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Canto notturno di una turista errante

Nei sempiterni calli del Kirghizistan

Osh - Song Köl - Tash Rabat - Lago Ysykköl - Bishkek - Immagini - Piccolo Me in Asia Centrale - Uzbekistan

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Viaggio nel Turkestan, il cuore continentale dell’Asia, ancora in assestamento dopo quasi trent’anni di indipendenza dall’Unione Sovietica. 
Per l’Uzbekistan è un periodo di grandi cambiamenti, in cui uno dei regimi più autoritari del pianeta sta lentamente compiendo passi avanti verso un timidissimo riconoscimento dei diritti umani e la fine dell’isolamento internazionale. Dalle lande desolate dell’antica Corasmia alla fruttifera valle di Fergana, passando per le gemme della mitica via della seta, ha apparecchiato per le comitive di anziani turisti tavole imbandite con coreografici piatti di uva e albicocche, spettacolari madrase decorate e minareti ricoperti maioliche turchesi, chilometri di tessuti ricamati e seta, più o meno di pregio. 
Il Kirghizistan invece, terra di pastori nomadi e cavalli selvaggi, non aveva nessun monumento storico da dare in pasto ai restauratori sovietici e ancora oggi presenta al visitatore una facciata antropizzata fatta di orribili palazzi di cemento e vecchi simboli arrugginiti. Ma tanto la sparuta compagine di backpacker caucasici che lo visita è interessata soltanto al trekking nelle montagne mozzafiato, alle passeggiate a cavallo e all’ospitalità nelle yurte estive; della bruttezza delle città, della rozzezza del popolo e dei monotoni pasti se ne sbatte.

Una terra di frontiera

Scendiamo le scale e una delle solite piazze socialiste senza storia e senza fantasia ci si para dinanzi. Gli edifici, le colonne, le fontane sembrano ordinati a un supermercato dell’architettura totalitaria. Il palazzo di Lenin somiglia al mausoleo di Ho Chi Minh a Hanoi, quello del Parlamento con le sue colonne altissime è la solita copia di tutti i Parlamenti socialisti costruiti con in cuore la voglia di avere un proprio Pantheon. Alzo gli occhi da queste brutte tracce umane e il cielo è consolante. È il vecchio, grande cielo alto dell’Asia Centrale, con banchi di nuvole rosee appena sfiorate dal sole che sta scomparendo dietro altissime file di pioppi. Dimenticati da quarant’anni, mi tornano in mente i versi imparati al ginnasio: Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?
(Tiziano Terzani, "Buonanotte signor Lenin")

La fila presso la frontiera di Osh è scorrevole e nessun controllo in uscita viene effettuato dalle autorità uzbeke, neanche per verificare che io abbia ligiamente conservato tutte le registrazioni rilasciate dagli hotel. L’unico lieve contrattempo avviene in ingresso, quando agli impiegati della dogana kirghisa viene il dubbio che per gli italiani sia necessario il visto.
La prima novità riguarda l’alfabeto: in Kirghizistan si usano soltanto i caratteri cirillici (e anzi il russo, insieme al kirghiso, è ancora la lingua ufficiale), a differenza dell’Uzbekistan, dove un tentativo di trascrivere l’uzbeko in alfabeto latino si è parzialmente attuato. L’accoglienza dei tassisti non è delle più pacifiche: alcuni di loro si disputano ferocemente il mio bagaglio e sta per scoppiare una rissa, che evito strappandogli di mano lo zaino e avviandomi a passo svelto verso l’auto del meno collerico di loro, che era rimasto in disparte.

