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Non è poi così lontana Samarcanda 

Uzbekistan luglio 2018

Vado a letto depresso alla semplice idea che, essendo venuto a vedere Samarcanda, non avrò d’ora innanzi più modo di sognarla. 
(Tiziano Terzani, "Buonanotte, Signor Lenin")

Sa-mar-can-da: la punta della lingua compie un giretto niente male prima di battere, alla fine, contro i denti. Sa-mar-can-da: quattro “a” di meraviglia una dopo l'altra, solo a pronunciarla. Samarcanda: mi sembra di aver già sentito questo nome da qualche parte.

Sono scesa da un treno superclimatizzato, supermoderno, superveloce, superpieno. Un taxi mi ha portato in un ostello di merda, con una ventola spacciata per sistema di air conditioning, dei materassi sfondati e un pavimento di moquette che probabilmente non ha mai avuto un contatto ravvicinato con un aspirapolvere in vita sua. Non ho avuto la forza di cercarne un altro: il Registan, seminascosto da curati giardinetti, mi attirava come una calamita.

Il sole tramonta sui portali delle tre fiabesche madrase che delimitano la piazza delle piazze, una falce di luna strizza l’occhio alle piastrelle turchesi delle cupole, gli uccelli svolazzano sfiorando le due tigri che decorano un fantasmagorico portale. Dietro le transenne che separano la piazza dalla strada trafficata, decine di persone che non hanno pagato il biglietto fotografano con il cellulare. 
Nell'ingresso tutto d'oro della madrasa Tilla Kori apprendo che il complesso fu fondato dal nipote di Tamerlano, Ulugbek: all’epoca, oltre alla madrasa che prende il suo nome, ne facevano parte anche una dimora sacra, un caravanserraglio e due moschee. Nel Diciassettesimo secolo furono costruite – al posto degli edifici ormai in macerie – le due scuole coraniche che affiancano ancora oggi la madrasa Ulugbek, l’unica che era sopravvissuta. Il pannello informativo si conclude con i ringraziamenti per la “nobile cura prestata al complesso architettonico fondato dal grande Ulugbek come perla dell’antica Samarcanda”. 
Nelle sale interne è allestita una mostra di fotografie scattate presumibilmente pochi anni prima della Rivoluzione d’Ottobre: il Registan è un immenso bazar affollatissimo di bancarelle, venditori e compratori, carretti trainati da cavalli; tutti i monumenti più importanti della città sono in rovina. Le guerre e un paio di catastrofici terremoti avevano infatti distrutto l’immenso patrimonio architettonico di Samarcanda, che i sovietici in seguito si sono presi la briga di ricostruire e restaurare, non senza prendersi alcune (troppe?) libertà. In questo momento però me ne frego della presunta scarsa autenticità degli edifici e dell’asettica musealizzazione di un luogo un tempo pieno di vita: la visita al Registan è un colpo al cuore, in particolare quando il sole è appena calato e la sapiente illuminazione trasforma il luogo in uno scenario da Mille e una notte.

Un muro separa i giardini del Registan dal resto della città. Attraversando una porticina si entra in un’altra Samarcanda fatta di stradine buie e sporche, palazzi fatiscenti e bambini che giocano nelle pozzanghere. È il vecchio quartiere ebraico e ci sono venuta per cercare quello che pensavo fosse un ristorante ma in realtà è una bella casa tradizionale adibita a guesthouse. Stasera però il portone è sprangato, ospiti non ce ne sono e marito e moglie stanno consumando in solitudine la loro cena, con le solite stoviglie bianche e nere, il pane tondo e vari piattini di frutta. 
Il proprietario mi suggerisce un posto di sua conoscenza dove mangiare; si tratta di una birreria con quello che noi definiremmo fornello pronto: devo dunque indicare con la mano cosa voglio mangiare e prima o poi mi verrà cucinato e servito. Dopo un’ora e mezza di attesa, trascorsa devo dire tracannando l’ottima birra artigianale di loro produzione, mi viene un sospetto. E in effetti, grazie alla mediazione linguistica di un commensale portato per le lingue, scopro che secondo loro avrei cancellato la mia ordinazione e che tutto il cibo è ormai finito. Per fortuna il traduttore impietosito mi cede una parte dei suoi avanzi e due alticci avventori coronano l'imprevista serata offrendomi un cicchetto di vodka.

