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Walking tour in Budapest

La casa del terrore

La mia passione per i musei del comunismo è nata quando ho visitato per la prima volta il museo Casa del terrore di Budapest. Non ne conoscevo l’esistenza (era stato inaugurato da poco) e mi rimasero impressi in particolare la musica (composta appositamente da un certo Ákos Kovács), gli effetti sonori e le voci dei testimoni. In seguito ho avuto modo di visitare diversi musei del comunismo ed ex-prigioni delle polizie segrete dei Paesi baltici, di Berlino, della Polonia e della Romania (sorvolo sull’insulso museo del comunismo di Praga, una semplice trovata per turisti) ed ora eccomi di nuovo qui, 18 anni dopo.
Il Terror Haza - come altri musei storici dell’Est - si trova in un edificio che venne usato come quartier generale sia dalla polizia politica nazista sia da quella comunista e presenta contenuti relativi ai due regimi che si sono avvicendati nel giro di poco tempo. Infatti l’Ungheria (che era già a fianco dell’Asse nella guerra) il 19 marzo 1944 fu occupata dai nazisti, supportati dal Partito nazionalsocialista ungherese (detto delle “croci frecciate”), che salì al potere pochi mesi dopo. Il loro leader Ferenc Szálasi aveva affittato questo edificio al 60 di viale Andrássy definendolo "Casa della lealtà", ma esso diventò ben presto una casa dell'orrore: qui furono torturati e assassinati i disertori militari e molti ebrei, in celle sotterranee costruite nell’ex carboniera. I membri del Partito delle Croci Frecciate collaborarono alacremente con i tedeschi per la soluzione finale e infatti in soli tre mesi più di quattrocentomila ebrei ungheresi furono spediti nei campi di sterminio. 

Anche se nel 1945 gli ungheresi e i nazisti erano in inferiorità numerica, Hitler ordinò la difesa casa per casa: l'assedio durò più di 50 giorni e alla fine il 70% della città fu distrutto, compresi tutti i ponti, bombardati dagli stessi ungheresi per rallentare l'avanzata dell'Armata Rossa: quest'ultima comunque alla fine "liberò" la città e in poco tempo si passò da un regime all'altro, visto che l'Ungheria entrò a far parte del blocco orientale. Nel museo questa fase viene rappresentata simbolicamente con uno spogliatoio, visto che gli ungheresi dovettero "cambiarsi d'abito" e rinunciare alla loro vita precedente se volevano sopravvivere al regime di terrore. Anche molti ex appartenenti al Partito delle Croci Frecciate cambiarono facilmente uniforme sostituendo le teorie razziste con il marxismo, ma continuando a fare lo sporco lavoro di sempre. 
Poiché gli ungheresi avevano già conosciuto 133 giorni di terrore comunista sotto la Repubblica dei Consigli di Béla Kun, non volevano saperne di un altro regime, che proprio per questo fu particolarmente brutale. Tutto ciò che accadeva in Unione Sovietica sotto Stalin veniva copiato in Ungheria dal leader Mátyás Rákosi, così secchione da meritarsi il soprannome di “miglior studente di Stalin”. Costui stabilì lo stesso tipo di culto della personalità del suo maestro e organizzò la polizia segreta con il compito di eliminare tutti i nemici politici, anche all'interno del partito, in modo che nessuno si opponesse alla volontà degli occupanti e dei loro compagni ungheresi.
Poiché Rákosi voleva fare dell'Ungheria una potenza industriale, bisognava costringere coloro che si occupavano di agricoltura a lasciare il loro mestiere e andare a lavorare in fabbrica: decine di migliaia di proprietari terrieri (definiti con la parola russa "kulak") furono privati ​​delle loro proprietà, mentre gli allevatori e i contadini furono costretti a consegnare allo stato una parte della carne degli animali macellati o del raccolto. Anche i membri della borghesia, dell'aristocrazia o della vecchia élite politica erano considerati "nemici di classe", e in molti casi furono sfrattati dalle loro case e subirono la confisca delle loro proprietà. Senza contare le centinaia di migliaia di prigionieri di guerra e civili che furono arrestati e deportati nei campi di lavoro forzato, circa la metà dei quali non tornarono mai a casa.


