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Discutibile Bergen

Quando arriviamo a Bergen è ancora chiaro e la temperatura è molto mite; il tramonto arrossa il celebre quartiere di Bryggen, un antico labirinto di case in legno dal tetto spiovente affacciate sul mare. Durante il Medioevo era un importante porto marittimo che faceva parte della lega anseatica, per questo per molti secoli qui visse una folta comunità di mercanti tedeschi. Anche se l’impianto del quartiere è ancora quello dell’epoca, in realtà gli edifici odierni sono stati costruiti dopo l’incendio del 1702, mentre ora hanno il problema che stanno a poco a poco sprofondando – senza citare il fatto che una parte di essi sono attualmente ricoperti da un telone di plastica.
Per quanto riguarda il mercato del pesce – che non si parla d’altro quando si nomina Bergen – a me non sembra molto invitante, anzi lo trovo molto turistico oltre che caro. Tra l’altro vendono la carne di balena, di cui la Norvegia permette la caccia nonostante i divieti internazionali.
A dire la verità, tutta la città mi ha parecchio delusa: sarà che ha piovuto per la maggior parte del tempo, ma tutto questo fascino ammaliante io non l’ho visto. Se parliamo di città anseatiche, allora sono molto più belle Lubecca o Danzica, sebbene siano state completamente ricostruite nel dopoguerra.
Anche per quanto riguarda la vivace vita notturna di cui avevo letto, io non ne ho trovato traccia, forse perché la famosa popolazione studentesca che di solito la anima è in vacanza. Per quello che ho potuto vedere, almeno nella zona storica della città, ci sono solo i soliti pub irlandesi con un eventuale chitarrista solitario che canta alla bene e meglio certi classicissimi del rock internazionale, alcuni ubriaconi locali, clienti non giovanissimi che succhiano i loro sacchettini di tabacco e qualche turista smarrito. E io mi chiedo se non fosse esistita l’Irlanda cosa avrebbero fatto la sera in certi posti.
Per quanto riguarda la celebratissima funicolare Fløibanen, la mattina c’è una ressa formidabile – che mi domando dove stessero la sera prima tutti quanti, ma poi ho capito che erano arrivati da poco con autobus o navi da crociera e che se ne sarebbero andati probabilmente entro sera. Giunti in cima al Monte Fløyen comincia a piovere e riusciamo ad avvistare il famoso panorama sotto una selva di ombrelli. A parte fare due passi e guardare le capre, non c'è granché da fare.

Ciò che mi è piaciuto di più di Bergen (a parte le polpette del ristorante Pingvinen) sono stati i musei d’arte, e in particolare quello intitolato a Rolf Stenersen, il più importante collezionista norvegese di arte moderna del XX secolo. Stenersen era un tipo molto eclettico e infatti fu anche agente di cambio, velocista, traduttore di Rimbaud, appassionato di psicoanalisi e autore; ha sperimentato la scrittura automatica surrealista, poi i suoi libri furono proibiti dai nazisti e per un periodo fu costretto a scappare in Svezia.
L’esposizione "It Might be Beautiful" presenta un'ampia selezione di dipinti che fanno parte delle due collezioni che Stenersen negli anni ha donato ai musei di Bergen e Oslo. Da giovane costui conobbe Edvard Munch e lo seguì da vicino durante i suoi ultimi decenni; poi si interessò ai giovani artisti norvegesi contemporanei e infine ad artisti internazionali. Stenersen comprava spesso opere d'impulso, facendo poca distinzione tra artisti famosi, nuovi arrivati ​​o dilettanti autodidatti, infatti cercava ciò che è nuovo e mai visto prima, era attratto dalle opere che accendono l’immaginazione e giudicava intellettualmente pigri coloro i quali erano interessati solo al bello, concetto al quale dava scarsa importanza. La sua intera collezione dunque rappresenta una specie di autoritratto di sé stesso: “ho cercato di produrre un'immagine del mio io interiore utilizzando i dipinti di altre persone” ebbe a dire.
A parte le installazioni contemporanee come quella di Borre Saethre (l'autore dell'unicorno nel blu che tanto avevo apprezzato a Oslo), l’altro museo da segnalare a Bergen è quello intitolato all’uomo d’affari Rasmus Meyer, che espone principalmente opere d’arte norvegese dal 1814 al 1914 e in particolare ospita la terza più grande collezione di Edvard Munch al mondo.
Munch, esponente del simbolismo di fine Ottocento e anche anticipatore dell’espressionismo, è senza dubbio il pittore norvegese più celebre di sempre. Il nostro era un’anima piuttosto tormentata. Intanto, fin da piccolo fu provato da gravi disgrazie: la madre e la sorella maggiore morirono di tubercolosi, mentre la sorella minore era affetta da disturbi mentali. Per quanto riguarda lui, soffriva di una instabilità emotiva cronica, da giovane ha viaggiato molto in Europa e ha vissuto periodi di dipendenza dall’alcol. Nel 1908-09 una malattia nervosa lo portò in una clinica di Copenaghen; subito dopo si stabilì sulla costa e cominciò a dipingere un gruppo di opere finalmente più solari e ottimiste, mettendo da parte i suoi cupi cavalli di battaglia precedenti (malinconia, solitudine e morte).

Bergen è soprannominata la “Porta dei fiordi” perché è il punto di partenza ideale per visitare lo splendido Hardangerfjord o per percorrere la vasta rete del Sognefjord, ma per noi è l’ultima tappa norvegese. Poiché però non è mai detta l'ultima parola, è capitato che il suddetto Hardangerfjord, il secondo più lungo della Norvegia, con i suoi incantevoli villaggi, porticcioli e anche il famoso ponte, io l'abbia visto dall'oblò dell'aereo della Scandinavian Airlines che mi conduceva a Stoccolma. 

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