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Canto notturno di una turista errante

La bellezza è un valore sopravvalutato in Kirghizistan

Viaggio nel Turkestan, il cuore continentale dell’Asia, ancora in assestamento dopo quasi trent’anni di indipendenza dall’Unione Sovietica. 
Per l’Uzbekistan è un periodo di grandi cambiamenti, in cui uno dei regimi più autoritari del pianeta sta lentamente compiendo passi avanti verso un timidissimo riconoscimento dei diritti umani e la fine dell’isolamento internazionale. Dalle lande desolate dell’antica Corasmia alla fruttifera valle di Fergana, passando per le gemme della mitica via della seta, ha apparecchiato per le comitive di anziani turisti tavole imbandite con coreografici piatti di uva e albicocche, spettacolari madrase decorate e minareti ricoperti maioliche turchesi, chilometri di tessuti ricamati e seta, più o meno di pregio. 
Il Kirghizistan invece, terra di pastori nomadi e cavalli selvaggi, non aveva nessun monumento storico da dare in pasto ai restauratori sovietici e ancora oggi presenta al visitatore una facciata antropizzata fatta di orribili palazzi di cemento e vecchi simboli arrugginiti. Ma tanto la sparuta compagine di backpacker caucasici che lo visita è interessata soltanto al trekking, alle passeggiate a cavallo e all’ospitalità nelle yurte estive; della bruttezza del paese, della rozzezza del popolo e dei monotoni pasti se ne sbatte.

Osh

Scendiamo le scale e una delle solite piazze socialiste senza storia e senza fantasia ci si para dinanzi. Gli edifici, le colonne, le fontane sembrano ordinati a un supermercato dell’architettura totalitaria. Il palazzo di Lenin somiglia al mausoleo di Ho Chi Minh a Hanoi, quello del Parlamento con le sue colonne altissime è la solita copia di tutti i Parlamenti socialisti costruiti con in cuore la voglia di avere un proprio Pantheon. Alzo gli occhi da queste brutte tracce umane e il cielo è consolante. È il vecchio, grande cielo alto dell’Asia Centrale, con banchi di nuvole rosee appena sfiorate dal sole che sta scomparendo dietro altissime file di pioppi. Dimenticati da quarant’anni, mi tornano in mente i versi imparati al ginnasio: Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?
(Tiziano Terzani, "Buonanotte signor Lenin")

La fila presso la frontiera di Osh è scorrevole e nessun controllo in uscita viene effettuato dalle autorità uzbeke, neanche per verificare che io abbia ligiamente conservato tutte le registrazioni rilasciate dagli hotel. L’unico lieve contrattempo avviene in ingresso, quando agli impiegati della dogana kirghisa viene il dubbio che per gli italiani sia necessario il visto.
La prima novità riguarda l’alfabeto: in Kirghizistan si usano soltanto i caratteri cirillici (e anzi il russo, insieme al kirghiso, è ancora la lingua ufficiale), a differenza dell’Uzbekistan, dove un tentativo di trascrivere l’uzbeko in alfabeto latino si è parzialmente attuato. L’accoglienza dei tassisti non è delle più pacifiche: alcuni di loro si disputano ferocemente il mio bagaglio e sta per scoppiare una rissa, che evito strappandogli di mano lo zaino e avviandomi a passo svelto verso l’auto del meno collerico di loro, che era rimasto in disparte.

