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Cugini per scherzo

Macinando chilometri tra Senegal e Gambia

Il territorio del Senegal sembra un volto di profilo affacciato sull'oceano Atlantico. Il naso è molto appuntito e corrisponde alla penisola sulla quale sorge Dakar, da cui comincia il nostro itinerario. Arrampicandosi lungo il naso si arriva alla fronte (Saint-Louis), che percorriamo solo per un pezzettino, fino al confine con la Mauritania. La parte superiore della testa, delimitata dal fiume Senegal, è completamente calva, così la abbandoniamo subito per dirigerci verso la guancia (Touba) e poi con decisione puntiamo all'orecchio, nascosto da una savana di capelli sempre più fitti. Da Tambacounda attraversando la foresta di Niokolo-Koba raggiungiamo la remota regione di Kédougou, il codino del paese. A questo punto percorriamo tutta la mascella volitiva del Senegal (che corrisponde alla Casamance), ricoperta di folta barba verde, fino al mento: qui sorge Cap Skirring da dove anche noi possiamo affacciarci sull'oceano. La bocca è aperta, con il Gambia che interpreta il ruolo delle labbra, separate dal fiume omonimo. Ci impieghiamo un bel po' per oltrepassarlo (sembra che ci voglia mangiare) e raggiungere i baffi. Qui troviamo il delta del Sine Saloum e le altre belle località rivierasche della Petite Côte che ci conducono dritti dritti alle narici. Da queste parti, dopo 15 giorni di solletico, un grosso starnuto ci fa decollare verso l'Italia.

Casi esemplari di turismo in Africa

Per la serie dei casi esemplari di turismo in Africa, un quadro della situazione da queste parti ci sta bene. Il turista rosso come un gambero di sole africano va a vedere il museo degli schiavi sull'isola di Gorée, magari è anche contento che non esista più la tratta degli schiavi, ma poi uscendo incontra uno come Zorro che lo intontisce con la sua tiritera fissa finché non gli cava due palanche di tasca, mentre qui sulla spiaggia i bianchi si comprano i neri, e vedi lo sciancato con il negretto, l'anziana europea col giovane africano, tutte le promiscuità a pagamento in pronta offerta. Niente scappa al traffico di carne umana tra bianchi e neri, ma io sono rimasto a corto di giudizi morali.
(Gianni Celati, “Avventure in Africa”)

Tra i motivi per cui il Senegal è diventato un’ambita meta di viaggio figurano le graziose spiagge, un bel po’ di santuari della natura e un popolo universalmente noto per la gioia di vivere e l’ospitalità (che in wolof si dice “teranga” ed è diventato un claim turistico). Inoltre è un Paese a maggioranza musulmana, ma laico, e ha una situazione politica tranquilla, a differenza degli stati confinanti dove sussistono instabilità e disordini. Un altro non disprezzabile aspetto che attira i viaggiatori europei è il clima: a queste latitudini non esiste un vero e proprio inverno, benché, a fine dicembre, lungo la costa atlantica le temperature possano scendere anche sotto i 15 gradi.

La sera della vigilia di Natale a Dakar è un piacere assaporare un appetitoso thiof grigliato, accompagnato da una fresca Gazelle, in questo ristorante affacciato sulla ventilata spiaggia di N'GOR. Ci troviamo a meno di un chilometro dal punto più occidentale di tutta l’Africa, mentre a est il PHARE DES MAMELLES illumina a intermittenza il mare. Negli eleganti condomìni affacciati sull’oceano risiedono parecchi ricconi, tra i quali si celano alcuni ex dittatori esiliati da altri stati africani.
Sebbene i cristiani rappresentino soltanto il 6% della popolazione, a mezzanotte in punto la nascita di Gesù bambino viene festeggiata con fuochi d’artificio presso il MONUMENTO ALL’AFRICA RENAISSANCE che svetta, investito da fasci di luce cangiante, dalle due "mammelle" di Dakar.
Ai piedi di questa gigantesca statua, dedicata a tutti coloro i quali hanno sacrificato la loro libertà o la loro stessa vita per la rinascita dell’Africa, ci saliamo la mattina dopo per dare un primo sguardo alla città. Sotto di noi scorre la “corniche”, con la sua lunga spiaggia piena di attrezzi ginnici, gentile omaggio dell’ambasciata e di alcune imprese cinesi.