Nella sua storia millenaria, Samarcanda ha avuto a che fare con conquistatori, sovrani, imperatori, commercianti e viaggiatori provenienti da tutto il mondo, ma il vero artefice dello stile architettonico che la rende ancora oggi inconfondibile fu Amir Timur, meglio noto come Tamerlano. Egli scelse questa città come capitale e vi importò artigiani e architetti da tutti gli angoli dell'impero affinché procedessero alla sua ricostruzione. Per quanto fosse spietato con i suoi nemici, teneva in palmo di mano gli artisti che lavoravano per lui e ci teneva un casino che i lavori fossero perfetti e la città diventasse meravigliosa. 
La moschea di Bibi Khanum, dedicata alla moglie preferita dell’imperatore, doveva essere uno dei luoghi di culto più grandi e raffinati del mondo islamico. Secondo la leggenda, durante la costruzione dell’edificio l’architetto capo, approfittando di un viaggio di lavoro di Tamerlano, riuscì dopo molta insistenza ad estorcere un focoso bacio dall’amatissima Bibi, la quale per coprire l’evidente bruciatura che le era rimasta sulla guancia inventò la moda del chador. Nel frattempo il fedifrago riuscì a sfuggire alla sua condanna a morte salendo su un minareto nuovo di zecca e volando via verso la sua città di origine, in Persia, mentre la principessa mongola infedele fu seppellita viva in un’ala della moschea appena costruita. 
Non si sa se a causa dei tempi di costruzione troppo serrati o della disattenzione del capo cantiere, troppo preso da Bibi, l’edificio presentò da subito problemi strutturali; se a ciò aggiungiamo l’intervento successivo dei fattori atmosferici, delle cannonate, dei terremoti e dell’incuria, capiamo perché all’inizio del Novecento la moschea appariva un cumulo di rovine. Diversamente da ciò che è accaduto per altri monumenti, la moschea di Bibi Khanum fu restaurata solo parzialmente dai sovietici e i lavori sono tuttora in corso. Al centro del cortile alberato si trova ancora adesso un massiccio leggio di pietra dove veniva posato il Corano più vecchio e pesante del mondo: pare che il genero di Maometto in persona lo stesse leggendo quando venne assassinato (non a caso è ancora sporco delle sue gocce di sangue). Secondo la credenza popolare, la pratica di gattonare sotto il sacro leggio rendeva immediatamente gravide le donne che non riuscivano ad avere figli, mentre girandogli semplicemente intorno si trovava soltanto marito.

Per quanto riguarda Tamerlano, attualmente riposa nel Mausoleo Gur-i-Amir. Fu lui stesso ad ordinarne la costruzione per seppellire suo nipote, ma poi anch’egli vi fu inumato, poiché la strada per la sua città natale nei giorni della sua dipartita era chiusa per neve. Nella grande sala centrale ci sono le lapidi: verde scuro quella di Timur, bianche le altre, ossia quelle dei due figli, del nipote Ulugbek e del maestro (la più grande di tutte). In realtà le vere sepolture si trovano nella cripta, che però è inaccessibile; a differenza di quanto accadde a Tiziano Terzani, nessuno mi offre di visitarla in cambio di una mancia. La storia più sorprendente relativa a questo posto non è una leggenda e accadde nel 1941, quando i sovietici decisero di scoprire se veramente Tamerlano era zoppo e se davvero suo nipote Ulugbek era stato decapitato dai fondamentalisti invidiosi. L’esumazione dei corpi ebbe luogo e confermò quanto si diceva, ma purtroppo si avverò anche l’antica, terribile profezia: chiunque violi la quiete di Tamerlano “in questa vita o nell'altra, sarà soggetto a inevitabili punizioni e miseria”. Il giorno dopo infatti i nazisti invasero l’Unione Sovietica e per loro iniziò la seconda guerra mondiale.

Sulla collina dove si trovava l’osservatorio di Ulugbek (poi dato alle fiamme dalla folla aizzata dai fanatici), oggi c’è un museo dedicato a questo grande matematico e astronomo, dove è ancora parzialmente visibile il gigantesco sestante con cui effettuò osservazioni e misure della posizione degli astri di una precisione mai raggiunta prima e a lungo ineguagliata.

Il luogo più affascinante di Samarcanda è il complesso funerario di Shah-i-Zinda, restaurato più di recente. Salita una ripida scalinata inizia una strada che conduce il pellegrino davanti a diversi piccoli mausolei uno più incantevole dell'altro, costruiti dalle famiglie aristocratiche della città a partire da quella di Tamerlano (gli uomini a destra, le donne a sinistra). Il sito è intitolato al “re vivente”, un famoso santo musulmano venuto qui per combattere gli infedeli e poi decapitato; secondo la leggenda, come se niente fosse egli prese la sua testa mozzata e, tenendola sotto braccio, andò a rifugiarsi in un pozzo nei paraggi: chissà che un giorno non riemerga per proseguire la sua lotta. Si tratta di una meta di pellegrinaggi molto gettonata, soprattutto da comitive di anziani provenienti non solo dall’Uzbekistan ma anche dai paesi confinanti, i quali vedendo dei visitatori stranieri raramente resistono al desiderio di scattarsi una foto con loro.

