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UN VIAGGIO DA LECCARSI I BAFFI

Un altro Capodanno in India

Varanasi

Il tempo passava, o forse no. Il tempo è tutto qui, a Varanasi, perciò forse il tempo non può passare. La gente va e viene, ma il tempo resta. Il tempo non è un ospite. I giorni, invece, quelli passavano, e alla fine venne il giorno, il giorno dei giorni, il giorno più carico di buoni auspici.
(Geoff Dyer, "Amore a Venezia. Morte a Varanasi") 

Sarà capitato a tutti di provare la sensazione che il tempo, man mano che si invecchia, passi molto più in fretta. A quanto pare diverse ricerche hanno appurato che questa impressione dipenda strettamente dal tasso di cambiamenti di cui facciamo esperienza.
Da bambini tutto è nuovo e il fatto che continuamente sperimentiamo e impariamo rende il tempo così denso che ci sembra passare più lentamente, poi man mano prendiamo sempre più confidenza con le cose e diventano sempre meno le novità che ci capitano nella nostra vita quotidiana.
Tranne che in viaggio. Mentre si esplorano posti nuovi sono così tante le esperienze che il tempo diventa pienissimo e due giorni ti sembrano tipo un mese, e insomma questo è l'unico modo efficace che ho trovato per illudermi di fottere il tempo, quel bastardo.

E quindi sono tornata in India per la terza volta. Quello che mi piace dell'India non è la spiritualità o la fantomatica ricerca di se stessi, quanto la tenera follia annidata ovunque. In India non ci si annoia mai e c'è sempre qualcosa di imprevedibile che attira la tua attenzione. In India guardi due tizi che stanno seduti su una pentola capovolta e si stanno spanciando dalle risate e loro ti fanno accomodare su un'altra pentola capovolta e anche tu cominci a ridere fino alle lacrime, mentre uno dei due ti spiega il motivo per cui sta spaccando una campana a martellate. In India il tempo è relativo e non hai nessuna fretta perché sei costretto ad accettare di buon grado quello che accade, pure se si tratta di aspettare per otto ore che la nebbia si diradi e il volo per Varanasi si decida a decollare.

Certo essere catapultati direttamente a Banaras potrebbe essere un po’ forte come impatto. E infatti sono subito investita dallo strepito dei clacson nelle strade affollate di pedoni, mendicanti, auto rickshaw aggrovigliati, motorini eccetera, e sono di nuovo circondata da tutte le bestie che riempiono anche le strade di Varanasi. Per esempio ci sono un sacco di cani, e sono praticamente tutti randagi (forse ci sono alcuni indiani che li tengono al guinzaglio ma io li ho visti forse una o due volte in vita mia) e a volte se ne vanno in giro a branchi, ma non li vedi quasi mai ringhiare o mostrarsi aggressivi. Una curiosità che mi è venuta sarebbe prendere un indiano e portarlo in Europa o addirittura in Giappone e vedere come reagisce quando si accorge che noi gli raccogliamo la cacca da terra e anzi alcuni li portano in giro in un passeggino per cani così non si sforzano di camminare e se piove non si bagnano, oppure se fa caldo li rinfrescano con un ventilatore da cani incorporato nel passeggino.
Poi ovviamente è pieno di vacche sacre che attraversano le strade, brucano dai cumuli di spazzatura, lasciano gigantesche frittelle di cacca ovunque e a volte si piazzano esattamente al centro delle strade, anche quelle a scorrimento veloce. Infatti, visto che le mucche non si possono macellare, quando diventano vecchie e non servono più per produrre il latte, vengono abbandonate al loro destino, ma per fortuna stanno simpatiche a tutti e per questo rimediano facilmente la colazione.
Infine in giro ci sono capre, cavalli, sporadici maialini selvatici e soprattutto città come Varanasi o Jaipur sono infestate di scimmie, che così tante in altre città dell'India non ne avevo mai viste.

Anche questa volta sono venuta in India a fine dicembre, ma qui stiamo a nord del Tropico del Cancro e le temperature sono molto più basse, quindi fortunatamente gli odori di putrefazione tipici dell'india non si sentono e i topi o gli insetti non infestano le strade. L'altra faccia della medaglia però è che poche volte ho sofferto così tanto il freddo, infatti tra dicembre e gennaio è inverno pure qua e, anche se le temperature non scendono mai fino allo zero, il fatto è che in India i termosifoni praticamente non esistono e anche molti edifici sono privi di porte e finestre e quindi quando fa freddo fa freddo all'aperto, fa freddo in casa, fa freddo in tutti gli esercizi commerciali, insomma fa freddo 24 ore su 24 e l'unico modo per riscaldarsi è seppellirsi sotto quattro coperte.
Questo fatto dell'inverno breve in un Paese semi tropicale ha anche altre conseguenze incresciose, tipo che molti indiani non hanno i vestiti adatti e allora per esempio vanno in giro con una coperta addosso, oppure le donne continuano a mettersi i loro sari o tunichine colorate di tessuti leggerissimi, ma magari sotto indossano dei pantaloni del pigiama e calze con i sandali e sopra giubbotti invernali che non c'entrano proprio niente. E poi un po' ovunque vengono accesi fuocherelli di fortuna per riscaldarsi.