Osh è la città più antica e più conservatrice del paese, nonché la seconda più grande dopo la capitale. Per alcuni secoli è stata uno dei crocevia della Via della seta e ancora oggi mantiene una posizione strategica visto che da qui si raggiungono facilmente i varchi di frontiera non solo con l’Uzbekistan ma anche con il Tagikistan e con la Cina.
Trovandosi nel cuore di quel groviglio etnico che è la valle di Fergana, Osh è abitata da moltissimi uzbeki, riconoscibili dagli ormai noti abiti a fiorellini per le donne e dai berretti ricamati a forma di bustina per gli uomini. I rapporti tra i due popoli (conviventi apparentemente pacifici ai tempi dell’URSS) sono piuttosto complicati: gli uzbeki considerano i kirghisi fondamentalmente dei coattoni pecorai (che nondimeno li trattano da stranieri), mentre i kirghisi a loro volta guardano con sospetto quei vicini storicamente stanziali e in genere più benestanti. Il primo grave scontro tra le due etnie ebbe luogo a Uzgen e a Osh nel giugno 1990, proprio quando la federazione sovietica iniziava a disgregarsi. Le vittime furono centinaia ma i militari giunti da Mosca ristabilirono l’ordine in tempi abbastanza brevi. All’epoca il paese non era ancora indipendente e il partito comunista – scrisse Terzani – aveva alimentato e poi sfruttato il conflitto razziale al fine di creare una repubblica monoetnica e scongiurare il rischio di un Turkestan indipendente, che avrebbe incluso i cinque “Stan” in un’unione islamica non gradita ai russi.

I motivi di risentimento reciproco riemersero esattamente vent’anni dopo, durante il caos che seguì la cacciata del presidente Bakiyev, quando esplose un altro conflitto, sempre a giugno, e sempre qui, a Osh e a Jalalabad. Anche in questo caso la scintilla fu una disputa di poco conto tra uzbeki e kirghisi, ma poi la violenza dilagò con un'escalation di omicidi e torture, saccheggi e incendi, che provocò ufficialmente più di 400 morti (molti di più secondo fonti non ufficiali) e centinaia di migliaia di rifugiati, tanto da costringere il governo a dichiarare lo stato di emergenza.
Come nel 1990 la maggioranza delle vittime era uzbeka; e anche questa volta il regime in carica era debole ed era in corso una crisi economica. Se però durante il processo del 1990 la maggior parte dei criminali condannati era kirghisa, per i fatti del 2010 quasi tutti gli imputati e i condannati erano uzbeki; senza contare che i giudici e gli avvocati erano invece kirghisi e che un gran numero di testimoni e organizzazioni internazionali hanno sospettato il coinvolgimento dei militari e delle forze governative nei pogrom. Ancora oggi i diritti della minoranza uzbeka non vengono riconosciuti e recentemente non sono mancate schermaglie che per fortuna non sono sfociate in un vero conflitto.

L’unica attrazione turistica di Osh a quanto pare è l’appuntita collina Suleiman, sulla cui sommità si trovano una piccola moschea che risale all’epoca di Babur e un mausoleo che si crede sia stato eretto sulla tomba di Salomone (il quale, secondo la leggenda, avrebbe fondato la città). Si tratta di un luogo sacro, da secoli meta di pellegrini provenienti da varie zone del mondo musulmano e venerato in particolare dalle donne che non riescono ad avere figli. Purtroppo per scalarla bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare l’ombroso cortile dell’ostello, avventurarsi nelle strade bollenti e poi smadonnare sotto il sole percorrendo la ripida salita.
Il Kirghizistan è un paese al 94% montuoso, con un’altitudine media di 2750 metri: ero dunque certissima di trovare un gradevole clima alpino dopo dieci giorni canicolari in Uzbekistan. E invece devo constatare con sommo disappunto che anche a Osh, situata ad un’altitudine di quasi 1000 metri, la colonnina del mercurio segna 42 gradi. Solo nel tardo pomeriggio dunque mi decido a raggiungere il bazaar, decantato come vivacissimo e intrigantissimo mercato tipico dell’Asia centrale, ma nella realtà pieno di orrende cineserie e venditori imbronciati con lo sguardo incollato al cellulare.

Mi incammino allora per un lungo tratto seguendo la riva del fiume fino alla statua di Lenin, deforme nel tramonto: con il suo braccio marrone indica un futuro già passato agli eleganti invitati a un matrimonio, che si stanno fotografando a vicenda accanto a pacchiane limousine da cerimonia. Entrando nel parco adiacente, le spalle di Lenin svettano sopra all’ingresso di una palestra, di fronte alla quale si dispiega un tetto di ombrelli colorati che sovrasta una piscinetta. Le coppie di sposi attraversano trionfalmente una passerella inserita dentro ad una lunga sfilza di cuori rossi e fuxia e si fanno fotografare sotto a una copia in miniatura della torre Eiffel. Ceno in un ristorante in stile bavarese-scandinavo, con le palafitte di legno e i wurstel; in sottofondo melliflue cover di celebri pezzi pop.
Ecco, non so come altro dirlo: Osh è una città veramente brutta.