Naturalmente quasi nessuno dei turisti atterrati a Dakar si perde l’isola di Gorée, patrimonio mondiale Unesco, raggiungibile con un efficiente traghetto. Questo tranquillo posticino in mezzo al mare si presenta oggi come un vacanziero agglomerato di case e ville colorate in stile coloniale, macchie di bouganville e palme; le stradine sabbiose sono invase da originali opere d’arte basate sull’antica arte del riuso e i ristorantini e le bancarelle propongono al visitatore neoarrivato le tipiche pietanze senegalesi come il pollo o il pesce yassa, e bevande come il bissap (karkadè), il bouye (succo di baobab) e soprattutto il caffè touba, molto corroborante grazie al pepe e ai chiodi di garofano con cui è miscelato. Per fortuna è possibile farsi servire ovunque una fresca birretta, visto che qui non praticano quella tipica ipocrisia islamica per cui in pubblico non bevono e poi si sfondano quando nessuno li vede.
Nel 1500 l’isola costituì il primo insediamento stabile degli europei: i portoghesi compravano gli schiavi dai Wolof e questo commercio andò avanti come se niente fosse anche quando l’isola passò agli olandesi e poi ai francesi. La MAISON DES ESCLAVES sta qui proprio per ricordarci dei milioni di abitanti giovani e aitanti, rapiti, legati ai ceppi esposti qui nelle bacheche del museo e portati con la forza a lavorare nelle Americhe. Nelle celle visitabili tra queste infauste mura hanno transitato molti di loro in attesa della partenza.

Lasciata l’isola, tutti i turisti si spostano al lago Retba o Lac Rose, così chiamato per il colore delle sue acque ad alta concentrazione salina, abitate da particolari alghe che producono un pigmento rosso tenue. Qui solitamente incontrano le donne e gli uomini intenti a raccogliere il sale e scoprono che il lago non è così rosa come alcune foto vorrebbero far credere loro. Il giorno di Natale nel tardo pomeriggio non c’è nessuno al lavoro e i sacchi e le barchette di legno colorato sono abbandonati tra i cumuli di sale. Il nostro rally in 4x4 è lo stesso abbastanza dilettevole: prima si circumnaviga il lago (dotato di alcune effettive sfumature rosacee) e poi, sobbalzando allegramente sulle dune, si raggiunge con grande entusiasmo la spiaggia, sconfinata e ventilatissima, che dovrebbe coincidere con l'ultima tappa della Parigi-Dakar. Nei dintorni ci sono dei graziosi lodge, qualche macilento dromedario è disponibile per portare i turisti a passeggio e nei ristoranti organizzano volentieri spettacoli di danze acrobatiche indigene.

Kayar è uno dei pochi insediamenti presenti sulla “costa grande”, il tratto di spiaggia sabbiosa che va dalla penisola di Cap Vert a St-Louis. Il fascino di questa meta risiede nella spiaggia dei pescatori, brulicante di uomini che fanno la spola con le innumerevoli piroghe colorate e donne che li attendono per poi vendere il pesce, accatastato sulla sabbia in imponenti montagnette argentee. Il colpo d’occhio è mozzafiato per gli abiti colorati delle donne, per le imbarcazioni e i carretti tradizionali vivacemente dipinti, per l’abbigliamento dei pescatori (dotati di stivaloni di gomma e tute cerate) e degli staffettisti, che corrono avanti e dietro con pesanti cassette piene di pesce poggiate su curiosi copricapi imbottiti. In Senegal la pesca artigianale costituisce uno dei maggiori settori di impiego del paese e contribuisce in maniera rilevante alle esportazioni, oltre a fornire un considerevole apporto di calorie per la popolazione. D’altra parte il nome stesso dello stato deriva dal termine wolof “sunugaal”, che significa “nostra piroga”.
Nei pressi della spiaggia si svolge il consueto tran tran. C'è un topo, ad esempio, che avendo provato a invadere l’intimità di una piccola abitazione era stato bastonato e abbandonato davanti all’uscio dall’anziano che ci vive. Dopo qualche minuto però si scopre che i colpi lo avevano solo intontito ma non ucciso, infatti il roditore lentamente si rialza e prova a introdursi nuovamente nella casetta; a quel punto il vecchio lo pesta con molta più veemenza, poi prende il cadavere per la coda e lo porta lontano.