Sui tetti di Varanasi alle 10 di mattina fa un freddo cane e il cielo bianco abbagliante è così compatto che non passa manco un raggio di sole. Una moltitudine di scimmie saltella dall'uno all'altro, mentre sulla terrazza dove sto io ci stanno dei macachi tutti strettamente abbracciati contro il muro per riscaldarsi. Nella terrazza di fronte c'è questo ragazzo che ogni giorno chiama gli uccelli sventolando un pezzo di tessuto e poi uno stormo gli si avvicina, mangia e beve e poi va via. Lui è contento così. Dall'altra parte sul tetto c'è un gabbiotto inferriato che contiene una panchetta con un bilanciere e una cyclette e il loro proprietario si mantiene in forma cosi ogni mattina e ogni pomeriggio e, anche se non sembra dalla pancia sporgente, è molto agile e snodato quando fa gli esercizi di yoga. Nel balcone accanto un tizio gioca a cricket da solo, senza timore di perdere la pallina perché è legata alla ringhiera con un filo. Nel pomeriggio un sole pallido è riuscito a perforare la nebbia e allora tutti hanno steso i panni colorati sui parapetti e decine di piccoli aquiloni quadrati hanno preso a volteggiare a scatti nel cielo.

Varanasi è la principale meta di pellegrinaggio dell'India perché gli induisti sono obbligati ad andarci almeno una volta nella vita, inoltre molti ci vanno da morti o almeno moribondi poiché è l'unico posto in cui gli dèi permettono agli uomini di sfuggire al saṃsāra, che sarebbe il ciclo delle reincarnazioni da cui ogni induista non vede l’ora di liberarsi, e insomma c'è sempre un discreto viavai. Lungo i ghat affacciati sul Gange i barbieri fanno la barba, i barcaioli propongono con insopportabile insistenza i loro boat trip, i pellegrini fanno il giro in barca assediati da centinaia di gabbiani, i bramini sotto gli ombrelloni ti ricoprono la fronte con delle polveri colorate cercando di estorcerti qualche rupia, i massaggiatori ti agguantano delle parti del corpo per lo stesso fine, delle mamme povere ti chiedono soldi mettendoti un biberon davanti agli occhi, dei bambini poveri ti chiedono di comprargli del latte in polvere che poi andranno a rivendere al negoziante. 
Folte comitive di pellegrini arrivano da regioni remote e rurali del paese, e sono vestiti leggeri e alcuni non hanno manco le scarpe e camminano tutti appiccicati e timorosi perché non sono proprio abituati alla città. Ci sono i jainisti che sono vestiti tutti di bianco immacolato compresi i copriorecchie di peluche e la scopetta che si portano sempre appresso e un paio di ragazze jainiste escono fuori dalla fila lunga e ordinatissima per conoscermi e praticamente obbligarmi a fare delle foto insieme al loro capo, o padre spirituale o guru ora non saprei come definirlo, fatto sta che è una persona di grande carisma. Poi ci sono i viaggiatori stranieri che sono una esigua minoranza e infine le persone normali che vengono da tutte le regioni dell'India. Qualcuno di loro si sta facendo un bagno purificatore nel fiume Ganga, nella foschia perenne di questi giorni. 

Ogni giorno puntualmente all’ora del tramonto sul Ghat Dashashwamedh si svolge un rituale di ringraziamento alla Dea Madre Ganga. Dei tizi eleganti stanno in piedi sopra un piccolo piedistallo e roteano dei candelabri o delle specie di lampade da cui esce il fumo con un sottofondo continuo e ipnotico di campanelle, mentre i fedeli in gran numero si radunano in preghiera seduti tutti intorno e questo è uno spettacolo molto suggestivo, sia guardare i performer sia la moltitudine di indiani che li guarda. 