Osh è la città più antica e più conservatrice del paese, nonché la seconda più grande dopo la capitale. Per alcuni secoli è stata uno dei crocevia della Via della seta e ancora oggi mantiene una posizione strategica visto che da qui si raggiungono facilmente i varchi di frontiera non solo con l’Uzbekistan ma anche con il Tagikistan e con la Cina.
Trovandosi nel cuore di quel groviglio etnico che è la valle di Fergana, Osh è abitata da moltissimi uzbeki, riconoscibili dagli ormai noti abiti a fiorellini per le donne e dai berretti ricamati a forma di bustina per gli uomini. I rapporti tra i due popoli (conviventi apparentemente pacifici ai tempi dell’URSS) sono piuttosto complicati: gli uzbeki considerano i kirghisi fondamentalmente dei coattoni pecorai (che nondimeno li trattano da stranieri), mentre i kirghisi a loro volta guardano con sospetto quei vicini storicamente stanziali e in genere più benestanti. Il primo grave scontro tra le due etnie ebbe luogo a Uzgen e a Osh nel giugno 1990, proprio quando la federazione sovietica iniziava a disgregarsi. Le vittime furono centinaia ma i militari giunti da Mosca ristabilirono l’ordine in tempi abbastanza brevi. All’epoca il paese non era ancora indipendente e il partito comunista – scrisse Terzani – aveva alimentato e poi sfruttato il conflitto razziale al fine di creare una repubblica monoetnica e scongiurare il rischio di un Turkestan indipendente, che avrebbe incluso i cinque “Stan” in un’unione islamica non gradita ai russi.
I motivi di risentimento reciproco riemersero esattamente vent’anni dopo, durante il caos che seguì la cacciata del presidente Bakiyev, quando esplose un altro conflitto, sempre a giugno, e sempre qui, a Osh e a Jalalabad. Anche in questo caso la scintilla fu una disputa di poco conto tra uzbeki e kirghisi, ma poi la violenza dilagò con un'escalation di omicidi e torture, saccheggi e incendi, che provocò ufficialmente più di 400 morti (molti di più secondo fonti non ufficiali) e centinaia di migliaia di rifugiati, tanto da costringere il governo a dichiarare lo stato di emergenza.
Come nel 1990 la maggioranza delle vittime era uzbeka; e anche questa volta il regime in carica era debole ed era in corso una crisi economica. Se però durante il processo del 1990 la maggior parte dei criminali condannati era kirghisa, per i fatti del 2010 quasi tutti gli imputati e i condannati erano uzbeki; senza contare che i giudici e gli avvocati erano invece kirghisi e che un gran numero di testimoni e organizzazioni internazionali hanno sospettato il coinvolgimento dei militari e delle forze governative nei pogrom. Ancora oggi i diritti della minoranza uzbeka non vengono riconosciuti e recentemente non sono mancate schermaglie che per fortuna non sono sfociate in un vero conflitto.

L’unica attrazione turistica di Osh a quanto pare è l’appuntita collina Suleiman, sulla cui sommità si trovano una piccola moschea che risale all’epoca di Babur e un mausoleo che si crede sia stato eretto sulla tomba di Salomone (il quale, secondo la leggenda, avrebbe fondato la città). Si tratta di un luogo sacro, da secoli meta di pellegrini provenienti da varie zone del mondo musulmano e venerato in particolare dalle donne che non riescono ad avere figli. Purtroppo per scalarla bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare l’ombroso cortile dell’ostello, avventurarsi nelle strade bollenti e poi smadonnare sotto il sole percorrendo la ripida salita.
Il Kirghizistan è un paese al 94% montuoso, con un’altitudine media di 2750 metri: ero dunque certissima di trovare un gradevole clima alpino dopo dieci giorni canicolari in Uzbekistan. E invece devo constatare con sommo disappunto che anche a Osh, situata ad un’altitudine di quasi 1000 metri, la colonnina del mercurio segna 42 gradi. Solo nel tardo pomeriggio dunque mi decido a raggiungere il bazaar, decantato come vivacissimo e intrigantissimo mercato tipico dell’Asia centrale, ma nella realtà pieno di orrende cineserie e venditori imbronciati con lo sguardo incollato al cellulare.

Mi incammino allora per un lungo tratto seguendo la riva del fiume fino alla statua di Lenin, deforme nel tramonto: con il suo braccio marrone indica un futuro già passato agli eleganti invitati a un matrimonio, che si stanno fotografando a vicenda accanto a pacchiane limousine da cerimonia. Entrando nel parco adiacente, le spalle di Lenin svettano sopra all’ingresso di una palestra, di fronte alla quale si dispiega un tetto di ombrelli colorati che sovrasta una piscinetta. Le coppie di sposi attraversano trionfalmente una passerella inserita dentro ad una lunga sfilza di cuori rossi e fuxia e si fanno fotografare sotto a una copia in miniatura della torre Eiffel. Ceno in un ristorante in stile bavarese-scandinavo, con le palafitte di legno e i wurstel; in sottofondo melliflue cover di celebri pezzi pop. Ecco, non so come altro dirlo: Osh è una città veramente brutta.