Al monastero di Keur Moussa ogni giorno alle 11 e un quarto viene celebrata la messa conventuale, che i visitatori stranieri si sorbiscono allo scopo precipuo di ascoltare le canzoni liturgiche alla fine, accompagnate dagli strumenti locali come il balafon e soprattutto la kora; poi, eventualmente, acquistano i genuini prodotti venduti dai monaci. La tappa successiva è la Manifattura Senegalese di Arti Decorative di Thiès, l’unica fabbrica di arazzi di tutta l’Africa Occidentale, fondata nel 1966 dal primo Presidente del Senegal, Senghor. La prima fase di lavorazione consiste nel riprodurre a matita su carta i disegni originali, realizzati da artisti senegalesi; quindi l’equipe prepara i fili colorati di lana trattata, proveniente da Belgio e Francia, e infine nel laboratorio di tessitura una squadra specializzata nell’uso del telaio realizza l’arazzo. Tutto questo procedimento ci viene spiegato e mostrato nei minimi particolari, per ore, manco poi dovessimo crearli noi gli arazzi. E comunque, visti i prezzi, soltanto prestigiose istituzioni pubbliche o abbienti privati possono permettersi di acquistarli. 

Il deserto di Lompoul viene venduto dal marketing turistico come un luogo ideale per ammirare tramonti infuocati, passare una notte a guardare le stelle e addormentarsi abbracciati avvolti dal silenzio dei campi tendati. In realtà l’occhio più esperto si accorge che non si tratta propriamente di un deserto bensì di un pezzo di savana particolarmente arida, dove c’è un gruppo di dune alte poche decine di metri: qui hanno intelligentemente piazzato alcuni eleganti campi tendati in stile mauritano (con gabinetti in ceramica poggiati sulla sabbia, acqua corrente e wifi), proponendo per cena grandi piatti di cous-cous seguiti da show di percussioni tribali, cercando tra l'altro di applicare tutti gli standard del turismo sostenibile. Se a ciò si aggiungono i su e giù in jeep, i suggestivi falò e alcuni flemmatici dromedari nessuno si accorge della differenza. 

St-Louis è la città più settentrionale del paese e sorge con una conformazione originalissima sulla foce del fiume Senegal. Nel Seicento fu il primo insediamento coloniale francese in Africa ed è poi stata la capitale del Senegal fino al 1957. Il suo centro storico dalla pianta a scacchiera è ancora oggi caratterizzato dall’architettura coloniale, rintracciabile ad esempio nelle antiche palazzine con cancellate in ferro battuto, balconi in legno e verande. Il suo simbolo più famoso è il ponte mobile Faidherbe che collega l’isola su cui sorge la città vecchia alla terraferma: progettato da Eiffel in Europa originariamente per attraversare il Danubio, fu poi smontato e trasportato qui a pezzi nel 1897. Proseguendo idealmente sulla stessa linea del ponte si raggiunge l’altro ramo del fiume Senegal, che separa l’isola dalla Langue de Barbarie, una penisola sabbiosa stretta e lunga affacciata sull'Atlantico. In questa zona protetta dalle correnti oceaniche sono parcheggiate una moltitudine di barche colorate che fanno un grazioso effetto nella caligine del pomeriggio (a patto che non si guardino i cumuli di rifiuti). 
Percorso l’altro ponte e raggiunta la "lingua", si entra in un mondo più caotico, dove al posto delle carrozze turistiche e degli atelier d’arte si viene circondati da una discarica a cielo aperto. Si tratta del cosiddetto quartiere africano, abitato da una comunità di pescatori detta Guet N'Dar. Nei paraggi si trova un originale cimitero musulmano, dove su ciascuna tomba è drappeggiata la rete da pesca dell'occupante. Se si proseguisse ancora verso sud si arriverebbe al Parc National de la Langue de Barbarie, che ospita numerose specie di uccelli acquatici, ma noi ci fermiamo per la cena e la notte in uno dei tanti hotel con piscina che sorgono vicino alla spiaggia. Qui ci viene preparato il Thieboudienne, il piatto nazionale senegalese, originario proprio di Saint-Louis: si tratta di una pietanza a base di riso, pesce e varie verdure così speziata e piccante che non riesco neanche a finirla, anche perché mi stava salendo una febbre di cui non ho mai capito l'origine e che è durata fino al pomeriggio successivo. E comunque la cosa peggiore di St-Louis è stato scoprire che per soli due giorni ci siamo persi il concerto di Youssou N'Dour.