E poi finalmente raggiungo il ghat Manikarnika, il più grande di Varanasi, che è già buio e tutta l'enorme gradinata si presenta né più né meno che come l'inferno. Qui ogni giorno vengono bruciati qualcosa come 200 o 300 cadaveri ed è ovvio che i lavori fervono senza sosta. Tonnellate di ciocchi di legna attendono di essere utilizzate e sono ammucchiate sulle barche o per terra, centinaia di persone aspettano il loro turno per lavare il loro parente nel fiume e poi sistemarlo nella pira tutto impacchettato di arancione. I barbieri intanto radono e rapano a zero il parente che avrà il privilegio di accendere il falò, usando rigorosamente un tizzone staccato dal fuoco eterno, che poi uno dei parenti per poco non mi ustionava col suo pezzo di fuoco eterno mentre scendeva le scale. Nel buio solo le fiamme delle pire crematorie fanno luce, sparse sui vari gradoni del ghat a seconda della casta a cui i morti appartenevano in vita. Anche il piano più alto è affollato, l'unico utilizzabile durante il monsone, quando il livello del fiume sale tantissimo. I parenti sono vestiti di bianco, i morti di arancione, tutto il resto sfuma nel nero in attesa che i cadaveri diventino cenere e che le ossa che non bruciano siano gettate nel fiume, ossa che andranno a fare compagnia ai corpi di lebbrosi, bambini, donne incinte ed animali che non possono essere cremati e che quindi vengono abbandonati interi nelle acque del fiume sacro. Solo la mattina dopo i lavoratori del gigantesco crematorio (tutti appartenenti alla casta degli intoccabili) andranno a recuperare l'oro che il fuoco non è riuscito a mangiarsi.

Khajuraho e Agra

Mi trovo a Khajuraho, località indiana famosa per i templi con i bassorilievi erotici del kamasutra, che però non sono ancora riuscita a vedere. Il fatto è che era uscito finalmente il sole dopo quattro giorni e allora non potevo dire no a un masala chai sulla terrazza, poi c'era il problema dell'organizzazione del viaggio a Orchha e nel frattempo ho ordinato da mangiare. C'è da dire che il massaggiatore ayurvedico nella sua smania di autopubblicizzarsi si era fissato che doveva darmi un saggio dei suoi trattamenti scegliendo alcune parti del mio corpo, anche se indossavo molteplici strati di abiti e stavo pure cercando di bere il tè. Come se non bastasse, Manoji mi ha portato a vedere l'orto per dimostrare che tutti i loro prodotti sono a chilometro zero, anche se non ha usato esattamente queste parole (comunque i prodotti sono spinaci, patate, cavolfiori, limoni, papaia, pomodori eccetera). Finché sono arrivata ai templi ormai era tardi e nel frattempo si è presentato Romeo che anche lui mi voleva organizzare il viaggio a Orchha e poi tanti altri che non facevano altro che proporre qualunque cosa: vestiti cartoline visite guidate marijuana whisky tuctuc motorbike cerimonie gioielli cammelli... E purtroppo nella confusione generale ho pagato quasi 10 euro per vedere un inutile spettacolo di luci ai templi con sottofondo parlato e cantato, una specie di leggenda bollywoodiana di come sono stati costruiti i templi, che comunque erano lontani dalle sedie e i famosi bassorilievi erotici non si vedevano. E faceva così freddo e lo spettacolo era così insulso che me ne sono andata prima. Quando sono arrivata all'hotel tutti i tizi che ci lavorano stavano seduti nel cortile a scaldarsi intorno al braciere ed erano tutti d'accordo con me che quello spettacolo era insulso.

Questi giovanotti che si riscaldano col braciere sono tanti e lavorano tutti in qualche modo nell'hotel. Il loro salario se non ho capito male non supera gli ottanta euro mensili e io lo so benissimo che sono una privilegiata che posso comprare un volo per New Delhi mentre loro non possono comprarne uno per Roma. Dunque è abbastanza logico che devo spendere più di loro per comprare la stessa cosa, anche perché ho appena speso circa dieci euro, ossia un ottavo del loro stipendio, per guardare uno spettacolo totalmente inutile.
La maggior parte di loro proviene da qualche villaggio nei paraggi, ha studiato poco e niente e parla un inglese approssimativo. Uno però studia all'università e parla inglese molto meglio e mi dice che anche lui ha viaggiato, ha viaggiato in tantissimi posti dell'India perché il treno costa poco, ma non il treno che prendo io. Questo treno che costa poco a me non lo consiglia proprio perché dovrei stare schiacciata come una sardina per quanto è affollato e poi devo tenermi abbracciato il mio bagaglio se non voglio che mi venga sottratto.

