuete carcasse figuravano numerosi animali vivi: come gatti, ratti, cani, galline in gabbia e persino una scimmia. Qui fummo protagonisti di un altro caso diplomatico: l’ennesimo bancarellaro iconoclasta inveì al nostro indirizzo chiamando in causa tutte le generazioni di spiriti degli antenati e tutte le divinità vudù a lui note, costringendoci a riporre le macchine fotografiche.



Nell’afa del pomeriggio ci dirigemmo a Detohou per conoscere Monsieur Salanon, di professione guérisseur traditionnel. Il vegliardo ci accolse in una stanzetta facendoci accomodare per terra. Gli avevamo portato una bottiglia di liquore all’ananas, ma l’uomo desiderò offrirci un suo potente vino di palma in piccoli bicchieri da vuotare tutto d’un fiato.
Mentre l’alcol bruciava l’apparato digerente, Salanon sollevò il coperchio di una teglia di spezzatino rituale, intinse il dito indice nel sugo e lo inserì dentro l’ombelico. A quel punto entrò in trance, cominciando a proferire lamentose litanie accompagnato dalla tipica maraca beninese. Ci spostammo poi nel suo studio vero e proprio, dove si mise ad armeggiare con conchiglioni, corni, polvere magica e campanelli, osservato da una grande vipera disegnata sulla parete.
Mi parve che Salanon non conducesse una brutta esistenza: oltre a tracannare un discreto numero di drink, possedeva una serie spropositata di mogli, ognuna delle quali a turno dedicava un’intera giornata a servirlo.



La seconda danza tradizionale della giornata, l’Egungun, aveva luogo presso un villaggio dalle parti di Bohicon, dove già la popolazione si era schierata attorno a uno spiazzo. Uno dei tamburellisti – non so se in stato di ubriachezza molesta o per la ben nota mania persecutoria – cominciò ad adirarsi pretendendo che non scattassimo fotografie; si offese ostentatamente e si rifiutò di suonare.
Quando riuscirono a sedarlo e a fargli riprendere posto, apparvero le maschere: le due principali indossavano ingombranti vesti sui toni del rosso, decorate con motivi patchwork, conchiglie, paillette, nappe e amuleti ripieni di preparati protettivi; gli strati di tessuto svolazzavano durante le giravolte, creando la cosiddetta brezza benedetta.
Anche il compito degli Egungun consiste nel liberare la comunità dai mascalzoni, indirizzando i vivi sulla retta via. Per questo si divertono ad inseguire gli spettatori, che scappano velocemente per evitare il contatto: in questa sorta di acchiapparello africano, infatti, essere sfiorati dall’Egun significa cadere in catalessi.
Con il passare del tempo la danza diventò più vorticosa, i tamburi più ossessivi, le richieste di banconote più insistenti, le nostre trachee più intasate di terra e le bottiglie di superalcolici che giravano tra gli spalti più vuote. Un paio di inseguiti, toccati dall’Egun, crollarono al suolo e vennero portati via a braccia. Prima che accadesse qualche imprevisto ci dirigemmo rapidamente verso l’autobus, inseguiti a nostra volta da persone che pretendevano un cadeau.




La più importante delle mascherate propiziatrici del luogo si chiama Gelede ed è inserita dall’UNESCO nel patrimonio immateriale dell’umanità. Le espressive maschere scolpite nel legno erano indossate come copricapo sulla testa del danzatore, coperta da un pareo. Alcune erano sormontate da sculture, come un omino nudo con un pene enorme o un bambino intento ad attingere acqua dal pozzo. Nello spiazzo polveroso, tra percussioni d’ordinanza e uomini armati di scacciamosche, si alternarono i diversi personaggi in una recita apparentemente solo comica, ma dotata come al solito di un fine educativo.
Alla base di questa pantomima, che celebra il potere delle madri nella società, ci sono le storie della mitologia Yoruba. Yemoja – madre di tutti gli orisha e delle cose viventi – non poteva avere figli, così consultò un oracolo che le consigliò di fare sacrifici e ballare con immagini lignee sul capo. Il rituale funzionò ed ebbe due figli, i quali incontrarono le medesime difficoltà risolvendole con lo stesso balletto; una delle maschere più caratteristiche raffigura infatti una donna incinta con un enorme pancione di legno.
Un uomo vestito di giallo passò tutto il tempo a raccogliere i crini dello scacciamosche e i minuscoli fili di paglia che cadevano per terra: si trattava di portafortuna, conservati e consegnati agli studenti al momento degli esami.