I pascoli kirghisi

Li Tartari dimorano lo verno in piani luoghi ove ànno erba e buoni paschi per loro bestie; di state in luoghi freddi, in montagne e in valle, ov’è acqua e (a)sai buoni paschi. Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde, e pòrtallesi dietro in ogni luogo ov’egli vanno, però ch’egli ànno ordinate sí bene le loro pertiche, ond’egli le fanno, che troppo bene le possono portare leggeremente. In tutte le parti ov’egli vogliono queste loro case, sempre fanno l’uscio verso mezzodie. Egli ànno carette coperte di feltro nero che, per che vi piova suso, non si bagna nulla che entro vi sia. Egli le fanno menare a buoi e a camegli, e’n su le carette pongono loro femmine e loro fanciugli. E sí vi dico che le loro femmine comperano e vendono e fanno tutto quello che agli loro mariti bisogna, però che gli uomini non sanno fare altro che cacciare e ucellare e fatti d’oste. Egli vivono di carne e di latte e di cacci(a)gioni; egli mangiano di pomi de faraon, che vi n’à grande abondanza da tutte parti; egli mangiano carne di cavallo e di carne e di giument’e di buoi e di tutte carni, e beono latte di giumente.
(Marco Polo, “Il Milione”)

Il Kirghizistan è un paese noto per gli spettacolari paesaggi di steppa, per i laghi alpini bluissimi, per i nomadi dagli occhi a mandorla. Una delle mete più gettonate è il lago di Song Köl, situato nella provincia di Naryn ad un’altitudine di 3016 metri. Esso è circondato da ampi pascoli estivi (o jailoo) e non ci sono strutture permanenti, ma da giugno a settembre i locali forniscono ospitalità nelle tipiche tende mobili chiamate yurte.

Non è facile arrivare fin qua, in particolare se si parte da Osh: il tragitto (circa 450 km) è in buona parte impervio tra spettacolari passi e vallate deserte e non è servito dal trasporto pubblico. Il CBT, l’agenzia turistica più attiva del paese, propone il trasferimento (con cambio d’auto a Jalalabad e sosta a Kazarman per la notte) a cifre astronomiche, che spero vivamente siano davvero impiegate per portare un poco di sviluppo nel paese, come loro sostengono. Tra l’altro purtroppo tutti questi fantomatici turisti zaino in spalla che starebbero prendendo d’assalto il Kirghizistan (e con cui avrei potuto dividere la spesa) io non li vedo. Ad esempio qui ci sono tre tedeschi bloccati ad Osh in attesa che gli riparino la jeep, uno svizzero in anno sabbatico diretto in Cina, un asiatico che dorme tutto il giorno e non si sa dove va; tutti gli altri sono appena partiti per il festival sui monti Alaj.

Anche Bakhtygul, la proprietaria della homestay che mi ospita a Kazarman, conferma che ci sono meno presenze dello scorso anno. Fiore della Felicità (questo è il significato del suo nome) come primo lavoro insegna inglese in una scuola superiore russa, dove i professori vengono pagati di più rispetto a chi lavora nelle scuole kirghise: “Questa divisione è uno dei lasciti del periodo sovietico, durante il quale la cultura kirghisa era praticamente sparita, infatti a scuola non si studiava la nostra storia né la nostra lingua. Ancora oggi nei villaggi si parla soprattutto kirghiso ma nelle grandi città predomina il russo.” Quando le racconto la prima destinazione del mio viaggio, mi confida che le donne uzbeke sono molto sottomesse al marito e che se una donna kirghisa si sposa con un uzbeko per lei è molto difficile adattarsi alla nuova famiglia. "D’altra parte il Kirghizistan – prosegue con orgoglio – è l’unica democrazia da queste parti, ed è un paese libero sia dal punto di vista politico che economico. L’unico problema è l’enorme corruzione".