A nord di Saint Louis si estende il Parco Nazionale degli uccelli di Djoudj, una zona umida di 16mila ettari sul delta del Senegal, il fiume che a questo punto sta per raggiungere l’oceano dopo aver segnato l’intero confine con la Mauritania. A causa del gran numero di toubab (bianchi) convenuti fin qui per compiere il giro in barca, l’attesa è lunghissima ma per fortuna ben ripagata: oltre ai classici cormorani, aironi e spatole africane, le imbarcazioni infatti vengono letteralmente sovrastate da miriadi di giganteschi pellicani bianchi, che non avevo mai visto in così gran numero e soprattutto così da vicino. Uno spettacolo indimenticabile.

L’ultima attrazione del circuito turistico della grande côte è Touba, la città santa dei murid, una delle confraternite islamiche più diffuse in Senegal. La grande moschea è particolarmente imponente con i suoi pregiati marmi e le ricche decorazioni in argento, oro e cristallo, e accoglie milioni di fedeli che provengono da tutto il Senegal, in particolare per la celebrazione del Magal. Qui è sepolto infatti il celebre Cheikh Ahmadou Bamba, fondatore della confraternita, e vi risiedono la maggior parte dei marabout, leader religiosi dell'Islam senegalese, venerati come santi viventi. 
In città le donne sono vestite dalla testa ai piedi, bar, ristoranti e alberghi non esistono ed è vietato fumare; dunque non vediamo l'ora di raggiungere il primo autogrill fuori città per accenderci una sigaretta. Tra l'altro all'uscita i dignitari della moschea vendevano i loro rosari islamici con un’alacrità troppo sospetta.

E intanto che maciniamo chilometri, tutto il Senegal del Nord si mostra alla luce del sole: uomini che accarezzano caproni, camion colorati che celebrano il proprio marabout, transport en commun, zebù, auto abbandonate, galline nei portabagagli, insegne illustrate a mano, partite di pallone, teiere di gomma colorata per le abluzioni rituali, consigli sanitari scritti sui muri (lavarsi le mani, alimentare i bambini in modo equilibrato), baobab, spazzatura, rivendite di mobili, caschi e scarpe.

Il sabato del villaggio

Man mano che ci si allontana dalla regione costiera in direzione sud orientale, il paesaggio diventa sempre più arido e le temperature più elevate, i baobab alzano i rami al cielo, gli asini trainano i loro carretti quotidiani, le capre brucano quel che c’è, e poi sempre più numerosi diventano i tucul nella terra rossa, ogni tanto intervallati da una moschea bianca e verde. Al mercato del bestiame di Missirah sono convenuti un gran numero di pastori peul che ci guardano, alcuni con divertimento, altri almeno inizialmente con fastidio. Migliaia di montoni bianchi, di capre e poche mucche affollano la brousse, ma purtroppo siamo costretti a rifiutare l'acquisto di qualche capo da legare anche noi sul tetto del pulmino.

Da Tambacounda, dove abbiamo spezzato il viaggio trascorrendo la notte, per raggiungere la remota regione di Kédougou bisogna per forza attraversare il Parco Nazionale Niokolo-Koba, enorme con i suoi 9130 chilometri quadrati. La strada è lunga e non asfaltata, con conseguenti tonnellate di terra che entra nelle vie respiratorie. A causa del bracconaggio, degli incendi e dell'inaridimento precoce, il parco è iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. Se nella stagione delle piogge il paesaggio appare verde e lussureggiante, adesso è secco e bruciacchiato, gli alberi sono scheletrici, i ciuffi di erbe gialli; ogni tanto compare un tir che va o viene dal Mali (o che è rimasto cappottato in mezzo alla strada chissà da quanto), mentre dal punto di vista faunistico si possono avvistare soltanto le scimmie della specie cercopiteco gialloverde (anche perché il numero dei grandi mammiferi è diminuito considerevolmente, e anzi alcune specie sono quasi del tutto scomparse).