Song Köl

Li Tartari dimorano lo verno in piani luoghi ove ànno erba e buoni paschi per loro bestie; di state in luoghi freddi, in montagne e in valle, ov’è acqua e (a)sai buoni paschi. Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde, e pòrtallesi dietro in ogni luogo ov’egli vanno, però ch’egli ànno ordinate sí bene le loro pertiche, ond’egli le fanno, che troppo bene le possono portare leggeremente. In tutte le parti ov’egli vogliono queste loro case, sempre fanno l’uscio verso mezzodie. Egli ànno carette coperte di feltro nero che, per che vi piova suso, non si bagna nulla che entro vi sia. Egli le fanno menare a buoi e a camegli, e’n su le carette pongono loro femmine e loro fanciugli. E sí vi dico che le loro femmine comperano e vendono e fanno tutto quello che agli loro mariti bisogna, però che gli uomini non sanno fare altro che cacciare e ucellare e fatti d’oste. Egli vivono di carne e di latte e di cacci(a)gioni; egli mangiano di pomi de faraon, che vi n’à grande abondanza da tutte parti; egli mangiano carne di cavallo e di carne e di giument’e di buoi e di tutte carni, e beono latte di giumente.
(Marco Polo, “Il Milione”)

Il Kirghizistan è un paese noto per gli spettacolari paesaggi di steppa, per i laghi alpini bluissimi, per i nomadi dagli occhi a mandorla. Una delle mete più gettonate è il lago di Song Köl, situato nella provincia di Naryn ad un’altitudine di 3016 metri. Esso è circondato da ampi pascoli estivi (o jailoo) e non ci sono strutture permanenti, ma da giugno a settembre i locali forniscono ospitalità nelle tipiche tende mobili chiamate yurte.

Non è facile arrivare fin qua, in particolare se si parte da Osh: il tragitto (circa 450 km) è in buona parte impervio tra spettacolari passi e vallate deserte e non è servito dal trasporto pubblico. Il CBT, l’agenzia turistica più attiva del paese, propone il trasferimento (con cambio d’auto a Jalalabad e sosta a Kazarman per la notte) a cifre astronomiche, che spero vivamente siano davvero impiegate per portare un poco di sviluppo nel paese, come loro sostengono. Tra l’altro purtroppo tutti questi fantomatici turisti zaino in spalla che starebbero prendendo d’assalto il Kirghizistan (e con cui avrei potuto dividere la spesa) io non li vedo. Ad esempio qui ci sono tre tedeschi bloccati ad Osh in attesa che gli riparino la jeep, uno svizzero in anno sabbatico diretto in Cina, un asiatico che dorme tutto il giorno e non si sa dove va; tutti gli altri sono appena partiti per il festival sui monti Alaj.

Anche Bakhtygul, la proprietaria della homestay che mi ospita a Kazarman, conferma che ci sono meno presenze dello scorso anno. Fiore della Felicità (questo è il significato del suo nome) come primo lavoro insegna inglese in una scuola superiore russa, dove i professori vengono pagati di più rispetto a chi lavora nelle scuole kirghise: “Questa divisione è uno dei lasciti del periodo sovietico, durante il quale la cultura kirghisa era praticamente sparita, infatti a scuola non si studiava la nostra storia né la nostra lingua. Ancora oggi nei villaggi si parla soprattutto kirghiso ma nelle grandi città predomina il russo.” Quando le racconto la prima destinazione del mio viaggio, mi confida che le donne uzbeke sono molto sottomesse al marito e che se una donna kirghisa si sposa con un uzbeko per lei è molto difficile adattarsi alla nuova famiglia. "D’altra parte il Kirghizistan – prosegue con orgoglio – è l’unica democrazia da queste parti, ed è un paese libero sia dal punto di vista politico che economico. L’unico problema è l’enorme corruzione".

