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La vicina Cina

L'ultima sera che trascorro a Pecatu, località sperduta nel sud di Bali, scendo a mangiare nella sala comune e finalmente conosco Jay, il proprietario della guest house. Personaggio effervescente, capelli lunghi unti e sorriso aperto, già alla terza o quarta birra, mi accoglie calorosamente e mi presenta un giovane cinese seduto al suo tavolo.
Jay è interessato al marketing e gli sta dicendo: «Tu sei intelligente, Clark. Io vorrei imparare da te i segreti del business che stai studiando al tuo master di Ginevra.» Al che Clark comincia a snocciolare cifre e a entrare nel tecnico. «Ma tu devi imparare da me... Look at these guys», lo interrompe Jay indicando gli australiani, europei, brasiliani spaparanzati sui divani a ridere e bere birra. «Il loro unico pensiero è: come posso guadagnare i soldi per pagarmi le prossime vacanze? Impara da loro. Perché dopo che hai fatto tanti soldi, ti sei comprato la macchina, la casa, la barca, poi cosa fai? Vuoi un'altra casa, un'altra macchina, un'altra barca, ma non sei felice. Sei stressato. La notte non dormi.» «Infatti!» annuisce il cinese muovendo la testa su e giù spasmodicamente. «Io la notte non riesco a dormire, penso penso penso senza mai riuscire a rilassarmi. Penso come avere successo. Come diventare una persona ricca e importante.» Clark è qui da alcuni giorni per uno stage e ancora non è mai uscito da Pecatu. Nel frattempo, i ragazzi si stanno organizzando per andare a una festa e Jay gli propone di accompagnarli; il cinese accampa un mal di testa ma gli promette che la domenica sarebbero andati insieme in spiaggia. Shanghai e Ginevra hanno creato un mix micidiale nella testa del povero Clark, chissà se sei mesi a Bali potranno regalargli un po' di balance, come alla protagonista di "Mangia, prega, ama".
Il giorno dopo, all'aeroporto di Doha raggiungo il gate da dove sarebbe partito di lì a poco il mio volo per Roma. Guardandomi in giro, sono certa di aver sbagliato: solitamente, quando sta per partire un volo per l'Italia, un buon numero di viaggiatori in attesa sono italiani, e invece qui sono quasi tutti cinesi. Mi viene in mente quello che aveva detto Clark: «Prima delle Olimpiadi di Pechino, nessun cinese immaginava che dopo così poco tempo avrebbe potuto viaggiare liberamente. Nemmeno lontanamente lo immaginavamo! È incredibile quello che è successo. Appena si sono chiuse le Olimpiadi, è stato in quel momento che abbiamo capito che sarebbe successo. Ce l'abbiamo fatta.» E poi ripenso a quello che mi aveva detto Jay, dal suo osservatorio privilegiato di proprietario di due negozi di souvenir a Kuta, la città più turistica di Bali: «Sai quali sono i popoli più in crisi? Gli italiani e i giapponesi. Prima ne vedevi tanti di italiani e compravano. Tanto. Ora poco o niente. E invece è pieno di cinesi. Ogni anno sono sempre più numerosi.»

Racconto di viaggio "JALAN-JALAN. Per le strade dell'Indonesia"