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Il castello fiabesco di Kenmare

Dopo circa un milione di scatti del photographer — perlopiù rivolti a pecore di ogni foggia — raggiungiamo Kenmare, quest'anno detentrice del prestigioso "Tidy town of the year award", ossia il premio per la città più pulita. Questo la dice lunga sui cessi pubblici della zona, su cui ti puoi sedere senza rischiare malattie, ma anche sul resto: ad esempio sono quasi inesistenti i manifesti pubblicitari 6x3.
Alloggeremo in un magnifico castello delle fiabe circondato da un parco, occupato in minima parte da decine di campi da golf. Il personale meriterebbe un reportage a parte, specialmente l'Elton John biondo che ne è il manager. La mia stanza è grande circa il doppio del monolocale dove attualmente abito, e contiene un gigantesco letto a baldacchino con il materasso alto almeno quanto quattro materassi normali, un salotto completo di divani e tavolino su cui sono posizionati biscotti al cioccolato, bottiglia di vino rosso, lettore cd e prestigiose riviste di fotografia. Il bagno è anch'esso vasto più del doppio del mio attuale bagno e presenta una serie di prodotti per il corpo dalle più delicate fragranze, oltre a pantofole e accappatoio in morbida spugna. Alle 19 in punto mi citofona una cameriera abbigliata come Cappuccetto rosso, con lo stesso identico cestino sotto il braccio di quando va in visita dalla nonna, e mi fa capire che deve entrare per preparare la stanza per la notte. Io mi sposto dalla porta e la osservo svolgere le seguenti mansioni, nell'ordine: piegare lievemente il copriletto in maniera da facilitarmi l'ingresso sotto le coperte al momento del bisogno (quando probabilmente, secondo l'ottica gaelica, sarò troppo ubriaca per farlo da sola), chiudere le massicce triple tende per evitare che da fuori qualche occhio indiscreto possa sbirciare nella mia intimità, accendere tutte le lampade per controllare se le lampadine funzionano e cambiare appunto una delle suddette lampadine che si è inavvertitamente fulminata. Poi sorride, fa un grazioso inchino e se ne va.
A cena si scatena il panico perché io e the photographer ci scambiamo i piatti, attratti dalla pietanza altrui proprio come nel racconto di Calvino, dove il bambino ricco sbava di fronte alla salsiccia con le rape dell'operaio povero il quale, a sua volta, amerebbe cibarsi per una volta del piatto di cervello del bambino ricco. Ma noi siamo adulti e ciononostante abbiamo l'intemperanza di fregarcene del fatto che non si può mangiare il tonno con il coltello da carne e il filetto con il coltello da pesce, già sistemati al lato del nostro piatto dopo l'ordinazione. I camerieri impallidiscono dal terrore che qualcuno in alto si possa accorgere che hanno portato i piatti al commensale sbagliato; noi arrossiamo rendendoci conto dell'errore commesso.

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