Giunti nei pressi del fiume Gambia effettuiamo una sosta lungo la strada ed è l’occasione per entrare a curiosare nella vita quotidiana di queste popolazioni. Gira voce che si festeggi un matrimonio, per cui ci incamminiamo accompagnati dal solito stuolo di gioiosi bambini fino al centro del villaggio. Mentre nello spiazzo tra le capanne si cucina e si chiacchiera, mi introduco in una camera da letto già stipata di donne che ballano seguendo il ritmo del suonatore di tanica. Inizialmente immagino che si tratti del letto nuziale e che sia usanza inaugurare la nuova coppia con le danze, ma ad un certo punto la donna che si suppone sia la sposa comincia a piangere a dirotto tenendosi la pancia e si butta sul letto in lacrime. Le altre continuano a ballare e si indicano l'addome con espressioni contrite, finché qualcuno non ci spiega come stanno i fatti: non si tratta di un matrimonio bensì di una sorta di rito di fertilità. La donna in questione infatti, già sposata da un po’, non è ancora riuscita a rimanere incinta e questa potrebbe essere una vera tragedia per lei, destinata ad essere ripudiata dalla famiglia e a vivere infelice per sempre.
Attraversando a piedi il ponte sul Gambia ci possiamo rendere conto di come avviene il lavaggio della biancheria per chi non possiede una lavatrice: centinaia di persone a mollo nel fiume che strofinano vigorosamente vestiti e lenzuola colorati sulle rocce che affiorano, e poi li stendono (letteralmente) sul terreno.

In questa regione confinante con il Mali e la Guinea, da alcuni anni sono state scoperte delle risorse aurifere e numerosi piccoli villaggi, fino a quel momento tradizionalmente dediti all’agricoltura e all’allevamento, sono stati completamente stravolti dal punto di vista socio-economico. A Tonboronkoto veniamo accolti da anziani e bambini sotto l'albero centrale, mentre le donne sono tutte sedute all’ombra sull’uscio di una casa in muratura. La miniera si trova ad alcuni minuti di cammino nella savana, che raggiungiamo scortati da innumerevoli bambini che si disputano le nostre insufficienti mani (ne abbiamo infatti soltanto due a testa): la roccia rossa è tutta traforata da buche e cunicoli dai quali i cercatori d’oro (al momento assenti) prelevano il materiale da scavo. La sabbia risultante dalla macinatura delle pietre viene poi mescolata con l’acqua in una bacinella e, con rapidi e sapienti movimenti, l’eventuale oro presente viene trattenuto e il resto lasciato colare fuori, come ci viene mostrato da un esperto cercatore. Per quanto mi risulta, l'estrazione dell'oro di piccola scala è una delle più significative fonti di rilascio di mercurio nell'ambiente nei paesi in via di sviluppo, visto che questo metallo, combinato al limo raccolto, rende più facile il recupero dell’oro. Ma qua nessuno ne fa parola.

I paesaggi culturali dei bassari, dei fulani e dei bedik della regione di Kédougou da pochi anni sono tutelati dall’Unesco per le loro “pratiche agro-pastorali, sociali, rituali e spirituali simbiotiche con l’ambiente circostante”; un modo più elegante per dire che vivono lontano da tutto infrattati nella brousse e cercano di proteggere inutilmente le loro tradizioni, visto che appena uno può se ne va in città. Intanto per raggiungere il villaggio fulani di Ibel è necessario servirsi di una 4x4, indispensabile per percorrere la lunga pista sabbiosa. Da qui bisogna sobbarcarsi una lunga salita a piedi sotto il sole cocente nella campagna punteggiata dai bellissimi kapok dai fiori rossi, insieme ai soliti allenati ragazzotti che si propongono come guide o accompagnatori. Per visitare il villaggio bedik di Iwol bisogna portare in dono una significativa quantità di noci di cola e lecca lecca, oltre ai soldi naturalmente (il “diritto di visita” ammonta a 1000 CFA a persona). La particolarità dei bedik è che le donne hanno un buco tra le narici dove tradizionalmente inseriscono un sottile legnetto o spina di porcospino, non si è capito bene; curiosamente, la maggior parte di coloro che ne sono dotate porta uno stecchino di plastica del tutto simile a quelli del lecca lecca. I numerosissimi bambini invece stanno succhiando almeno un lecca lecca a testa, e prima ancora che noi gli regaliamo i nostri! I turisti solitamente ammirano le capanne col tetto conico di paglia (la più grande delle quali adibita a chiesa) e si soffermano sotto il baobab sacro (che secondo Jean-Baptiste, capo villaggio, interprete per i turisti e maestro da 34 anni, è il più grande del Senegal). 
Gli esseri viventi al momento presenti sono solo anziani, donne e bambini e la maggior parte di loro sta lì senza far niente. Le poche donne che sono in attività pestano i cereali nel mortaio con l’apposito paletto, o lavorano la pasta di arachidi con una bottiglia oppure selezionano le spighe di miglio; i bambini invece fabbricano camioncini con pezzi di legno di fortuna o giocano con le camere d’aria dei pneumatici. Alcune preadolescenti si fanno le treccine e due di loro si scattano foto col telefono. Un anziano vende dei coltellacci tradizionali. L'aula scolastica è vuota, sulla lavagna scritte in francese. Tra una capanna e l'altra qualche gallina e delle capre.