Kazarman si trova in una posizione di grande fascino, circondata da suggestive montagne e lambita dal fiume Naryn; la maggior parte degli abitanti è dedita all’agricoltura e i vasti campi limitrofi sono coltivati a cetrioli, grano e patate. Il paese in sé è un agglomerato poco piacevole di casermoni in cemento, alcuni dei quali lasciati abbandonati chissà da quanto: è qui che devo procacciarmi del cibo, visto che stasera la homestay non fornisce la cena ai suoi ospiti. Il migliore “cafè” è chiuso perché di solito la domenica ha dato fondo a tutte le provviste durante il pasto di mezzogiorno e quello di seconda scelta ha nel menù soltanto i manti (ravioloni ripieni di carne e cipolla, indigeribili). Per fortuna proprio accanto c’è un’altra brutta struttura, non segnalata da Fiore della Felicità, che si può con molta fantasia definire ristorante: la proprietaria mi invita in cucina a dare una sbirciata ai pentoloni sui fornelli e poco dopo mi vengono serviti una zuppa e mezzo pollo allo spiedo.
In giro non c’è molto movimento, quelle poche auto scassate che girano vanno a folli velocità sulle strade disconnesse e un paio di autisti mi gridano qualcosa di incomprensibile dal finestrino. Quando chiedo a Fiore della Felicità se il problema dell’alcolismo è ancora così diffuso mi comunica compiaciuta che fino a qualche anno fa era davvero una piaga ma oggi è stato per fortuna risolto.

Il giovane e sorridente autista che mi conduce a Song Köl di norma fa l’apicoltore e non ha mai lavorato con i turisti prima d'ora; quando gli dico la cifra che è costato questo trasferimento in auto, sgrana gli occhi probabilmente accarezzando per la prima volta dentro di sé l'idea di cambiare settore lavorativo. Il giorno precedente l'affabile driver baffuto che mi aveva portato a Kazarman aveva avuto diversi problemi con il motore dell’auto, che si surriscaldava facilmente, mentre oggi il viaggio scorre via liscissimo tra paesaggi da cartolina.
Rozana, insieme alle due figlie adolescenti e al marito, mi accoglie nella yurta dove dormirò queste tre notti (in realtà il marito è quasi sempre assente e quelle che si fanno davvero il culo sono le tre donne). Nella struttura di lamiera dove si consumano i pasti, a disposizione degli ospiti c’è un tavolo sempre ben fornito di marmellate, frutta, frittelle e naturalmente tè, ettolitri di tè caldo a tutte le ore. La yurta è molto colorata e accogliente, mentre il bagno è un gabbiotto anch’esso di alluminio con un buco puzzolente nel terreno; per lavarsi i denti e il viso c’è un rudimentale rubinetto costituito da un contenitore capovolto e ci si può fare anche una specie di doccia in un altro box, con bacinelle di acqua calda e fredda.

Finalmente da ora in poi l’afa sarà solo un lontano ricordo, ma comunque fino alle 5 è ancora possibile esplorare i dintorni in maglietta: il lago è tanto grande e ondoso che sembra un mare, tutto intorno buoni paschi per loro bestie (che poi sarebbero i cavalli selvaggi, gli sparuti asinelli, le enormi mandrie di pecore, le mucche), prati sporadicamente punteggiati da chiazze di stelle alpine e diversi campi di case tonde di legname, coperte di feltro, quasi tutte atte ad ospitare turisti (che al momento, comunque, scarseggiano). Alcune vetuste Lada dai colori sgargianti hanno portato fin qui i gitanti kirghisi, che ora sono seduti a fare il picnic con i loro buffi cappelli di feltro e i denti di metallo che scintillano. Con la mano mi fanno segno di avvicinarmi e – una volta esaurito il modesto vocabolario a mia disposizione – è il momento di assaggiare il kumis, la schifida bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte di giumenta; per fortuna qualcuno fa girare una più potabile bottiglia di vodka.

Quando faccio ritorno al mio accampamento, dei grigi nuvoloni hanno velocemente ingombrato il cielo. Mi rifugio nella tenda, un po’ spaventata dai tuoni fragorosi e dal vento formidabile che fa scricchiolare vigorosamente i pali di legno e oscillare tutta la struttura. Sbirciando dalla spessa stuoia che funge da porta, intravedo Rozana che mi fa segno di rientrare e sua figlia appesa ai cavi di due yurte, nello sforzo di non farle volare via: le guance sono due pomelli rossi e gli occhi mongoli due fessure contro la tempesta.
Alle sette è tutto finito, le tende sono ancora in piedi e la cena è puntualmente servita in tavola. Quando ormai è buio e mi appresto a ficcarmi sotto le coperte leopardate, una quindicina di coreani, profughi da un altro campo yurte collassato, chiede ospitalità da noi e la tenda tonda diventa un agglomerato di corpi europei e asiatici riscaldati dalla stufa che va a tutto vapore.