In quegli undici anni ebbero luogo centinaia di processi fittizi, tenuti a porte chiuse, con accuse completamente infondate e verdetti decisi prima ancora dell'inizio del procedimento. Per i motivi più svariati (se per esempio non battevi le mani abbastanza forte durante le cerimonie pubbliche o se uccidevi il maiale senza annunciarlo al governo), c'erano buone probabilità che qualcuno venisse a casa tua nel cuore della notte con queste macchine nere, senza preavviso, e ti portasse qui, in viale Andrássy 60, dove nel frattempo era stato istituito il Dipartimento di Polizia Politica. Quando arrivavano sotto casa, gli scagnozzi suonavano il campanello per un tempo insopportabilmente lungo, alimentando una reazione di panico nota come "terrore del campanello".
Anche i membri del clero furono rimossi con la forza dai loro incarichi e in molti casi arrestati o mandati nei campi di lavoro. La più grande protesta interna e internazionale fu causata dal processo, dalla tortura e dalla prigionia del cardinale József Mindszenty, l’arcivescovo di Esztergom dalla personalità carismatica, famoso per la sua incessante opposizione a dittature di ogni tipo.
A quei tempi, mentre la propaganda strombazzava i successi del Partito e del suo leader proclamando un futuro meraviglioso, i negozi erano vuoti e molti generi alimentari di base scarseggiavano. Per esempio, l'Ungheria fu costretta a produrre alluminio con la bauxite estratta in alcune zone del paese e infatti gli utensili da cucina più usati erano fatti di questo materiale che nella propaganda governativa veniva definito "argento ungherese".

Tutto ciò è andato avanti fino al ‘56: l’anno prima l'Austria (Paese confinante) era tornata indipendente, a febbraio Krusciov aveva svelato al mondo i crimini di Stalin e infine l’estate precedente i lavoratori di Poznań, in Polonia, si erano sollevati per chiedere migliori condizioni di vita. Il 23 ottobre gli studenti di Budapest organizzarono una manifestazione pacifica, che alla fine del primo giorno si trasformò in una rivoluzione armata. A metà della seconda settimana sembrava quasi che si potesse vincere, cambiare il governo ed eleggere un nuovo Primo Ministro, ma poi i sovietici inviarono altre truppe, strinsero la presa e la rivoluzione fu schiacciata all'inizio di novembre, procurando innumerevoli morti, reclusioni e internamenti, senza contare le duecentomila persone che lasciarono l'Ungheria.
Nonostante tutto questo, quel breve periodo di libertà fu un'importante boccata d'aria fresca non solo per gli ungheresi, ma per tutti i popoli della regione, e diede un colpo fatale all'URSS poiché tanti occidentali rimasero delusi nel vedere i sovietici usare i carri armati per schiacciare sanguinosamente l'eroismo degli ungheresi.
In quell’anno l’autorità per la sicurezza di stato lasciò la sede di via Andrassy 60.

La Casa del Terrore fu realizzata nel 2002 col supporto del primo ministro Viktor Orban all'epoca del suo primo incarico. La visita comincia al secondo piano del palazzo e prosegue verso i piani inferiori seguendo un ordine cronologico. Alla fine, un ascensore conduce dal piano terra al seminterrato, dove ci sono le prigioni: mentre si scende lentamente, si sentono le parole di un uomo che con tono neutro spiega come avveniva il processo di impiccagione (che poi io mi ero un po' distratta perché avevo conosciuto una coppia di filippini molto simpatici appassionati di storia). Poiché i comunisti avevano cancellato tutte le tracce dei precedenti dieci anni di brutalità, è stato possibile ricostruire l'ex carcere solo attraverso i ricordi dei prigionieri sopravvissuti: le celle non avevano finestre ed erano presidiate da guardie armate; i prigionieri non potevano dormire, lavarsi e avevano poco cibo e acqua; gli interrogatori seguivano le istruzioni del KGB e i prigionieri venivano torturati in vari modi fino a quando non erano pronti a confessare qualsiasi cosa.
L’esposizione (come accade in altri musei del comunismo) è organizzata per creare una forte reazione emotiva grazie alla musica drammatica, all'illuminazione, alla forma insolita delle stanze o semplicemente ai video, alle testimonianze e agli oggetti esposti. Tutto questo, insieme all'enfasi sui dettagli morbosi (ingegnosi sistemi di tortura, fori delle pallottole, immagini raccapriccianti), porta naturalmente a solidarizzare con le vittime, cosa comprensibile se si considera che questi Paesi hanno sopportato un lungo periodo di oppressione e che i fatti di cui si parla sono così recenti che molti protagonisti sono ancora in vita. I curatori del museo chiariscono infatti, sia sul sito sia nei testi a disposizione del pubblico del museo, che si tratta di “un monumento alla memoria di coloro che sono stati tenuti prigionieri, torturati e uccisi in questo edificio”, senza fare distinzioni tra i carnefici delle Croci Frecciate e quelli comunisti (“due facce della stessa medaglia”), e che il museo, “pur presentando gli orrori in modo tangibile, intende anche far capire che il sacrificio per la libertà non è stato vano. Alla fine, la lotta contro i due sistemi più crudeli del XX secolo si è conclusa con la vittoria delle forze della libertà e dell'indipendenza”. In conclusione ci tengono a sottolineare che il Museo della Casa del Terrore è stato il primo luogo commemorativo in cui i visitatori possono effettivamente vedere le foto dei colpevoli, visto che processi di alto profilo non se ne sono mai svolti.