Per effettuare i lunghi spostamenti via terra in India, è notoriamente sconsigliabile affittare un'auto e l'opzione più comoda (e anche più costosa, ma sempre commisurata ai bassi standard di prezzi indiani) resta sempre quella di prendere una macchina con autista.
Sulla perizia dello stesso, bisogna affidarsi alla fortuna, o a scelta al ricco pantheon di divinità locali. Anche fuori dalle grandi città infatti il traffico può essere caotico: prima di tutto, le strette corsie di molte strade interurbane sono affollate da lentissimi camion stracarichi, e più o meno tutti gli autisti si dedicano a sorpassi banditeschi. Il concetto di karma tanto in voga tra gli induisti non depone a favore della prudenza: Se tutto è già stato deciso in alto − è più o meno ciò che pensa un guidatore indiano tipo − cosa cambia se effettuo questo sorpasso criminale oppure no?
Poi c'è un'ulteriore complicazione: i dossi artificiali. Questi veri e propri muretti teoricamente sono stati disseminati in tutto il subcontinente per ridurre la velocità media, ma nella pratica le cose vanno diversamente: l'uomo al volante corre lo stesso, ma in prossimità del dosso frena, più o meno bruscamente a seconda di quanto tempo prima se ne accorge. 
Nel tempo molte strade indiane sono diventate a pedaggio e sono disseminate di caselli generalmente antidiluviani che, minimo ogni ora, estorcono l'equivalente di circa un euro. Uno si immagina che con questi prezzi esosi ci si trovi quanto meno a percorrere una specie di autostrada, ma purtroppo ciò non corrisponde alla realtà visto che spesso e volentieri mucche, pedoni e altri eventuali esseri viventi attraversano la strada non perfettamente asfaltata e priva di barriere o guard rail.
Insomma, non è un caso se l'India consolida con orgoglio il record mondiale di incidenti mortali, battendo addirittura la Cina. In casi estremi, è opportuno rivolgersi al dio Ganesh o Hanuman d'ordinanza che staziona sul cruscotto.

Comunque, per assistere alle assurdità della guida indiana non è detto che si debba stare su un mezzo: si può verificare, con meno ansia, anche camminando a piedi. Ad esempio bisogna osservare con molta attenzione i passaggi a livello oppure le strettoie: tutti i mezzi di locomozione (auto, camion, moto, biciclette, tre ruote ecc.) si accatasteranno creando una nuvola nera di fumo puzzolente, assordante di clacson impazziti. Se poi quelle strade o ponti prevedono − Dio non voglia! − il senso unico alternato, i vigili fischieranno a lungo per far capire che adesso tocca a quelli che vengono da destra: nessuno li degnerà della benché minima attenzione, e anche quelli di sinistra passeranno come se niente fosse. Peccato che poi, com'è ovvio, prenderà corpo un ingorgo inestricabile, dal quale tutti impiegheranno diverse decine di minuti per venir fuori.

Per spostarmi da Khajuraho mi presentano questo driver che deve tornare ad Agra in serata. Per lunghi tratti percorriamo con esasperante lentezza un'infame pista che corre parallela alla nuova strada in costruzione, dunque la prevista sosta ad Orchha salta per motivi di tempo. Nonostante le lunghe mezz'ore di snervante contrattazione con Rajiv, ossia l'uomo baffuto al volante, la richiesta economica per una vettura con autista per una settimana in Rajasthan è spropositata e non la prendo in considerazione, e d’altra parte anche il “passaggio” odierno non è regalato, senza contare la mancia e i consigli non certo disinteressati di hotel e ristorante. Siccome però ho sempre il problema di raggiungere Jaipur, il giorno dopo sono costretta ad accettare i servigi di un amico di Rajiv (da cui quest'ultimo si prende naturalmente un’ulteriore percentuale), uno strano figuro con occhiali Rayban e capelli impomatati, il quale − dopo esserci scambiati il numero − comincia a mandarmi sue foto vestito da marajah.

A dire la verità io il Taj Mahal, una delle non so quante meraviglie del mondo, avevo deciso di evitarlo, anche perché anni fa avevo visitato il mini Taj Mahal di Aurangabad che in effetti non era tanto piccolo. Poi si sa come sono queste località dove hanno sede delle meraviglie mondiali e niente altro, tanto più se sono in India, attirano tanta marmaglia speranzosa di approfittare delle briciole del business e le strade si riempiono di procacciatori, venditori di souvenir e ingegnosi turlupinatori. Che poi uno fa fatica a immaginare che intorno al famoso bianchissimo splendente complesso del Taj Mahal ci sia il solito troiaio indiano di clacson, spazzatura, sputi di pan, venditori di cose fritte, mercatini improvvisati al buio, scimmie, mucche, cani. Comunque anche se non tanto ci volevo andare, poi visto che invece che a Orchha ero stata trasportata ad Agra, va bene l’anticonformismo ma fino a un certo punto.
In ogni caso, per la cronaca, se sei straniero il biglietto ti costa intorno ai diciannove euro, se sei indiano circa tre euro. Nel biglietto sono inclusi i copriscarpe ecologici per entrare nel mausoleo e una bottiglietta d'acqua per affrontare il gran caldo, che però oggi non c'è, infatti il 31 dicembre alle 8 di mattina c'erano 3 gradi e il cielo era bianco sporco e devo dire la verità mi era piaciuto di più il mini Taj Mahal di Aurangabad che era dotato di cielo azzurro e che poi tanto mini non mi era sembrato.