L’indomani sera le nostre yurte sono al completo: due polacche e un italiano sono arrivati a cavallo, una coppia di americani è giunta da Osh come me ma pagando una cifra ancor più spropositata al CBT, e poi molti norvegesi, americani, francesi, israeliani, neozelandesi eccetera provenienti da Kochkor. A parte passeggiare intorno al lago o andare a cavallo non c’è molto da fare, se non godersi l’aria di montagna, la luce epica e i movimenti del sole e della luna. A differenza di Leopardi non invidio la greggia beata e libera d’affanno, che gran parte dell'anno senza noia consuma in quello stato; a me, se seggo sovra l’erbe, all’ombra, magari a leggere, nessun fastidio m'ingombra la mente e non mi assale alcun tedio. D’altra parte Rozana e le figlie non fanno altro che lavorare duramente e in altri yurt camp stanno faticando parecchio a rimettere in piedi le tende collassate e insomma mi poteva andare peggio.
La sera però, quando miro in cielo arder le stelle, è inevitabile qualche elucubrazione filosofica: a che scopo così tante luci? qual è il senso dell’universo infinito? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono?

La domenica c’è grande folla convenuta per il National Horse Games Festival, uno show culturale organizzato dal famigerato CBT qui a Song KölDopo una presentazione allietata da balli e canti tradizionali, gli artigiani illustrano agli occidentali come si realizza un tipico tappeto kirghiso di lana pressata, la nostra Rozana ci mostra come si preparano le frittelline tipiche (i boorsok), e finalmente il clou della giornata: gli horse games. Il gioco a cavallo più bizzarro è l'ulak tartysh, molto simile al buskashi afgano, in cui i partecipanti devono strapparsi di mano una carcassa di capra (che tra parentesi era stata ammazzata proprio dal marito di Rozana) e riuscire a infilarla dentro a una buca nel terreno. Quindi è il turno del romantico kyz kuumai, che ai più avveduti ricorderà l'antica pratica – ancora in vigore – del rapimento delle donne ai fini del matrimonio: un ragazzo e una ragazza, ognuno sul proprio cavallo, iniziano una specie di inseguimento; se l'uomo riesce a raggiungere la donna può scroccare un bacio mentre se non la raggiunge lei può inseguirlo e colpirlo con una frusta. A seguire il più banale wrestling a cavallo e infine un poco appassionante gioco in cui i cavalieri devono chinarsi verso il prato a raccogliere delle monetine. 
Alla fine dei giochi torno a Kochkor con un Suv guidato dal marito di Rozana, il quale dunque era sempre via non per ucellare o per fatti d'oste (come avevo pensato prestando ascolto alle parole di Marco Polo), bensì per svolgere il servizio di navetta del CBT. 

Kitschizistan 

Possibile che nessuno dica mai che il socialismo è fallito perché non ha rispettato la libertà dell’uomo; che il problema ora non è solo quello di riempire le pance della gente, ma anche quello di ridare un senso alla loro vita; che, oltre a stimolare la benedetta economia, vanno stimolate anche le teste, va stimolata la fantasia, va incoraggiata la poesia? Questo passare da un materialismo a un altro non preoccupa nessuno’? Non è pericoloso?
(Tiziano Terzani, "Buonanotte signor Lenin")