Nostalgia

Dopo la rivoluzione del '56 il regime cambiò, applicando una forma più mite di comunismo a partito unico, che fu chiamato "Comunismo Goulash" dalla gente del posto e dalla stampa internazionale. Al ribelle Nagy successe il presidente János Kádár, che allineò a Mosca la politica estera ungherese. La situazione migliorò, soprattutto se viene confrontata con quanto avveniva negli altri Paesi del Patto di Varsavia: venne stipulato un concordato con la Chiesa, ripresero i rapporti diplomatici ed economici con i Paesi occidentali, fu modernizzato l'apparato statale. Inoltre erano permesse fino a un certo punto anche le aziende private, si poteva viaggiare all'estero ogni due o tre anni, tutti avevano assistenza sanitaria e istruzione gratuita. 
In Ungheria c'era una maggiore varietà di merci disponibili, come frutta, verdura, vestiti, e infatti la gente di altri Paesi di influenza sovietica ci andava per comprare questi beni. Ma una delle maggiori esportazioni dell'Ungheria dell'epoca era la musica: in altri paesi del blocco orientale il rock o il jazz erano considerati la musica del diavolo, mentre qui dagli anni '60 in poi c'erano già lo stesso tipo di band dei Paesi occidentali, le quali all'interno del blocco orientale hanno fatto molti tour e hanno venduto milioni di dischi.
Certo, c'erano alcune cose di cui non potevi parlare e i giornali erano censurati, ma a parte questo si poteva vivere abbastanza in pace. Ecco perché molte persone, soprattutto di una certa età, ricordano quei tempi con un po' di nostalgia.

Oggi, il Budapest Retro Interactive Museum offre un viaggio nostalgico nell'Ungheria comunista: puoi guidare una Lada circondato dai condomini di cemento a dieci piani, puoi osservare e assaggiare ciò che l'astronauta Bertalan Farkas portò nello spazio nel 1980, oppure puoi provare a fare il giornalista in uno studio televisivo dell'epoca, inoltre nel bistrot propongono molti cibi e bevande retrò. 
A pochi metri di distanza c'è il Trabant'60 Retro Lounge & Bar Budapest, locale vintage con oggetti vari appesi al soffitto e alle pareti o esposti sugli scaffali, come sedie da parrucchiere anni 50, cubi di Rubik, elettrodomestici eccetera.