Rajasthan

Un europeo interrogato al suo ritorno dalle Indie, non esita e risponde: "Ho visto Madras, ho visto questo, ho visto quello!" E invece no, egli è stato visto molto più di quanto non abbia visto. 
(Henri Michaux, "Un barbaro in Asia")

Il 2020 inizia puntualmente a mezzanotte mentre me ne sto su una terrazza di Jaipur a ballare musica dance indiana. A dire il vero mi ero già rassegnata ad andare a letto presto poiché in India non lo festeggiano tanto l'ultimo dell'anno, ma poi mentre stavo giù in strada a fumare ho sentito chiaramente della musica ad alto volume provenire dall'alto, allora mi sono consultata con un venditore di verdure che mi ha detto che c'era un party. L'ingresso costava 1500 rupie, che poi sarebbe una discreta somma, per fortuna lui era amico del receptionist così mi ha accompagnato all'ingresso e me lo ha presentato. Ed ecco come mai mi sono ritrovata su questa bella terrazza a sentire il concerto e poi addirittura a ballare su una pedana. E comunque non saprò mai se era vero che l'ingresso costava l'equivalente di quasi venti euro.

Jaipur, se cammini nel centro storico, non fai fatica a capire perché la chiamano la città rosa. Il Palazzo dei venti sarebbe la prima meta della giornata ma ci metto un sacco di tempo ad arrivarci perché lungo la strada ci sono un'infinità di negozi, commercianti che attaccano bottone, imprevisti cortili scrostati, scimmie che fanno i dispetti e poi incontro Sharik che è piuttosto figo con i capelli lunghi, la barba nera, gli occhi iraniani e le mani piene di anelli. Sharik mi aggancia con una parlantina da consumato attore, parla un po' italiano, un po' spagnolo e soprattutto portoghese perché a quanto pare è di casa a Rio de Janeiro, dove tra le altre cose fa l'insegnante di yoga. Il suo vero lavoro sarebbe vendere gioielli in un negozio lì vicino, di proprietà della sua famiglia da generazioni, ma siccome capisce ben presto che non riuscirà mai a convincermi ad acquistare nessun costoso monile, mi porta sul terrazzo a vedere la città dall'alto. In primo piano svetta proprio il famoso palazzo dei venti, che si chiama ufficialmente Hawa Mahal, e che poi sarebbe una facciata di cinque piani, realizzata in arenaria color salmone, con più di novecento piccole finestre che dovevano consentire alle signore reali di osservare la strada senza essere viste, ma anche a far circolare un flusso di aria fresca molto gradito in questa città in genere così calda.

Il sole splende e le temperature sono lievemente più miti, così con l'umore risollevato, dopo aver salutato Sharik, mi dirigo verso il City Palace. Anche in questo caso tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Una decina di minuti li spendo in una via popolare tra capre vestite, bambini stracciati e giovanotti in moto con cui chiacchierare. Poi proprio quando sarebbe ora di pranzo, come per magia si presenta un classico imbucamento indiano. Questa volta non si tratta di un matrimonio, a cui ho già partecipato due volte in India, ma di un pranzo in un tempio. Ci sono eleganti camerieri in livrea che servono vassoi dorati e li riempiono di tutta una serie di squisite polpette fritte e mestolate di intingoli caldi intinte in secchi di metallo, di diversi livelli di piccantezza, il tutto servito su questi microtavolini rasoterra ricoperti di tessuto. Il cortile del tempio è addobbato con palloncini e ghirlande di fiori e tutti sono gentilissimi con me e la cosa più fantastica (dopo la presenza dei gelatini kulfy) è stato scoprire che il cibo era stato preventivamente benedetto. Insomma l'anno inizia sotto i migliori auspici.
Finalmente sono arrivata al City Palace, che sarebbe un complesso di palazzi monumentali, un tempo sede del maharaja. Il palazzo del Chandra Mahal ospita un museo, ma in buona parte è tuttora una residenza reale e si può visitare pagando l'equivalente di cinquanta euro, che sembrano tanti ma poi non lo sembrano tanto se si pensa che si può avere il privilegio di incontrare la discendente del maharaja in persona e poi nel biglietto è incluso il tè. Visitando la vasta schiera di cortili, giardini ed edifici si incontrano tanti maggiordomi con bellissimi baffi i quali si fanno fotografare con i turisti ma poi vogliono i soldi. 