I turisti stranieri, facilmente riconoscibili dall’abbigliamento tecnico di montagna, sono raggruppati ai tavoli di un ristorante sulla via principale e tra loro discutono delle loro mete d’alta quota passate e future, che poi sono le stesse per tutti. Le casette con i tetti di lamiera, i muri senza intonaco, i cancelli scrostati, i pali della luce, le insegne in caratteri cirillici, le vecchie Lada, le residue falci e martello arrugginite, così come gli anonimi cittadini che ci vivono, non accendono alcuna curiosità in loro, e d’altra parte i residenti li ricambiano con la medesima olimpica indifferenza. Kochkor, circondata anch’essa da prestigiose montagne, è in effetti ancora più brutta di Osh e Kazarman.
Al piano di sopra del “Retro coffee” ci sarebbero anche dei posti letto ma a quanto pare è impossibile farsi una doccia, mentre il bagno – sebbene siamo in città – è un buco nel terreno situato dietro una porta, nel retro, che emana lo stesso fetore nauseabondo di quello di Song Köl. Anche l’ufficio del CBT ha un fosso maleodorante al posto del gabinetto, nonostante le colossali cifre che chiedono per le loro escursioni. Ad esempio, per raggiungere Tash Rabat (232 km) la tariffa ammonta a circa 100 dollari; per questo, essendomi ripromessa di non farmi più fregare, raggiungo Naryn con un taxi condiviso e solo lì contratto con la seconda agenzia del paese (meno ladra) per percorrere l’ultimo tratto – quello non servito da alcun mezzo pubblico.

Viaggiando tra le strade kirghise, è evidente che gli autisti hanno tutti questa curiosa fissazione di tagliare le loro strade piene di curve, illudendosi ingenuamente che diventino rettilinei. Sono dunque costretti ad invadere la corsia contraria ogni volta che la strada gira a sinistra, reinserendosi nella propria soltanto quando si stanno per scontrare con il mezzo che procede nella direzione opposta. Inizialmente questo vezzo tende a terrorizzare il turista, il quale tuttavia – dopo un congruo numero di episodi che vanno a buon fine – in genere prende confidenza con i costumi tipici del luogo. 
Il panorama montuoso è quasi sempre ammirevole e ogni tanto fiorisce un originale cimitero con le tombe a forma di yurta: questi, per quanto ho potuto vedere, sono gli unici monumenti di un certo interesse storico-artistico di tutto il paese. D'altra parte, quali tracce vuoi che lasci un popolo nomade? Anche fuori città ogni tanto il kitsch fa capolino nei cippi, negli archi e negli anacronistici simboli che qua e là danno il benvenuto in qualche illeggibile località, provincia o passo che sia, eredità di quella religione della bruttezza che è stato il comunismo. Nuove scintillanti moschee giocattolo costruite dopo l’indipendenza fanno da contraltare alla ruggine e al cemento armato.
Ogni volta che l’autista viene fermato dalla polizia, prima di scendere preleva una o più banconote dal portafogli e le sistema dentro al libretto dei documenti; quindi consegna il tutto al poliziotto, il quale non eleva alcuna contravvenzione e anzi lo saluta con una gioviale stretta di mano. Insomma, non esagerava Fiore della Felicità quando mi parlava della dilagante corruzione del paese.

Tash Rabat è un caravanserraglio del quindicesimo secolo ancora ben conservato che si trova a un centinaio di chilometri a sud di Naryn. Esso è situato nel bel mezzo di una lunga vallata deserta attraversata da una strada che conduce al Passo Torugart e al lago Chatyr-Kul, ossia al confine con la Cina. Questa volta ho prenotato tramite facebook l’accomodation in uno yurt camp, e ancora non ho ben capito come abbiano fatto a rispondermi così lestamente visto che il telefono non prende e non c’è traccia di wifi. L’esperienza nella yurta l’avevo già fatta e dunque qui preferisco dormire in una costruzione di cemento, seppure su un tappetino steso per terra, anche perché le temperature sono crollate e piove a dirotto.
Approfittando dei rari sprazzi di sereno, raggiungo il caravanserraglio (nonché ex monastero nestoriano del Decimo secolo) e visito le stanze a cupola, nello sforzo di immaginarle piene di mercanti stravolti di stanchezza e vocianti a cena, con la puzza di sudore, di escrementi di cavallo e dei ben noti buchi nel terreno. Sul prato di fronte, un'allegra compagine famigliare sta festeggiando i sessant’anni della nonna con abbondanti libagioni, mentre nell’unico altro campo di yurte nei paraggi è in corso una spassosa partita di pallone tra turisti e indigeni. Intorno sono sparsi alcuni ex vagoni dipinti vivacemente e usati come abitazione, sporadiche mandrie di pecore e cavalli e grasse marmotte che fischiano nei prati.