Memento park

I musei storici rappresentano un'ottima occasione per riesaminare il passato di uno Stato e decidere come si vuole che i visitatori lo percepiscano, per questo molto spesso dicono più sul presente (e sul futuro) che sul passato del Paese. I musei del comunismo, in particolare, costituiscono una parte importante del processo di transizione che i Paesi dell’Europa orientale hanno dovuto affrontare e in un certo senso stanno ancora affrontando.
All'indomani della guerra dell'Ossezia del Sud, nel 2008, il ministro della Cultura della Georgia annunciò che in un prossimo futuro la casa-museo di Stalin, a Gori, sarebbe stata riorganizzata nel Museo dell'aggressione russa, in quanto si trattava di un tipico esempio di propaganda sovietica e inoltre la sua stessa presenza sembrava legittimare uno dei regimi più sanguinosi della storia. Ad oggi della riorganizzazione non si hanno più notizie, anche perché il museo è diventato un’attrazione turistica che assicura corpose entrate, e poi sotto sotto a molti georgiani il vecchio Josif non dispiace.
Una questione simile si pose a Budapest nel 1989-90, alla fine della dittatura: quando fu messo all’ordine del giorno il futuro destino delle opere d'arte pubbliche a carattere comunista, ci fu chi insistette per la distruzione immediata, ma il Comune respinse questa idea e ordinò l'istituzione di un parco delle statue a tema. Così l'architetto Ákos Eleőd presentò il suo progetto: era il mese di giugno del 1993, e l'ultimo soldato dell'Armata Rossa sovietica aveva lasciato l'Ungheria solo due anni prima.
Nacque dunque il "Memento Park", situato in un'area spoglia dell'estrema periferia di Budapest, dove sono esposte 41 opere d'arte dell'era comunista tra il 1945 e il 1989: statue in alcuni casi gigantesche raffiguranti Lenin, Marx, Engels, personalità del movimento operaio, soldati dell'Armata Rossa sovietica ecc., tutte posizionate secondo i piani scultorei e architettonici originali. Nel 2006 è stata aggiunta la "Piazza dei Testimoni" a forma di trapezio, su un lato della quale è stata posta la tribuna di Stalin che un tempo si trovava in 'Felvonulási tér' (Piazza della parata) nel centro di Budapest; all'epoca essa fungeva da piedistallo alla statua in bronzo alta 8 metri del segretario del partito sovietico. Oggi sul palco sono rimasti soltanto gli iconici stivaloni, ciò che rimase quando nel 1956 un gruppo di rivoltosi abbattè il resto della statua.

Il problema principale che il progettista del parco dovette affrontare fu quello di “riassumere i singoli elementi stimolanti di una serie storica di paradossi in un unico processo di pensiero concettuale”. Queste statue infatti sono ricordi di una società antidemocratica e allo stesso tempo sono pezzi della storia degli ungheresi; e poi sono simboli di autorità e allo stesso tempo sono opere d'arte. L’ultimo paradosso consiste nel fatto che esse furono originariamente costituite a scopo propagandistico, ma dandogli una sede espositiva bisognava evitare che le statue diventassero antipropaganda, compiendo così lo stesso errore tipico della mentalità dittatoriale.
Ákos Eleőd sostiene infatti che, se le società autocratiche ritoccano e si appropriano del proprio passato per gettare una luce favorevole sulla “necessità storica” del proprio regime, la democrazia al contrario è l'unica forma di governo in grado di guardare al passato, con tutti i suoi errori e le sue svolte sbagliate, a testa alta.
"Questo Parco parla di dittatura, ma appena se ne parla, si descrive e si costruisce, il parco è già democrazia. Dopotutto, solo la democrazia può darci l'opportunità di pensare liberamente alla dittatura, o alla democrazia, per arrivare a questo, o a qualsiasi altra cosa".

Piazza della libertà

In piazza della Libertà (Szabadság tér), nel centralissimo quartiere di Lipótváros, sorge un curioso monumento. L’arcangelo Gabriele (simbolo dell’Ungheria) sta in piedi a braccia spalancate su una colonna posta al centro, mentre su di lui incombe una terrificante aquila tutta nera. Ai due lati ci sono altre colonne mozze e ai piedi del monumento i turisti sono attirati da una serie di oggetti: ciottoli, candele, fiori, scarpe, valigie, e un filo spinato su cui sono appesi documenti, lettere e foto di persone morte nei campi di concentramento.
Dei cartelli in tutte le lingue spiegano il senso di questo "contro-monumento vivente" sorto spontaneamente per contestare quest'opera, considerata falsa e revisionista, che ricorda le vittime dell'occupazione tedesca. Il popolo ungherese infatti, durante il periodo nazista, non era propriamente innocente come l'arcangelo Gabriele, e la colpa non è tutta dei tedeschi come l'aquila imperiale vorrebbe suggerire: l'Ungheria governata da Horthy era alleata con il Terzo Reich e l'amministrazione contribuì alacremente allo sterminio di quasi mezzo milione tra ebrei, rom e omosessuali ungheresi.
Le proteste delle varie associazioni vanno avanti dal 2014, quando il governo di Orbán decise da un giorno all'altro di erigere il monumento (di notte, in segreto): esse dicono no a chi cancella la storia e affermano che l’unico modo per capire e superare il passato consiste nell'affrontare le proprie colpe (atteggiamento che sarebbe molto utile anche nel nostro Paese).