I bedik rappresentano circa l’1% della popolazione del Senegal e molti li associano ai vicini bassari – anche se secondo Jean-Baptiste questi ultimi hanno "venduto le loro anime" con l'arrivo dei primi turisti, mentre loro mantengono ancora le loro tradizioni millenarie. I bedik praticano una religione che miscela il cristianesimo portato dai francesi alle loro storiche radici animiste, e infatti molte leggende riguardano le diavolerie operate dal grande fromager e dal sacro baobab. I loro antenati sono le famiglie Keita e Camera, giunte dal Mali. Durante la guerra tribale condotta da tale Alpha Yaye, venuto dal massiccio Fouta Djallon per convertirli alla religione islamica, i bedik sono stati dispersi e molti di loro uccisi. In seguito si sono salvati soltanto sacrificando i giovani più valorosi allo spirito del villaggio, infatti quando Alpha Yaye tornò per sottometterli essi erano protetti dal suddetto spirito: sciami d'api combattevano per loro e pungevano a morte gli uomini di Alpha Yaye. Questo (sempre secondo il capo villaggio) è il più vecchio dei 7 paesi bedik di tutta l'Africa occidentale, infatti dentro al grande baobab c'è un cadavere che risale a cinque anni prima della crescita dell'albero e dunque si può facilmente arguire che esso risale al 13° secolo. 
Jean-Baptiste al momento è assente e dunque queste scarne informazioni non le apprendiamo dalla sua viva voce, bensì le leggiamo su una fotocopia in italiano. È presente sua moglie Adèle, da cui ha avuto 7 figli, che però non è un tipo molto espansivo. La popolazione è in continuo calo e oggi ammonta a circa 500 abitanti; essa è sempre stata formata da quattro famiglie con compiti e funzioni specifiche: i Keita, il ramo da cui nasce Jean-Baptiste, sono quelli che governano il villaggio, gli altri sono incaricati di organizzare le feste tradizionali, di assicurare il rispetto dei riti e dei costumi ancestrali e di realizzare gli attrezzi agricoli. Nel villaggio si può dormire per 3000 sefà, mangiare per 1500 e fare colazione per 1000. Noi però dopo esserci riposati intraprendiamo nuovamente il trekking in discesa, alla fine del quale ci attende inaspettata una capanna adibita a bar dove vendono la birra ghiacciata.

La tappa successiva è costituita dalle Cascate Dindefelo, quasi al confine con la Guinea. Per raggiungerle basta pagare 1000 CFA per l’ingresso e camminare piacevolmente per circa 25 minuti nella foresta, nonostante un po’ tutti sulla strada tentino di convincerci che è impossibile trovare la cascata senza guida e pretendano altri soldi. A dirla tutta, la cascata è identica a mille altre cascate in giro per il mondo, un luogo ameno dove provare refrigerio dopo ore di caldo e polvere e magari tuffarsi nelle gelide acque.

La prima notte a Kédougou alloggiamo presso un grazioso relais dove possiamo farci una nuotata in piscina prima della parca cena al ristorante affacciato sul fiume Gambia. Purtroppo la notte successiva non c’è posto, dunque dobbiamo accontentarci di uno spartano campement di MAKO. Al nostro arrivo, in serata, ci vengono mostrati dei bungalow semplici ma puliti; tornata però in camera dopo cena trovo una spiacevole sorpresa: il pavimento compreso tra il letto e il bagno è ricoperto da un raccapricciante tappeto di formiche, e in particolare il gabinetto è diventato completamente nero. Corro a chiamare l’addetto, il quale con una velocità quasi comica mi aiuta a portare via tutti i miei averi, avendo cura di saltellare alternativamente su un piede e sull’altro per non farsi morsicare, e nel contempo spruzzando in ogni dove l’insetticida. Mi viene assegnato un altro bungalow identico a quello di prima, anch’esso inizialmente privo di formiche, ma purtroppo, come temevo, una mezz'ora dopo l’invasione si verifica anche in questa stanza. Vado a svegliare l’addetto, il quale prova a trovarmi un’altra sistemazione decente illuminando con la torcia stanze semidiroccate con giacigli di fortuna luridi, che io guardo inorridita. È dunque costretto a svegliare la cuoca e sua figlia, chiedendo loro di cedermi il loro letto matrimoniale, dove finalmente (pur sentendomi in colpa) riesco a fare qualche ora di sonno. La mattina dopo scopro che a qualcuno è andata peggio: della presenza delle formiche si è accorto soltanto una volta seduto sul water, nel cuore della buia notte, quando le stesse hanno cominciato a salirgli dappertutto e a morsicarlo.