Anche Tash Rabat è una tappa discretamente frequentata dagli eroici turisti in Kirghizistan. A cena nella grande yurta una grande tavolata è occupata da un gruppo di ciclisti trentini con abbigliamento tecnico impeccabile; con i norvegesi, americani e olandesi seduti vicino a me non è scattato molto feeling, ma per fortuna mi faccio due risate con dei viaggiatori spagnoli prima di affrontare il grande gelo stellato per andare a lavarmi i denti.

Dopo 24 ore di permanenza, preso atto delle temperature inospitali, dei frequenti acquazzoni e dell’altitudine che mozza il respiro e appesantisce la testa, considerato il fatto che tutti i turisti se ne sono andati chi in Cina e chi a cavallo e che la vallata l’ho percorsa in lungo e in largo, e soprattutto approfittando di un autista altrui che è in procinto di tornare a Naryn con la macchina vuota, decido di andarmene prima del previsto.

Il lago caldo

L'Ysykköl è il secondo lago salato più grande del mondo ed è situato a 1600 metri di altitudine. Il suo nome significa "lago caldo" perché, a causa del sale, non gela mai e d’estate le sue tiepide acque sono adatte alla balneazione. Ho preso un taxi condiviso a Balykchy (centro ferroviario in decadenza situato all'estremità occidentale del lago, pieno di bancarelle che vendono pesce essiccato) e mi sto dirigendo verso Bökönbaev, sulla costa meridionale, la più tranquilla e meno battuta dai turisti russi e kazaki. Le svariate dacie lungo la strada sono anche qui lasciate in balia degli eventi, con il legno scolorito e nessuno che dà una pittata ai cancelli arrugginiti. A quanto pare, la fiorente industria turistica ha subito un visibile tracollo dopo la fine dell’Unione Sovietica.
Affrontati stoicamente alcuni disguidi logistici, grazie alla pazienza di un tassista vengo depositata in un ennesimo yurt camp sulla riva del lago, in località Tong. Tra gli ospiti della tranquilla struttura figura una famigliola siberiana sui generis: la madre ha i capelli viola, sua figlia verdi e l’uomo non si capisce se sia il fidanzato dell’una o dell’altra; inoltre vi alloggiano due ragazzi di Montreal, una coppia anglo-spagnola e un giovanotto solo e mutanghero che non si è capito di dove sia. La coppia di belgi già conosciuti a Song Köl dorme invece nel camp accanto, molto più pubblicizzato. Sulla spiaggia di ciottoli i russi fanno fuori diverse bottiglie di vino e poi nuotano a turno con un salvagente a forma di unicorno; io non trovo di meglio da fare che leggere un racconto di Tolstoj sui cosacchi. Se avessi scelto di iniziare il viaggio dal Kirghizistan (e non dall’Uzbekistan) qui avrei trovato un caldo prettamente estivo e avrei sguazzato piacevolmente nel lago; e invece basse temperature, cielo nuvoloso e qualche breve acquazzone hanno caratterizzato anche le due giornate trascorse qui – senza contare che, di contro, nelle città uzbeke lungo la via della seta c'era un picco di afa insopportabile. La giornata finisce con il sole che tramonta dietro le montagne del Tien Shan, dall’altra parte del lago; quando il cielo diventa fucsia un possente vento mi raccomanda caldamente di rinchiudermi nella tenda.

Fra le attrattive del territorio ci sarebbero le arti della falconeria oppure un certo canyon delle favole dai molti colori, ma ciò che mi attrae maggiormente è un laghetto salato non lontano dalla costa, ufficialmente noto come Solenoye Ozero. Apparentemente sembrerebbe un lago come tutti, con un sacco di gente in costume che fa vita da spiaggia, se non fosse che tra i normali bagnanti si fanno notare alcuni sosia di Diabolik. Infatti, basta fare una breve passeggiata intorno al lago per scoprire dei giacimenti neri come petrolio, che contengono esseri umani a mollo nel fetido liquame, nella speranza di ricavare dei benefici in termini di funzionalità articolare o di morbidezza della pelle. Mi trovo, in pratica, presso l’equivalente kirghiso del mar Morto: anche qui l’elevata salinità ti tiene facilmente a galla, ma ci vogliono parecchie docce per togliere di dosso l'olezzo.

A questo punto del viaggio, il capoluogo Karakol, la sorgente d’acqua calda di Altyn Arashan, così come le falesie di arenaria rossa del canyon di Jeti-Öghüz, sono stati definitivamente archiviati e non mi resta che tornare a Bishkek per trascorrere l’ultima giornata prima del rientro.