Il monumento alle vittime dell'occupazione tedesca non è l’unica opera controversa presente in piazza della Libertà. Intanto, di fronte alla chiesa presbiteriana dalla fine del 2013 è esposto un mezzobusto del governatore collaborazionista Miklós Horthy, che governò dal 1920 al 1944, un’altra operazione in linea con il revisionismo storico tanto amato dal governo di Orbán.
Procedendo verso nord, una statua di Ronald Reagan è collocata sulla strada che collega il palazzo del parlamento con l’ambasciata americana (davanti alla quale, se potesse muoversi, incontrerebbe la statua di George Bush senior). Il presidente che disse a Gorbaciov “Abbatti questo muro” e che definì l'Unione Sovietica “l'Impero del Male”, secondo un politico ungherese sembra ironicamente che faccia la guardia al monumento all’esercito sovietico che liberò l’Ungheria dai nazifascisti, l’unico di questo tipo rimasto a Budapest dopo il repulisti dell’89. Quell’anno infatti la maggior parte delle opere commemorative di eroi sovietici furono demolite o spostate nel Memento park, tranne questa che comunque funge anche da tomba dei soldati sovietici che persero la vita nell'assedio di Budapest, e infatti ci sono stati grandi dibattiti sull'opportunità o meno di spostarla.

In Szabadság tér sono nascoste anche due delle tante mini statue di Mihály Kolodko, un artista noto per i suoi interventi di guerrilla-sculpture disseminati per la città, con i quali commemora personaggi dei cartoni animati e note personalità legate alla storia e alla tradizione ungherese. La prima è quella della rana Kermit, che si trova di fronte all'ex sede della Borsa e sottolinea l'importanza di questo edificio come location delle riprese di tantissimi film. L’altra rappresenta un’ascia e il fatto è questo: nel 2019 Kolodko aveva realizzato la mini-statua di un tipico cappello russo, criticando la persistente influenza russa nella politica ungherese, ma un politico di estrema destra non l'aveva presa molto bene e aveva distrutto la statua con un'ascia, gettandola poi nel Danubio. Lo scultore ha dunque replicato con quest'opera a forma di ascia che deride e allo stesso tempo commemora la violenza dell'aggressore.
Un'altra scultura in miniatura nascosta da Kolodko in città merita di essere citata: essa raffigura il musicista ungherese Rezső Seress e racconta la storia della sua famigerata canzone, "Szomorú vasárnap" (“Gloomy Sunday”), che egli scrisse nell'era della Grande Depressione ed ebbe molto successo anche negli Stati Uniti, dove diventò uno standard jazz. Il brano è noto ai più come la "canzone suicida ungherese" poiché a causa del suo tono cupo e malinconico si diffuse una leggenda metropolitana secondo la quale aveva indotto moltissime persone a suicidarsi.
E comunque, la caccia alle mini sculture di Kolodko è diventato un modo alternativo di visitare la città.

Dall'estremità settentrionale di piazza della Libertà si ha una delle migliori prospettive su un autentico capolavoro architettonico: la Cassa di risparmio postale, opera dell'architetto Ödön Lechner, detto il "Gaudí ungherese" e uno dei principali rappresentanti della Secessione ungherese. In particolare ciò che colpisce è il suo tetto ricoperto di piastrelle in porcellana Zsolnay di colore verde squillante. In realtà da qui si vede solo un minuscolo pezzettino di tetto, poiché questo strabiliante edificio è costruito in un posto così sfigato che è praticamente impossibile osservarlo dal livello della strada (una visione migliore si ha salendo sulla cupola della basilica di Santo Stefano). 
Pare che altri architetti dicessero al nostro Lechner: "Ehi amico, perché hai progettato il tetto così bello? Non ti rendi conto che nessuno lo vedrà mai? È uno spreco di denaro e di fatica". La sua risposta, se è vera, è memorabile: "Ehi ragazzi, io sono uno che presta molta attenzione ai dettagli: mi vergognerei persino di fronte agli uccelli se vedessero qualcosa che non è abbastanza bello".