Kazarman si trova in una posizione di grande fascino, circondata da suggestive montagne e lambita dal fiume Naryn; la maggior parte degli abitanti è dedita all’agricoltura e i vasti campi limitrofi sono coltivati a cetrioli, grano e patate. Il paese in sé è un agglomerato poco piacevole di casermoni in cemento, alcuni dei quali lasciati abbandonati chissà da quanto: è qui che devo procacciarmi del cibo, visto che stasera la homestay non fornisce la cena ai suoi ospiti. Il migliore “cafè” è chiuso perché di solito la domenica ha dato fondo a tutte le provviste durante il pasto di mezzogiorno e quello di seconda scelta ha nel menù soltanto i manti (ravioloni ripieni di carne e cipolla, indigeribili). Per fortuna proprio accanto c’è un’altra brutta struttura, non segnalata da Fiore della Felicità, che si può con molta fantasia definire ristorante: la proprietaria mi invita in cucina a dare una sbirciata ai pentoloni sui fornelli e poco dopo mi vengono serviti una zuppa e mezzo pollo allo spiedo.
In giro non c’è molto movimento, quelle poche auto scassate che girano vanno a folli velocità sulle strade disconnesse e un paio di autisti mi gridano qualcosa di incomprensibile dal finestrino. Quando chiedo a Fiore della Felicità se il problema dell’alcolismo è ancora così diffuso mi comunica compiaciuta che fino a qualche anno fa era davvero una piaga ma oggi è stato per fortuna risolto.

Il giovane e sorridente autista che mi conduce a Song Köl di norma fa l’apicoltore ed è la prima volta che lavora con i turisti; il giorno precedente l'affabile driver baffuto che mi aveva portato a Kazarman aveva avuto diversi problemi con il motore dell’auto, che si surriscaldava facilmente, mentre oggi il viaggio scorre via liscissimo tra paesaggi da cartolina.
Rozana, insieme alle due figlie adolescenti e al marito, mi accoglie nella yurta dove dormirò queste tre notti (in realtà il marito è quasi sempre assente e quelle che si fanno davvero il culo sono le tre donne). Nella struttura di lamiera dove si consumano i pasti, a disposizione degli ospiti c’è un tavolo sempre ben fornito di marmellate, frutta, frittelle e naturalmente tè, ettolitri di tè caldo a tutte le ore. La yurta è molto colorata e accogliente, mentre il bagno è un gabbiotto anch’esso di alluminio con un buco puzzolente nel terreno; per lavarsi i denti e il viso c’è un rudimentale rubinetto costituito da un contenitore capovolto e ci si può fare anche una specie di doccia in un altro box, con bacinelle di acqua calda e fredda.

Finalmente da ora in poi l’afa sarà solo un lontano ricordo, ma comunque fino alle 5 è ancora possibile esplorare i dintorni in maglietta: il lago è tanto grande e ondoso che sembra un mare, tutto intorno buoni paschi per loro bestie (che poi sarebbero i cavalli selvaggi, gli sparuti asinelli, le enormi mandrie di pecore, le mucche), prati sporadicamente punteggiati da chiazze di stelle alpine e diversi campi di case tonde di legname, coperte di feltro, quasi tutte atte ad ospitare turisti (che al momento, comunque, scarseggiano). Alcune vetuste Lada dai colori sgargianti hanno portato fin qui i gitanti kirghisi, che ora sono seduti a fare il picnic con i loro buffi cappelli di feltro e i denti di metallo che scintillano. Con la mano mi fanno segno di avvicinarmi e – una volta esaurito il modesto vocabolario a mia disposizione – è il momento di assaggiare il kumis, la schifida bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte di giumenta (per fortuna qualcuno mi passa una bottiglia di vodka).

Quando faccio ritorno al mio accampamento, dei grigi nuvoloni hanno velocemente ingombrato il cielo. Mi rifugio nella tenda, un po’ spaventata dai tuoni fragorosi e dal vento formidabile che fa scricchiolare vigorosamente i pali di legno e oscillare tutta la struttura. Sbirciando dalla spessa stuoia che funge da porta, intravedo Rozana che mi fa segno di rientrare e sua figlia appesa ai cavi di due yurte, nello sforzo di non farle volare via: le guance sono due pomelli rossi e gli occhi mongoli due fessure contro la tempesta.
Alle sette è tutto finito, le tende sono ancora in piedi e la cena è puntualmente servita in tavola. Quando ormai è buio e mi appresto a ficcarmi sotto le coperte leopardate, una quindicina di coreani, profughi da un altro campo yurte collassato, chiede ospitalità da noi e la tenda tonda diventa un agglomerato di corpi europei e asiatici riscaldati dalla stufa che va a tutto vapore.