Siamo sulla stessa barca

La Casamance è la regione più meridionale del Senegal, unita al resto del Paese come una mandibola a una mascella, con lo stato del Gambia a interpretare il ruolo delle labbra. La regione fu scoperta dai portoghesi a metà del Quattrocento, quando vi regnavano i Kasa, e solo alla fine dell’Ottocento la gran parte del territorio fu ceduta ai francesi, quando venne negoziato il confine tra il Senegal e la Guinea Portoghese (ora Guinea-Bissau). 
Per raggiungerla, da Kédougou bisogna ritornare fin quasi a Tambacounda e poi virare verso sud ovest: un tragitto lungo diverse ore che costeggia il confine con il Gambia e ci obbliga a fermarci a Kolda per la notte (percorrere le strade senegalesi al buio non è consigliabile). Il relais di Kolda è praticamente identico a quello di Tambacounda, con la piscina al centro della costruzione, ma qui, essendo arrivati ad un’ora decente, possiamo approfittarne per un tuffo e un aperitivo in quest’altro rifugio di bianchi.

Il primo dell’anno ci spostiamo in direzione ovest verso l’oceano, seguendo il corso del fiume Casamance. Il paesaggio è diventato decisamente più verde grazie al clima tropicale umido che permette lo sviluppo di manghi, fromager, anacardi, palme da olio, rampicanti... una faccia completamente diversa dello stesso paese che abbiamo visitato finora. Un kankouran arancione passeggia per la strada e i suonatori di tamburi e portatori di bastoni che lo accompagnano ci fermano per spillarci dei soldi. Queste tipiche maschere Mandinka originariamente sarebbero ricavate da foglie, cortecce e fibre vegetali, ma questa brutta copia indossa un accrocchio di strisce di stracci e tessuti sintetici. Inoltre normalmente il rito è praticato in occasione della circoncisione (che per i maschi segna l'ingresso nell'età adulta), generalmente tra il mese di agosto e di settembre, e non a Capodanno come nel nostro caso.

Il viaggio viene interrotto spesso ai continui posti di blocco, dove in molti casi siamo obbligati a scendere e mostrare i passaporti. Qui infatti è ancora presente il movimento separatista per l'indipendenza della Casamance (MFDC), che negli anni passati ha alimentato un lungo e violento conflitto contro le forze senegalesi fino al cessate il fuoco del 2014. Per questo motivo si tratta di una regione ancora poco gettonata, anche se a quanto pare oggi dovrebbe essere sicura. In realtà, due giorni dopo essercene andati, tredici persone sono state uccise a colpi di arma da fuoco e sette sono rimaste ferite in un attentato avvenuto nella foresta a sud di Ziguinchor, il capoluogo della regione. Alcune fonti indipendenti parlano di una vendetta nata nell’ambito del traffico illegale di legname pregiato, ma secondo l’esercito del Senegal l’assalto potrebbe essere collegato alla recente liberazione di due membri del MFDC: per i media locali infatti gli autori dell’attacco apparterrebbero a un gruppo rivale.

Spezziamo il lungo trasferimento al Centre Artisanal di Ziguinchor, dove numerose bancarelle vendono sculture in legno, stoffe, vestiti, gioielli, e alla casa impluvium di Nianbalan, abitazione tipica dei Jola, il gruppo etnico dominante nella Casamance. Si tratta di un edificio circolare di fango, con le stanze attorno a una fossa centrale, alimentata da un'apertura che consente all'acqua di entrare nell'edificio – un modo per immagazzinare risorse idriche durante la stagione delle piogge e per rendere la casa più fresca grazie all’evaporazione dell’acqua.