La città più bella del Kirghizistan

L’itinerario del minibus si snoda verso nord tra le belle montagne spoglie dell’Asia centrale: ai lati della strada piena di curve ogni tanto spuntano mini yurte e bancarelle di mele, pesce essiccato, bibite fresche. L’ultimo tratto prima di Bishkek è un rettilineo parallelo al confine col Kazakistan, segnato dal fiume Chui.

La capitale del Kirghizistan, appollaiata ai piedi della catena del Tien Shan, è una città relativamente nuova, costituita da una griglia di ampi viali fiancheggiati da canali di irrigazione e grandi alberi, numerosi parchi verdi, edifici con facciate in marmo e sgraziati condomini di cemento sovietici. In confronto al resto del paese, sembra addirittura una bella città.
In epoca sovietica si chiamava Frunze, in onore di un rivoluzionario bolscevico considerato un serio pretendente al potere dopo la morte di Lenin; fu Stalin che, dopo averlo fatto "misteriosamente" sparire, gli dedicò una città. Dopo l’indipendenza fu ribattezzata Bishkek, che sarebbe la zangola con cui si rimesta il latte di cavalla: Terzani sosteneva che il termine si riferisce anche al “bastone con cui la donna si consola in assenza del marito” e che “nessuno chiama la città col suo nuovo nome e certo non la chiamano così le donne kirghise che arrossirebbero imbarazzate a pronunciare quella parola in pubblico”.

La mia prima tappa è l’Osh Bazaar, immenso agglomerato di negozi e bancarelle all’aperto e al chiuso, attraversato da strade trafficatissime e ingorghi deliranti di bipedi e mezzi. Anche questo, come tutti i mercati visti in Kirghizistan, non è né colorato né affascinante come l'accostamento delle parole mercato e orientale potrebbe far pensare. L’area più interessante è quella in cui le contadine dai vestiti sintetici e i fazzoletti in testa smerciano meloni e cocomeri, cavoli e pesche, mais e latte di cavalla, staccando comunque raramente gli occhi dallo smartphone. Anche qui non ho trovato traccia dell’artigianato locale: per acquistare qualche oggetto tipico di buona fattura (ad esempio i cappelli e i tappeti tradizionali di feltro) bisogna entrare in uno dei moderni negozi sulla Chuy Avenue e lasciargli un'ingiustificata quantità di denaro.

Su questo viale infinito che taglia tutta la città sorgono, uno dopo l’altro, praticamente tutte le cose da vedere a Bishkek. Il museo zoologico, l’università internazionale, la piazza della Filarmonica, cinema, bar, ristoranti e naturalmente Ala Too square, la piazza principale. Si tratta di una scenografica e immensa distesa di cemento ingentilita da aiuole fiorite, che un tempo si chiamava piazza Lenin: è molto frequentata sia di giorno sia di sera, quando parte uno spettacolo di luci e suoni sincronizzati con le fontane. Dall’altra parte della strada si staglia la statua di Manas, l’eroe del poema epico alla base della letteratura kirghisa, mentre la statua di Lenin che un tempo godeva di una posizione centralissima è stata confinata alle spalle del cubo bianco che ospita il Museo di storia.

Qui hanno avuto luogo importanti manifestazioni politiche, sia ai tempi sovietici sia dopo l’indipendenza. Il 7 aprile del 2010 per esempio scoppiarono dei violenti scontri tra la polizia e i dimostranti, che chiedevano le dimissioni del presidente Kurmanbek Bakiyev e protestavano contro l'aumento del prezzo del carburante: il bilancio fu di almeno 40 morti, commemorati dallo scenografico monumento agli eroi.

Nei paraggi del parco Panfilov, un giardino a forma di stella, sorge un sofisticato ristorante dove mi godo l’ultima cena kirghisa gomito a gomito con gli esponenti della Bishkek bene. La serata e l'intero viaggio si concludono in un locale all'aperto ai margini dell’Oak Park, dove brindo con uno shot di vodka alle tre settimane trascorse nel variegato territorio del Turkestan, ammiccando al cantante della rock band russa che si esibisce egregiamente sul palco.

(luglio 2018)

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