Non lontano da qui, sbrilluccica il nuovissimo mausoleo di Islom Karimov, inaugurato il 30 gennaio di quest’anno. Qui riposa "il primo presidente della Repubblica dell'Uzbekistan, grande statista e politico, rispettabile e onorevole figlio del popolo uzbeko ", come recita la lastra di marmo installata all'ingresso. Karimov ufficialmente è morto il 2 settembre del 2016 dopo aver guidato il paese per 26 anni e la cerimonia funebre si è svolta il giorno dopo a Samarcanda, sua città natale: migliaia di persone comuni sono accorse per rendergli omaggio. Per quanto riguarda i dignitari stranieri, molti di loro non se la sono sentita di dare l'ultimo saluto a uno dei dittatori più spietati della storia recente, che ha violato di continuo i diritti umani, mettendo in carcere e torturando centinaia di persone critiche nei confronti del regime, sfruttando il lavoro minorile per la raccolta del cotone, conducendo una vita di lussi mentre le condizioni economiche del popolo erano di estrema povertà. Resta dunque per me inspiegabile come possano i pellegrinaggi alla sua tomba continuare indefessamente fino ad oggi, così come i selfie davanti alla nuova statua piazzata nei giardini del Registan.

Forse può far riflettere questa notizia che risale alla fine dell’anno scorso, quando Mirziyoyev stabilì un'amnistia di massa (unica nella storia del paese) che liberò dal carcere quasi tremila prigionieri, accusati all’epoca di essere presunti membri di gruppi islamici banditi dal paese. Per loro fu decisa una sorprendente e alquanto sospetta penitenza: furono portati tramite un comodo autobus in pellegrinaggio sulla tomba di Karimov, ossia in qualche modo del loro carceriere, responsabile di aver rovinato la vita a persone che probabilmente non erano altro che semplici devoti musulmani. 

In ogni caso il memoriale, le statue e il nuovo museo in programma hanno tutti origine dal decreto firmato dal nuovo presidente il 25 gennaio del 2017, nel quale si stabilisce che una serie di istituzioni, strutture e strade siano intitolate a Karimov e che in suo onore siano realizzati opere, documentari, francobolli; viene inoltre istituita la celebrazione del compleanno e il Giorno della memoria del Primo Presidente. Il decreto sottolinea i “grandi meriti storici” dell’eroe che ha guidato l’indipendenza nazionale, liberando il paese da un regime totalitario; in pratica il simpatico dittatore “in un breve periodo di tempo ha trasformato l’Uzbekistan in uno stato democratico moderno, che si sta sviluppando in modo dinamico e ad un ritmo costante”.

L’Uzbekistan è una meta prediletta dai gruppi organizzati, ma ogni tanto capita di incontrare anche viaggiatori indipendenti, perfino italiani. In particolare ho incontrato due coppie, entrambe del nord Italia ed entrambe composte da ultrasessantenni. Dopo aver scambiato i soliti discorsi tipici di chi gira per il mondo e ha la mente aperta (ad esempio che siamo invasi dagli immigrati, che non possiamo mica accogliere tutta l’Africa e che è uno schifo) la signora incontrata a Samarcanda mi ha salutato perché doveva andare dal parrucchiere: "Con soli 2 euro e mezzo ti fanno una messa in piega da paura" mi aveva detto. 
Con quel caldo non avevo nessuna voglia di farmi phonare i capelli, però una manicure perché no, è sempre un modo divertente di entrare in contatto con la vita del paese. Oltre alla manicure, le giovanissime apprendiste del beauty salon mi hanno convinto a farmi la tinta alle sopracciglia: è un’usanza delle donne sposate uzbeke portare le sopracciglia molto folte (d’altra parte ci servono per non far sgocciolare il sudore negli occhi!) e colorate di nero con una mistura di erbe che si chiama usma. Ho passato un’oretta divertente con tutte quelle ragazze allegre e scherzose, se non fosse per la padrona, un essere ambiguo di cui non avrei dovuto fidarmi. Al momento del conto infatti ha deliberatamente stabilito un prezzario in linea con i listini italiani, che io al momento non ho avuto la forza di contestare, tanta è stata la sorpresa. Poi però mi sono rivolta alla receptionist dell’albergo di una certa categoria dove nel frattempo mi ero trasferita, la quale ci ha tenuto a tornare personalmente con me nel centro estetico per fare una sfuriata alla stronzissima megera e obbligarla a ridarmi indietro il maltolto. 

Racconto di viaggio "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE" (luglio 2018)

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