La vita quotidiana di Abomey di dimostrò variopinta e festosa. Sulle insegne fatte a mano spiccavano scritte come “Palais de beauté” o “The Best Coiffure & Trèsse” accanto a disegni di teste acconciate e rasoi elettrici. Tazze di caffè illustravano l’offerta merceologica delle cafetariat, macchine fotografiche attiravano l’attenzione sugli “studio photo“, mentre donne intente a rimestare in pentoloni avvisavano della presenza di un maquis, un piccolo ristorante.
A volte sui cartelli appariva il volto del negoziante, come nel caso di Zola − contemporaneamente venditore di congas e parrucchiere. Molti esercizi commerciali per il naming attingevano al vocabolario introdotto dai missionari, come testimoniavano il minimarket “Dieu est grand” o il barbiere “Jesus is winner”.
Per l’ultimo dell’anno c’era molta confusione in città. Nelle botteghe lungo la carreggiata le bottiglie di rum, gin o whisky schierate in ordinate file andavano a ruba; i sarti ultimavano i completini a fantasia seduti davanti alle macchine da cucire a pedale o preparavano il ferro da stiro, riempiendolo di pezzi di carbone incandescente; decine di capigliature venivano organizzate in minuscole trecce. Al mercato i pesci arrostivano sulle griglie, le foglie si riempivano di polenta di mais e farine bianche e rosse sgorgavano da piccoli mulini.




Ganvié, la città su palafitte
Mentre lasciavamo Abomey, dal finestrino dell’autobus notai un paio di pagliai che passeggiavano saltellando tra i passanti. Il ballonzolare del mezzo sulle infami piste sabbiose diede il colpo di grazia al mio stomaco, già sottosopra a causa di qualche bicchierino di troppo bevuto la sera prima in occasione della cena, peraltro pessima, servita al réveillon del francese Jean-Luc.
A bordo dell’autobus la guida e Rafiu parlavano di politica. Quando venne nominato Hollande il tono si fece aggressivo: i due si misero quasi a urlare che lo avrebbero voluto morto. Sostenevano che l’uomo pilotasse le cariche politiche del Benin per biechi motivi di interesse economico. «La corruption est une véritable catastrophe» aggiunsero. Nemmeno Sarkozy riscuoteva il loro favore: «Quando venne in visita ufficiale, ebbe il coraggio di dire che da noi non c’è sviluppo perché la gente è ancora troppo attaccata alle tradizioni». Di fronte alle vibranti proteste, il politico interruppe la visita e non si fece mai più vedere.
«Ma il suo primo impardonnable errore è stato quello di uccidere Gaddafì» mi disse la guida, «grande benefattore per il Benin: sai, ha fatto costruire moschee, scuole e anche l’università… Lui sì che stava lavorando per la vera libération de l’Afrique».
Quella postura anti-occidentale stava per diffondersi in tutto il mondo, colonizzando la politica profonda dell’Europa.


Dalla laguna di Nokoué partimmo in piroga diretti a Ganvié, la più estesa città africana su palafitte, fiore all’occhiello del turismo beninese. Gli antenati degli attuali abitanti si sistemarono qui per sfuggire alle razzie dei mercanti di schiavi Fon, i quali per motivi religiosi non potevano nemmeno sfiorarla l’acqua. Qualunque tipo di attività si svolgeva in barca o nelle capanne edificate su pali di legno infissi nel fondale del lago: commerci, approvvigionamento idrico, realizzazione di treccine, pesca e contrabbando di benzina nigeriana. Quest’ultima filiera sommersa garantiva da decenni la sussistenza di migliaia di famiglie.



La navigazione procedette placida tra canneti giallastri su cui svolazzavano garzette, cormorani e falchetti. I residenti erano estremamente fotogenici con gli abiti colorati e i turbanti, ma molti di loro si coprivano la faccia con le mani.
Scendemmo su un isolotto artificiale dove sorgeva una grande moschea. In corrispondenza della statua dorata di un antico sovrano giunse l’ormai familiare grido: «Pas de photos!»; la voce proveniva da due uomini in canottiera che si avvicinavano con un’andatura minacciosa. Partì il solito alterco, ma per fortuna comparvero dei ragazzotti muniti di occhiali da sole e copricapi colorati, i quali possedevano uno smartphone puntato nella mia direzione; finalmente eravamo pari. Quando gridai loro: «Il faut payer pour prendre des photos!», le risate suggellarono la fine delle ostilità e potemmo esplorare in tranquillità il villaggio.
La guida che ci accompagnava era un poliomielitico secco secco che camminava piegato in due come un compasso, ma dotato di un’agilità straordinaria: non doveva essere stato facile nella sua condizione arrivare a svolgere questo mestiere, che prevedeva un continuo salire e scendere dalla piroga.