Il paradiso delle spezie è situato nel budello rumoroso del centro storico di Jodhpur. Sulla strada da un lato si apre il classico negozietto bancarellato che vende prodotti di drogheria e legumi e cereali a peso, accanto si entra nel locale vero e proprio che poi è anche l'ingresso dell'abitazione. Fino a 15 anni fa qui nella città indaco non c'erano tanti hotel ristoranti e negozi per turisti, mentre oggi ad esempio questo commerciante propone anche lezioni di cucina. Nel nostro caso ha deciso di insegnarci a preparare il masala chai, ossia versa in un pentolino mezzo litro di latte in busta, poi due cucchiaini di tè e infine mezzo cucchiaino di masala che sarebbe una miscela di cardamomo, cannella, pepe eccetera. La mistura va fatta bollire 5 volte e poi filtrata prima di essere versata nelle tazze. Mentre mette lo zucchero nel chai il tizio afferma che è la prima volta in 47 anni di vita che a Jodhpur la temperatura scende a 4 gradi.
In casa oltre all'anziana madre (che ha 88 anni e campeggia seduta su una brandina al centro del locale) e alla moglie (che ora è fuori città per commissioni) ci abita anche la famiglia di uno dei suoi fratelli. Il nipote quattordicenne è appena tornato dal doposcuola, infatti frequenta una scuola privata molto severa e poiché stava incontrando alcune difficoltà gli hanno caldamente raccomandato di avvalersi di lezioni private pomeridiane. Il sistema scolastico pubblico a detta di tutti fa schifo, infatti i professori nella maggior parte dei casi sono più interessati al generoso stipendio, cioè al posto fisso, piuttosto che alla formazione delle giovani menti indiane.
Comunque alla fine il masala e il tè nonostante l'accattivante dimostrazione non li ho comprati perché si sarebbero aggiunti agli altri ettogrammi di tè caffè e spezie comprati negli ultimi anni in vari paesi del mondo e mai usati.

Il forte di Jodhpur è uno dei monumenti più belli di tutto il Rajasthan. Torreggia imponente su un massiccio roccioso dello stesso colore rosso bruciato e fa da corona al disordinato ammasso di case che costituiscono il centro storico di Jodhpur. All'interno dei suoi confini ci sono diversi bellissimi palazzi, bar, ristoranti, templi e un museo dove sono esposti cimeli storici come palanchini reali, sedili da elefanti, dipinti, armi, armature, turbanti eccetera. Un tempo dai suoi parapetti si poteva osservare un bel panorama sulla città, ma purtroppo oggi l'accesso all'area dei bastioni è limitato a causa di un selfie fatale avvenuto nel 2016. Bisogna sapere che l'India detiene il record mondiale di "killfie", ossia di persone morte perché stavano in posa davanti a un treno in arrivo, su una barca che si è rovesciata, sul ciglio di un burrone, sulla sponda di un fiume oppure nei paraggi di animali selvaggi o incendi. Per questo le istituzioni hanno dovuto istituire delle aree dove i selfie sono proibiti e infatti, in corrispondenza delle attrazioni turistiche, sono stati posizionati cartelli che vietano o scoraggiano la pratica.

In India i turisti stranieri provano facilmente l'ebbrezza di sentirsi una celebrità perché prima o poi qualcuno sicuramente gli chiederà con voce emozionata di scattare una foto insieme. La faccenda potrebbe rubare poco tempo solo nel caso in cui decidano di fare una foto di gruppo, altrimenti il turista deve stare in posa a lungo, per dare il tempo a ognuno di loro di avere la sua foto personale. I più timidi fotografano facendo finta di inquadrare il paesaggio, i più ingegnosi si fanno un selfie con lo straniero sullo sfondo, i più inquietanti gli mettono il proprio neonato in braccio prima di scattare.
L'entusiasmo e l'emozione sincera che provano gli indiani nei confronti degli stranieri sono quasi imbarazzanti ma la cosa curiosa è che, nonostante questa evidente ammirazione, poi per il resto loro continuano a vestirsi con i loro sari e i loro pajama kurta e le loro sciarpine e i loro parei quadrettati, e continuano a ballare i loro balli, e leggersi i loro autori di letteratura, e guardarsi beatamente i loro film, senza mostrare quella permeabilità all'influenza culturale occidentale che si può vedere in altri Paesi.