(foto rubata da Internet)

Il palazzo del parlamento

Nel 1896 si celebrarono i mille anni dalla fondazione dello stato ungherese e si approfittò dell'occasione per costruire opere pubbliche come la basilica di Santo Stefano, il mercato coperto e soprattutto il palazzo del Parlamento, ancora oggi simbolo dell'intera Ungheria. Non solo è un miracolo di architettura neogotica, ma si trova anche in una posizione molto favorevole, affacciato sul Danubio. Chi dovesse decidere di visitarlo, troverà all'interno anche la corona sacra ungherese, la più antica di tutta Europa, e tutti gli altri gioielli come lo scettro, il globo, la spada ecc.
Il palazzo è alto quanto la basilica, ossia 96 metri, e questo simboleggia il fatto che lo Stato e la Chiesa sono i due pilastri su cui è edificata l'Ungheria (oggi è vietato costruire qualcosa di più alto). Durante il periodo comunista c'era una stella rossa alta 3 metri in cima all'edificio del Parlamento perché volevano far sapere a tutti che quell'ideologia era più importante del cristianesimo.
Per costruire il parlamento hanno speso circa 37 milioni di fiorini, con i quali oggigiorno si compra appena un appartamento di circa 30 mq, e nemmeno in centro. Invece 120 anni fa, quando fu costruito il Parlamento, con quei soldi avrebbero potuto costruire una città di 40.000 abitanti con le fognature, le strade, le case... tutto incluso. Solo per la decorazione degli interni hanno usato 40 chilogrammi d'oro sotto forma di vernice spray, un rivestimento usato in quasi tutte le stanze.

C'è una storia che riguarda il Parlamento di Budapest. Nel 1986 i Queen ci andarono per un concerto. All'epoca era davvero una cosa importante una band pop rock occidentale che arrivava in un paese del blocco orientale (tra l'altro si esibirono per un terzo del loro normale cachet). La gente pensava che il mondo si stesse finalmente aprendo: non lo sapevano, ma tre anni dopo il comunismo sarebbe crollato. I Queen hanno trascorso un paio di giorni a Budapest, hanno fatto un giro turistico e quando sono passati davanti al palazzo del Parlamento, Freddie Mercury ha detto: "Ehi, quanto costa il palazzo del Parlamento? Quante stanze ci sono dentro? C'è abbastanza spazio per gli alloggi della servitù?" E poi ha aggiunto che, sì, probabilmente non era una cosa su cui scherzare. E aveva ragione. Il patriottismo negli anni '80 era piuttosto forte e così il giorno prima del concerto la gente non aveva una buona opinione del cantante. Insomma, siccome stava facendo notizia sui giornali, Mercury in qualche modo voleva rimediare al suo errore. Così ha imparato una ninna nanna ungherese in lingua originale e l'ha cantata davanti a 70.000 persone nell'arena principale (video). Lui aveva scritto il testo sul palmo della mano (l'ungherese è una delle lingue più difficili al mondo da imparare) e tutti l'hanno cantata con lui. E insomma alla fine tutti gli hanno perdonato quella battuta sull'acquisto dell'edificio.

Le scarpe sulla riva del Danubio

L'installazione artistica è stata inaugurata nell'aprile 2005 e raffigura delle scarpe poste sulla banchina del fiume dal lato di Pest, in ricordo dei massacri di cittadini ebrei compiuti dai miliziani del Partito delle Croci Frecciate durante la seconda guerra mondiale. All'epoca il ghetto principale misurava trecento metri quadrati ed era completamente circondato da un muro; dentro ci vivevano circa 70.000 persone. Tra dicembre 1944 e gennaio 1945 furono prelevati circa ventimila ebrei, i quali venivano legati a gruppi di tre e uccisi con un colpo alla nuca; quindi i loro cadaveri venivano gettati nel fiume. Non si sa se fossero a corto di munizioni o volessero semplicemente risparmiarle per le battaglie a venire, fatto sta che hanno sparato solo a tipo un terzo delle persone, solo che essendo legate andavano a finire tutti nel fiume, sia i vivi sia i morti. Le sessanta paia di scarpe di bronzo che costituiscono l'opera sono dovute al fatto che prima di fucilarli gli facevano togliere le scarpe, infatti era tempo di guerra e le scarpe invernali erano oggetti molto preziosi; esse sono modellate sul tipo di calzature usate all'epoca, da donna, da bambino e da uomo, perché i massacri non hanno risparmiato nessuno.