La rotta degli schiavi
Temevamo di non trovare posto in quell’albergo in riva al mare e invece, anche se era il primo dell’anno, di bungalow liberi ce n’erano quanti ne volessimo. Eppure eravamo in una delle zone più turistiche del Paese: Ouidah, la capitale del Vudù, nonché porto adibito al commercio negriero fino alla seconda metà dell’Ottocento.
Dopo aver tentato inutilmente di fare il bagno – la spiaggia era deserta, l’atmosfera epica, ma le onde estremamente possenti –, ci facemmo portare al tempio dei pitoni. A Ouidah abitavano molti adoratori di questi serpenti non velenosi; gli adepti si riconoscevano dalle scarificazioni gemelle sulle guance e sulla fronte, e questo era il loro luogo di culto. I rettili sacri ogni tanto razzolavano indisturbati per le vie, ma in genere stavano acciambellati nella capanna interna. Al centro dello spazio svettava un enorme ficus circondato da un lenzuolo bianco macchiato da materiali innominabili, residui delle offerte. Non potei evitare che una grossa pitonessa mi venisse posata sul collo.
Di fronte al piccolo tempio, spiccava la colonialissima cattedrale dell’Immacolata Concezione, tutta pitturata di celeste: faccia a faccia la religione dei conquistatori mai davvero andati via e quella degli ex deportati, sfruttati oggi come ieri.

Gli uomini rastrellati dai re del Dahomey erano obbligati a percorrere in catene la Route des esclaves fino alla costa, dove le navi li attendevano per trasferirli in Brasile. Era una pista sabbiosa lunga quattro chilometri che collegava il centro della città alla spiaggia.
Per ripercorrere l’epopea della diaspora africana ingaggiammo una guida che ci condusse presso i siti della memoria, costituiti fondamentalmente da statue della tradizione vudù che simboleggiavano le fasi chiave della vicenda; a eccezione del forte portoghese, infatti, mancava qualsiasi altra traccia materiale degli avvenimenti passati.


Davanti alla casa del Vicerè Francisco de Souza, il famigerato negriero brasiliano, gli schiavi venivano acquistati e marchiati con il ferro rovente. La casa Zomaï si presentava come una baracca buia dove venivano rinchiusi i poveretti prima di partire, per farli abituare all’oscurità e alla costrizione delle stive. Attorno all’albero del ritorno i prigionieri giravano per assicurarsi che, dopo la morte, i loro spiriti sarebbero tornati nel Paese natale.
Arrivammo infine alla spiaggia, dove sorgeva la porta di non ritorno: un imponente arco dal sapore sovietico, di colore rosso, ornato da bassorilievi che rappresentavano due file di africani incatenati.

Solo quaranta chilometri di strada asfaltata separano Ouidah da Cotonou, il cuore economico del Benin, ma il tempo del tragitto si rivelò comunque infinito per via del traffico delirante. Un incidente stradale aveva causato dei morti, stesi al suolo tra i gas di scarico. Auto, minibus e motociclette erano carichi di mercanzie e persone pigiate. Constatai quanto fosse cambiata l’Africa occidentale: le fiumane di pedoni si erano assottigliate, sostituite dalle scoppiettanti due ruote cinesi.
Al ristorante di Cotonou finalmente capii che il pollo non valeva nulla e che bisognava ordinare la ben più polposa pintade, la faraona. Meglio tardi che mai.

Arrivammo con largo anticipo all’aeroporto di Cotonou. Le sedie della sala d’attesa erano ancora vuote e io mi addormentai in una posizione scomodissima. Nel sogno cattolici, protestanti, cristiani celesti, islamici e animisti sedevano tutti sotto lo stesso tendone, e insieme battevano le mani e cantavano. Poi i ritmi e i riti del Golfo di Guinea diventarono balli caraibici e messe cantate nelle chiese del sud degli Stati Uniti; le maracas beninesi vennero usate per uno spettacolo sulla scalinata di Trinidad, a Cuba, e gli abiti colorati con i lucchetti e le foglie erano indossati da uomini e donne di Bahia. I poliziotti neri delle serie americane non avevano le scarificazioni, ma io li riconobbi lo stesso, mentre le bambine della Repubblica Dominicana parlavano spagnolo ma erano piene di treccioline.
Un bambino che piangeva mi svegliò; i sedili si erano riempiti dei pochi passeggeri in procinto di partire e il bocchettone dell’aria mi arrivava proprio in testa.