La nostra destinazione è Cap Skirring, dove si trovano le più belle spiagge del Senegal e molte strutture ricettive di tutte le categorie. L'ampia baia sabbiosa è in piccola parte occupata dallo stabilimento balneare del villaggio Club Med ma per il resto completamente deserta. La situazione è sempre la stessa: i bianchi sono stesi sui lettini a prendere il sole e i neri deambulano sulla battigia con le loro mercanzie da vendere; l’unica differenza è che qua anche i poliziotti che li cacciano sono neri. Nell’interno, tra le palme, alcuni baracchini provvedono ai semplici bisogni degli sparuti turisti: cibo, bevande, musica e spinelli. Sembra di stare ai Caraibi anche perché molti abitanti dei Caraibi, grossomodo, proprio da qui vengono.
Anche a Cap Skirring c’è una spiaggia dei pescatori in pieno fermento, dove sono tutti affaccendati a mettere a posto le reti oppure a pulire il pesce e i molluschi, lasciando le interiora puzzolenti abbandonate in pasto agli uccelli. Mi viene offerta l’ataya da un gruppo di pescatori, insieme alla chela di un granchio appena arrostito sul fuoco. Il sogno di raggiungere l’Europa è molto comune da queste parti, il bello è che anche in Europa vorrebbero continuare a fare lo stesso mestiere. D’altra parte il settore in Senegal sta attraversando un periodo di crisi, minacciato dalla pesca pirata soprattutto straniera e dall’ipersfruttamento delle risorse ittiche. Naturalmente a nulla vale spiegare che l’Europa non è quel paradiso che sognano.
Il sole man mano cala dietro alle ultime piroghe ritardatarie, rendendo il cielo giallo e poi rosa; nel frattempo una luna gigante sta sorgendo dietro le barche colorate ormai a riposo sulla spiaggia. Ci attende una cena luculliana con pesce a volontà accompagnata dal concerto di kora e relativi balli scatenati.

A circa 120 km dalla foce del Casamance, comincia la zona di estuario, caratterizzata da un vero e proprio labirinto di bolong (insenature) e marigot (fiumiciattoli) che tagliano la zona in tante isole; l’elevata salinità delle acque dovuta alla vicinanza dell’oceano Atlantico crea un ecosistema molto raro, nel quale effettuiamo la nostra gita in piroga. L’imbarcazione procede lentissimamente sull’acqua liscia come l’olio, tra le impenetrabili foreste di mangrovie, sovrastata dagli uccelli acquatici. Ci fermiamo al villaggio di Ourong, all'ingresso del quale sono allestiti dei banchetti dove vendono quaderni, penne e gli onnipresenti lecca lecca da regalare ai bambini. Nella piazza principale è già in corso una danza per i turisti, quindi ci viene mostrato il bombolong o tamburo a fessura, un tronco d'albero usato per trasmettere messaggi da un villaggio all'altro. Osserviamo anche il nuovo pozzo per l'acqua, la case de santé, l'operazione di recupero dei molluschi ottenuti rompendo dei conchiglioni col martello. Segue poi la visita alla scuola: i bambini sono seduti nei banchi con i loro quaderni e le loro lavagnette; la mia alunna preferita al collo porta un grosso osso di animale. La popolazione, principalmente costituita dai Jola, continua a praticare i riti animisti, come dimostrano ad esempio gli ossi e le zampe di gallina appesi ai rami degli alberi. 

Percorso un altro braccio di fiume siamo ad Elinkin, villaggio di pescatori al momento affaccendati a scaricare grosse razze dall'imbarcazione, lanciate e poi raccolte e impilate sulla sabbia. Ci muoviamo poi seguendo l'odore pungente fino all'area di essiccazione del pesce. Infine in uno scenario da cartolina tropicale risaliamo sulla piroga alla volta dell'isola di Carabane, ormai praticamente alla fine dell'estuario, quasi nell'oceano. Qui ci aspetta una lunghissima spiaggia deserta con tanto di palme, alle spalle della quale visitiamo una serie di testimonianze storiche abbandonate in uno stato di trascuratezza e ruggine tra l’erba alta. Oltre ai resti di una chiesa e di una prigione per schiavi, c'è anche un cimitero in cui riposa eternamente un capitano francese il quale chiese di essere sepolto in piedi di fronte al mare: questa orrenda piccola piramide è oggi la sua tomba. Ci godiamo un pesce alla griglia nell'attesa che anche Carabane – come il resto della Casamance – venga valorizzata e diventi attrattiva per i turisti come l'isola di Gorée.

Galleria fotografica Senegal del nord
Galleria fotografica Kédougou

Galleria fotografica Casamance

Galleria fotografica Petite Côte

Viaggiando per il mondo a cercar di capirlo non ci sono migliori compagni di quelli che con lo stesso spirito han fatto la stessa strada e ne hanno scritto.
(Tiziano Terzani, "Buonanotte, signor Lenin")