C'erano anche tante persone che hanno cercato di salvare gli ebrei dalla deportazione. Molte di loro vivevano a Budapest ed erano membri di paesi neutrali o lavoravano per le ambasciate, e hanno distribuito lasciapassare o passaporti falsi a decine di migliaia di ebrei, oppure li hanno ospitati negli edifici protetti delle varie ambasciate.
Ad esempio Giorgio Perlasca è un italiano che, pressoché da solo, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica inventandosi un ruolo, quello di console spagnolo, lui che non era né diplomatico né spagnolo.
Il vero diplomatico svedese Raoul Wallenberg, invece, si prese carico della difficile condizione degli ebrei per conto del War Refugee Board statunitense, consegnando loro dei certificati che gli impedivano di essere deportati. Inoltre istituì una zona sicura dove vennero protette decine di migliaia di persone e sventò persino un piano nazista di far esplodere due ghetti. Fu poi imprigionato dalle truppe sovietiche e pare sia morto pochi anni dopo, anche se secondo qualcuno era ancora vivo negli anni Settanta.
A lui è intitolato il Parco commemorativo dell'Olocausto, che si trova nel cortile posteriore della Grande Sinagoga e ricorda i circa 400.000 ebrei ungheresi assassinati dai nazisti. 
Oggi l’Ungheria ospita una delle comunità ebraiche più grandi d’Europa, eppure da un po’ di tempo l’antisemitismo è tornato alla ribalta insieme ai rigurgiti neofascisti. Attualmente il principale partito è la formazione di destra Fidesz del primo ministro Orbán, mentre parecchi voti li ha presi il partito nazionalista di estrema destra Jobbik, legato all'organizzazione nazionalista e para-militare che si chiama Guardia Ungherese.

Buda

Da quando Buda e Pest si sono unificate, nel 1873, molte cose sono accadute, ma le due ex città sono riuscite a mantenere il proprio carattere e la loro diversità. Intanto, la zona di Pest è totalmente piatta, mentre Buda è un'area collinare, utilizzata nel passato anche per scopi difensivi. Poi, per quanto riguarda la popolazione, un milione e mezzo di persone vivono dalla parte di Pest, solo tre o quattrocentomila nella parte di Buda. Il quartiere ebraico, il centro della vita notturna, il parlamento, gli edifici legislativi, i ministeri, il quartiere finanziario, si trovano tutti a Pest, ma la parte di Buda è molto più elegante e tutto è un po' più costoso, infatti gli abitanti un po' se la tirano.
E in effetti, sulla Collina del Castello sono davvero ammirevoli i giardini del castello, la chiesa di Mattia e il bastione dei pescatori, in particolare stasera, circonfusi di nebbia sotto il cielo arancione. Storicamente la chiesa è molto importante perché è lì che la maggior parte dei re e delle regine ungheresi si sono sposati. Il Bastione del Pescatore invece, a dispetto del nome, non è mai stato costruito per la difesa, ma si chiama così perché lì si teneva il mercato del pesce per tutto il medioevo. Inoltre non è nemmeno così antico come sembra: fu costruito come attrazione turistica perché volevano fornire una bella cornice alla chiesa.

L'Ungheria ha fatto parte dell'Impero Ottomano per 150 anni, nel XVI e XVII secolo. In quel periodo, trovandosi alla periferia dell’impero, la città fu abbastanza trascurata, infatti quando gli ottomani furono cacciati tutto era distrutto ed erano rimasti pochissimi abitanti. Ma, nonostante ciò, c’è una cosa in particolare per cui dobbiamo ringraziare gli ottomani: a loro si devono i numerosi centri termali sul lato di Buda, come i bagni Rudas, Kiraly e Veli Bej (preferiti dalla gente del posto rispetto a centri termali più turistici come i bagni Széchenyi).
Le terme Rudas il venerdì e sabato sono aperte anche in orario notturno, dalle 11 alle 3. Il prezzo di ingresso è piuttosto esoso (circa 25 euro) e mai sia ti dimentichi l’asciugamano, le ciabatte o il costume da bagno: i prezzi per affittarli sono scandalosi. Altre terme che ho provato sono quelle di Lukacs, meno belle esteticamente e molto più economiche delle Rudas, ma garanzia di un’esperienza altrettanto meravigliosa. Oltre alle vasche di diverse dimensioni e temperature, c’è in entrambi una sauna e un bagno turco. Nelle terme di Lukacs però ci sono anche delle piscine all’aperto, riscaldate, una delle quali dotata di luci che cambiano colore, postazioni idromassaggio e altre simpatiche trovate.