L’indomani sera le nostre yurte sono al completo: due polacche e un italiano sono arrivati a cavallo, una coppia di americani è giunta da Osh come me ma pagando una cifra ancor più spropositata al CBT, e poi molti norvegesi, americani, francesi, israeliani, neozelandesi eccetera provenienti da Kochkor. A parte passeggiare intorno al lago o andare a cavallo non c’è molto da fare, se non godersi l’aria di montagna, la luce epica e i movimenti del sole e della luna. A differenza di Leopardi non invidio la greggia beata e libera d’affanno, che gran parte dell'anno senza noia consuma in quello stato; a me, se seggo sovra l’erbe, all’ombra, magari a leggere, nessun fastidio m'ingombra la mente e non mi assale alcun tedio. D’altra parte Rozana e le figlie non fanno altro che lavorare duramente e in altri yurt camp stanno faticando parecchio a rimettere in piedi le tende collassate e insomma mi poteva andare peggio.
La sera però, quando miro in cielo arder le stelle, è inevitabile qualche elucubrazione filosofica: a che scopo così tante luci? qual è il senso dell’universo infinito? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono?

La domenica c’è grande folla convenuta per il National Horse Games Festival, uno show culturale organizzato dal famigerato CBT qui a Song KölDopo una presentazione allietata da balli e canti tradizionali, gli artigiani illustrano agli occidentali come si realizza un tipico tappeto kirghiso di lana pressata, la nostra Rozana ci mostra come si preparano le frittelline tipiche (i boorsok), e finalmente il clou della giornata: gli horse games. Il gioco a cavallo più bizzarro è l'ulak tartysh, molto simile al buskashi afgano, in cui i partecipanti devono strapparsi di mano una carcassa di capra (che tra parentesi era stata ammazzata proprio dal marito di Rozana) e riuscire a infilarla dentro a una buca nel terreno. Quindi è il turno del romantico kyz kuumai, che ai più avveduti ricorderà l'antica pratica – ancora in vigore – del rapimento delle donne ai fini del matrimonio: un ragazzo e una ragazza, ognuno sul proprio cavallo, iniziano una specie di inseguimento; se l'uomo riesce a raggiungere la donna può scroccare un bacio mentre se non la raggiunge lei può inseguirlo e colpirlo con una frusta. A seguire il più banale wrestling a cavallo e infine un poco appassionante gioco in cui i cavalieri devono chinarsi verso il prato a raccogliere delle monetine. 
Alla fine dei giochi torno a Kochkor con un Suv guidato dal marito di Rozana, il quale dunque era sempre via non per ucellare o per fatti d'oste (come avevo pensato fidandomi delle parole di Marco Polo), bensì per svolgere il servizio di navetta del CBT. 

Tash Rabat 

I turisti stranieri, facilmente riconoscibili dall’abbigliamento tecnico di montagna, sono raggruppati ai tavoli di un ristorante sulla via principale e tra loro discutono delle loro mete d’alta quota passate e future, che poi sono le stesse per tutti. Le casette con i tetti di lamiera, i muri senza intonaco, i cancelli scrostati, i pali della luce, le insegne in caratteri cirillici, le vecchie Lada, le residue falci e martello arrugginite, così come gli anonimi cittadini che ci vivono, non accendono alcuna curiosità in loro, e d’altra parte i residenti li ricambiano con la medesima olimpica indifferenza. Kochkor, circondata anch’essa da prestigiose montagne, è in effetti ancora più brutta di Osh e Kazarman.
Al piano di sopra del “Retro coffee” ci sarebbero anche dei posti letto ma a quanto pare è impossibile farsi una doccia, mentre il bagno – sebbene siamo in città – è un buco nel terreno situato dietro una porta, nel retro, che emana lo stesso fetore nauseabondo di quello di Song Kol. Anche l’ufficio del CBT ha un fosso maleodorante al posto del gabinetto, nonostante le colossali cifre che chiedono per le loro escursioni. Ad esempio, per raggiungere Tash Rabat (232 km) la tariffa ammonta a circa 100 dollari e infatti io, essendomi ripromessa di non farmi più fregare, raggiungo Naryn con un taxi condiviso e solo lì contratto con la seconda agenzia del paese (meno ladra) per percorrere l’ultimo tratto – quello non servito da alcun mezzo pubblico.