È giunto infine il momento di compiere un’escursione nei dintorni di Jodhpur per conoscere un pezzettino di deserto e magari qualche villaggio della comunità Bishnoi. Questi seguaci di Vishnu sono famosi per il loro ambientalismo, infatti gli è vietato uccidere animali, abbattere alberi e usare la legna per le pire (ecco perché, a differenza degli hindu, seppelliscono i morti). E questi sono solo alcuni dei 29 precetti che sono tenuti a seguire e che hanno come fine la protezione della natura.
Per compiere questa gita, che mi avrebbe portato anche ad Osian e al suo famoso Mata Temple, il manager della bella residenza storica dove alloggio nel centro di Jodhpur mi propone un pacchetto piuttosto esoso. Se in cambio avessi avuto un servizio efficiente, avrei anche sorvolato sulla richiesta economica, ma così non è stato. Intanto un sacco di tempo lo abbiamo passato con le mani in mano nel cortile sabbioso dell’abitazione del losco figuro che si spacciava per organizzatore di gite e che stava sempre al telefono senza degnarmi di attenzione. Poi mi hanno condotta in una miserrima abitazione dove ho dovuto guardare con finta ammirazione un rudimentale telaio in azione, che sicuramente non viene usato da decenni, a giudicare da quanto il mezzo tappeto era scolorito dal sole. Il laboratorio di ceramica non è stato possibile vederlo perché, non si è capito chi, era morto proprio quel giorno. Il panorama che mi è stato venduto come imperdibile non era altro che una duna poco elevata, dove si sono materializzati due bambini che hanno canticchiato una canzoncina pretendendo dei soldi che non gli ho dato. In merito al fantomatico villaggio Bishnoi, poi, a parte che era solo una casa e non un villaggio, gli uomini non indossavano turbanti bianchi, le donne non vestivano di rosso, né portavano la dupatta con il bordo verde, non c’era traccia dei tanti animali che pascolano liberamente e ovviamente non sono stata accolta dalla cerimonia dell’oppio rituale. Devo solo capire se gli occhi truccati della bambina e l’anello al naso della nonna facevano parte della messinscena oppure erano originali. In pratica, a parte il tempio di Osian, l’unica iniziativa interessante di tutta la giornata è stata la visita ad una scuola, che comunque è avvenuta solo perché gliel’ho proposto io.
Ma non è finita qui: la mia richiesta era di non tornare a Jodhpur, bensì proseguire in direzione Jaisalmer, dove avrei trascorso la notte. No problem. Secondo quell’incompetente del manager, l’autista mi avrebbe lasciato a Phalodi dove avrei facilmente trovato un autobus diretto a Jaisalmer. In realtà, raggiunta la stazione degli autobus di Phalodi ho scoperto che di autobus per Jaisalmer non ce ne stavano proprio, e meno male che l’autista non se ne era andato. È seguita una non molto simpatica conversazione telefonica con il manager, il quale - a quanto pare - ha obbligato l’autista ad accompagnarmi alla mia destinazione, costringendolo tra l’altro a dormire fuori e tutto questo probabilmente senza dargli una rupia in più rispetto a quanto pattuito tra di loro.

Jaisalmer è la città più occidentale del Rajasthan, oltre la quale si estende il deserto del Thar fino al confine con il Pakistan. La cosiddetta città dorata, tutta realizzata in pietra arenaria, è la mia ultima tappa prima di tornare a Delhi. La zona più suggestiva dove alloggiare è il centro storico, rinchiuso dentro le mura del forte, anche se i meravigliosi palazzi antichi non sono propriamente un sinonimo di comfort, soprattutto in questa stagione così fredda.
Per qualche insondabile ragione la maggioranza dei ristoranti qui presenti vanta un menu italo-indiano; in uno di questi consumo la cena a base di spaghetti al pomodoro e origano. Il titolare è un imponente e distinto signore, naturalmente munito di baffi, che si mette a mia disposizione per qualunque cosa di cui potrei avere bisogno: treni, aerei, auto, guide ecc. Quando gli spiego la mia diffidenza raccontandogli la spiacevole esperienza che mi è toccata a Jodhpur, dove mi hanno organizzato una gita costosissima, inutile e logisticamente difettosa, lui annuisce comprensivo.
Il mio nuovo amico, oltre a conoscere perfettamente la storia e la cultura del Rajasthan, sa leggere la mano, ma non devo preoccuparmi: mi dirà soltanto cose positive e utili ad affrontare meglio la vita. Quindi con la mia mano nella sua prova a lungo a trovare un punto debole, tenta col lavoro, con l'amore, con la salute ma niente. Allora la butta sul sesso, forse sperando che io gli racconti qualche dettaglio piccante, o addirittura che gli confessi che sto cercando un maschione rajastano baffuto proprio a Jaisalmer. Quando comincia a parlare degli effetti positivi delle gemme (alcune delle quali incastonate nei suoi molti anelli) purtroppo sono costretta a confessargli che non credo affatto al loro potere e anzi non nutro alcun interesse nei confronti dei gioielli in generale. E insomma ci è voluta una buona oretta e mezza ma alla fine ho capito dove voleva andare a parare.