Mezzi di trasporto

A Budapest ci sono 4 linee di metropolitana, molte linee di tram, autobus, filobus, ferrovie suburbane e per tutte si usa lo stesso biglietto. I biglietti singoli devono essere convalidati mentre gli abbonamenti no, ma in ogni caso devi presentarli se qualcuno ti ferma per controllare. Infatti ci sono un sacco di ispettori che viaggiano in incognito nelle stazioni.
Ci sono due linee particolarmente consigliate. Una è la linea del tram n. 2, votato dal National Geographic come una delle 10 migliori linee di tram più panoramiche o più belle del mondo: esso gira intorno al Parlamento e poi per mezz'ora prosegue lungo la sponda del fiume.
L'altra è la Metro Linea M1 o linea gialla. Si chiama metropolitana Millennium perché è stata costruita per le celebrazioni del millennio ed è un sito patrimonio dell'UNESCO perché è la linea metropolitana più antica dell'Europa continentale. Essa collega il centro città al Parco cittadino e prevede molte fermate vicino a Piazza degli Eroi e ad altri siti turistici.
Non dovrebbe essere necessario usufruire dei taxi, ma a volte può capitare. Se vi capita, spero non incontriate il mio stesso autista, il quale correva come un pazzo (e non ha rallentato manco un po' di fronte alle mie rimostranze), ha tenuto tutto il tempo la mano sopra al tassametro (e non l'ha tolta nemmeno quando gli ho chiesto di farlo) così alla fine della corsa ha potuto sparare una cifra astronomica e infine, quando mi sono rifiutata di dargli tutti quei soldi minacciando di chiamare la polizia, ha cominciato a urlare come un ossesso al punto che temevo mi avrebbe aggredita.

Free walking tour

Una delle cose che faccio spessissimo quando viaggio nelle città, è partecipare ai free walking tour. Li scoprii nel 2010 nei paesi baltici e da allora cerco sempre di parteciparvi, anche perché si sono diffusi ovunque.
A Budapest ho partecipato a un tour di due ore e mezza nel centro di Pest, organizzato da Guruwalk. Istvan è un ragazzo molto appassionato, interessante e anche divertente: ha raccontato la storia della città dall'origine ad oggi mantenendo sempre alta l'attenzione di tutti. E soprattutto mi ha fornito la maggior parte degli argomenti di questo reportage.
Ora ci troviamo sul lungofiume, non lontano dal Parlamento. "Vedete quell’edificio bianco accanto al castello di Buda? È la Casa del nostro Presidente della Repubblica. In Ungheria abbiamo il Presidente e abbiamo il Primo Ministro. La Presidente viene eletta dal Parlamento ogni cinque anni, ma è solo una donna simbolo della nazione. Appare in televisione quando ha firmato qualcosa. Ha il potere di veto, ma non lo usa mai. Il vero potere politico è nelle mani del nostro Primo Ministro, che si chiama Victor Orban. Chi ha sentito parlare di Victor Orban alzi la mano. Non voglio parlare molto di lui, ok? È il nostro Primo Ministro da molto tempo. È controverso nella politica europea moderna perché qui non abbiamo alcuna limitazione di termini. È stato Primo Ministro per 12 anni e uno può essere Primo Ministro ungherese per sempre ed è quello che intende fare tra l'altro; presumibilmente abbiamo elezioni democratiche ogni quattro anni, ma l'opposizione è praticamente inesistente. Il suo è un governo conservatore di estrema destra, ma ciò che a me non piace sono questi termini illimitati; non importa da che parte stai, sinistra o destra, se hai termini illimitati allora hai la possibilità di diventare sempre di più autocratico negli anni. Ed è quello che pensa di noi la parte più liberale dell'Europa occidentale: la chiamano democrazia illiberale."

("Le sanzioni di Bruxelles ci stanno distruggendo" - manifesti di propaganda governativa)

Istvan ci ha parlato anche dei film girati a Budapest, di ebrei ungheresi famosi per aver fondato importanti studios di Hollywood e delle tante invenzioni di questo Paese, come la biro, il televisore a colori, la vitamina C e il cubo di Rubik.
Prima di salutarci, ci dà una serie di consigli relativi ad attività da fare, ad esempio la crociera sul fiume accompagnata dall'orchestra tzigana (che non ho fatto) e i locali dove suonano dal vivo (due di questi li voglio consigliare: Doblo wine bar e If cafè). Anche questa volta ho apprezzato moltissimo la musica (come dimenticare l'edizione del Pepsi Sziget Festival 2004?) e il cibo, delizioso specialmente in questi tre ristoranti: Pipa étterem, Kék Rózsa Étterem e Nagyi Kifőzdéje. Non li ho scovati grazie a Istvan, ma è stato solo un caso. E comunque étterem in ungherese vuol dire ristorante.