Viaggiando tra le strade kirghise, è evidente che gli autisti hanno tutti questa curiosa fissazione di tagliare le loro strade piene di curve, illudendosi ingenuamente che diventino rettilinei. Sono dunque costretti ad invadere la corsia contraria ogni volta che la strada gira a sinistra, reinserendosi nella propria soltanto quando si stanno per scontrare con il mezzo che procede nella direzione opposta. Inizialmente questo vezzo tende a terrorizzare il turista, il quale tuttavia – dopo un congruo numero di episodi che vanno a buon fine – in genere prende confidenza con i costumi tipici del luogo. Il panorama è quasi sempre ammirevole e ogni tanto fiorisce un originale cimitero con le tombe a forma di yurta: questi, per quanto ho potuto vedere, sono gli unici monumenti di un certo interesse storico-artistico di tutto il paese. D'altra parte, quali tracce vuoi che lasci un popolo nomade? Anche fuori città ogni tanto il kitsch fa capolino nei cippi, negli archi e nei simboli di cemento che qua e là danno il benvenuto in qualche illeggibile località, provincia o passo che sia, eredità di quella religione della bruttezza che è stato il comunismo. 
Ogni volta che l’autista viene fermato dalla polizia, prima di scendere preleva una o più banconote dal portafogli e le sistema dentro al libretto dei documenti; quindi consegna il tutto al poliziotto, il quale non eleva alcuna contravvenzione e anzi lo saluta con una gioviale stretta di mano. Insomma, non esagerava Fiore della Felicità quando mi parlava della dilagante corruzione del paese.

Tash Rabat è un caravanserraglio del quindicesimo secolo ancora ben conservato che si trova a un centinaio di chilometri a sud di Naryn. Esso è situato nel bel mezzo di una lunga vallata deserta attraversata da una strada che conduce al Passo Torugart e al lago Chatyr-Kul, ossia al confine con la Cina. Questa volta ho prenotato tramite facebook l’accomodation in uno yurt camp, e ancora non ho ben capito come abbiano fatto a rispondermi così lestamente visto che il telefono non prende e non c’è traccia di wifi. L’esperienza nella yurta l’avevo già fatta e dunque qui preferisco dormire in una costruzione di cemento, seppure su un tappetino steso per terra, anche perché le temperature sono crollate e piove a dirotto.
Approfittando dei rari sprazzi di sereno, raggiungo il caravanserraglio (nonché ex monastero nestoriano del Decimo secolo) e visito le stanze a cupola, nello sforzo di immaginarle piene di mercanti stravolti di stanchezza e vocianti a cena, con la puzza di sudore, di escrementi di cavallo e dei ben noti buchi nel terreno. Sul prato di fronte, un'allegra compagine famigliare sta festeggiando i sessant’anni della nonna con delle ricche libagioni, mentre nell’unico altro campo di yurte nei paraggi è in corso una divertente partita di pallone tra turisti e indigeni. Intorno sono sparsi alcuni ex vagoni dipinti vivacemente e usati come abitazione, sporadiche mandrie di pecore e cavalli e grasse marmotte che fischiano nei prati.

Anche Tash Rabat è una tappa discretamente frequentata dai turisti in Kirghizistan, che poi sono sempre gli stessi e infatti li rincontri ovunque come vecchi amici. Con i norvegesi, americani e olandesi seduti vicino a me a tavola come al solito non è scattato molto feeling, mentre il fine serata diventa più decisamente più divertente con due spagnoli e un tedesco (non a caso molto scuro di capelli), mentre una grande tavolata è occupata da un gruppo di ciclisti griffatissimi e su di giri, che vengono dal Trentino ma non sanno esattamente dove vanno.

Dopo 24 ore qui, prendendo atto delle temperature inospitali, dei frequenti acquazzoni e dell’altitudine che mozza il respiro e appesantisce la testa, considerando il fatto che tutti i turisti se ne sono andati chi in Cina e chi a cavallo e che la vallata l’ho percorsa in lungo e in largo, e soprattutto approfittando di un autista altrui che è in procinto di tornare a Naryn con la macchina vuota, decido di andarmene prima del previsto.

(luglio 2018)

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