Molti indiani si arrangiano come possono e riescono ad essere piuttosto scaltri nelle loro piccole truffe ai danni dei turisti, ma sono pur sempre asiatici, dunque raramente hanno quell'atteggiamento selvaggio che potrebbero avere chessò gli italiani o i brasiliani. Al massimo possono estorcerti un po' di rupie più del dovuto per l'affitto di un auto con conducente o per una cena al ristorante da loro consigliato, oppure riescono a convincerti a fare una donazione o beneficenza inesistente o ad acquistare appunto gioielli, tappeti, oggetti di finto marmo o altro, ma a quanto pare le vittime principali non siamo noi turisti occidentali, bensì gli indiani non residenti. Costoro, mi è stato raccontato, quando tornano nella loro terra natia sono così inebriati dal loro status di ricchi, che di fronte a qualunque cifra non battono ciglio e anzi preferiscono comprare l'oggetto che costa di più pure se vale di meno.

I treni ce li hanno portati gli inglesi, dice il padrone di casa seduto su un gradino nel gelido atrio del meraviglioso palazzo di famiglia. Anche lui è intabarrato in una sciarpa alla maniera indiana, che gira intorno al mento e viene poi allacciata sulla cima della testa, che sembra che abbiano tutti il mal di denti. E poi sopra si è messo pure un cappello di peluche. Le strade ce le hanno portate gli inglesi, aggiunge. Il governo, la democrazia, le coltivazioni di tè, gli ospedali, le scuole, in pratica la civiltà ce l'hanno portata gli inglesi e se non fosse per loro adesso saremmo ancora una società primitiva. Certo gli inglesi queste cose ce le hanno portate molto tempo fa e oggi a volte sono anacronistiche, ma o prendere o lasciare. Terminata la lettura dei giornali, prepara la sua personale ricetta del masala chai (che lui fa solo con zenzero, pepe e cardamomo) e resta in canottiera per lavarsi e farsi la barba al lavandino che sta nell'atrio.

Essendo il mio programma di viaggio abbastanza improvvisato, non avevo acquistato in anticipo il volo interno da Jaisalmer a New Delhi; all’ultimo momento dunque i prezzi erano schizzati alle stelle e l’unica opzione a buon mercato per tornare nella capitale - se non volevo farmi dissanguare da un ennesimo autista - rimaneva il treno. In realtà, pur essendo il mio terzo viaggio in India, non avevo mai preso un treno indiano ed ero curiosa di fare questa nuova esperienza. Poiché le carrozze dotate di riscaldamento erano tutte prenotate, sono stata costretta ad acquistare un biglietto per la carrozza “no AC”, dotata di ventilatori che nella stagione in questione non erano di alcuna utilità. Come mi è stato consigliato, prima della partenza sono andata a comprare una coperta pesante ma economica e qualcosa da mangiare, anche se poi di occasioni per comprare del cibo ce ne stavano quante ne volevi, anche perché su 19 ore di viaggio circa la metà del tempo il treno sta fermo, specialmente nelle stazioni.
Queste cuccette non sono dotate di cuscino ma risultano mediamente comode, la coperta ha una sua indubbia utilità anche perché le porte rimangono spalancate tutto il tempo. La postazione “upper bed” inoltre è strategica perché ti consente di osservare dall’alto tutto ciò che avviene nella carrozza, senza che nessuno ti utilizzi come scalino o peggio ancora si sieda su una parte del tuo letto. Quello che avviene nel treno è comunque che la gente sale e scende, qualcuno gioca a carte, qualcuno si mette subito a dormire, qualcuno mangia, molti scendono appena il treno si ferma e come me alla fine passano più tempo fuori dal treno che dentro.

In ogni caso, non c'è paragone con il terrificante autobus notturno che avevo preso nell’India del Sud. I cosiddetti sleeper seats, in luogo del sonno ristoratore promesso dal nome, consistevano in una sorta di letto a castello "matrimoniale", dotato di materassini plasticosi sottilissimi e privo di cuscino e coperte, da spartire con un occasionale compagno di viaggio (che poteva pure rivelarsi un mastodontico occidentale di cento chili per un metro e novanta di altezza, oppure una mamma con bambino di 3 anni che ne dimostrava 9). Inoltre sin dalle 6 di sera il bus era completamente buio, gli ammortizzatori erano sfondati e così sdraiata nel loculo era impossibile guardare fuori.