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Phnom Penh a rimorchio

A causa della combinazione di voli che avevo acquistato, il viaggio di andata dall'Italia è stato piuttosto impegnativo, infatti sono arrivata a Phnom Penh alle 11 am dopo 31 ore di viaggio, comprese due notti senza un letto. Nell'ultimo breve volo sono letteralmente crollata dal sonno, ma poi sono stata accolta dal tipico odore dell’Asia (un mix di bruciato, fiori, incensi, spezie, acqua stagnante) e definitivamente risvegliata dai famosi sorrisi cambogiani.
Le prime due operazioni fondamentali le ho svolte nello stesso aeroporto, un luogo abbastanza sgarrupato, dove ho acquistato una SIM card e ho prelevato i soldi dal bancomat. In Cambogia dollari e moneta locale sono praticamente equivalenti, infatti in tutti gli ATM si possono prelevare entrambi. I prezzi sono indicati più spesso in dollari, ma tanto tutti sanno che valgono 4000 riel. Visto che fanno molte storie con le banconote americane (se anche c'è un minuscolo difetto, facilmente non le accettano), ho preferito l'utilizzo della divisa locale.
Avevo prenotato una singola in una guesthouse semplice e accogliente nel centro di Phnom Penh, dove mi sono rifocillata e ho intrecciato i primi contatti sociali al bancone del bar, di fronte alla piccola piscina. Poi, nonostante la stanchezza e anche un inizio di raffreddore, siccome non sono una che va all'altro capo del mondo e passa la giornata a dormire, mi sono attivata per visitare il Museo del genocidio di Tuol Sleng, un edificio scolastico che fu utilizzato come "centro di rieducazione" dai Khmer rossi. Comincia così il film dell’orrore che mi ha accompagnato per tutto il viaggio e che narra le raccapriccianti vicende di questi paranoici comunisti cambogiani che in meno di quattro anni massacrarono circa un quarto (qualcuno dice un terzo) della popolazione cambogiana.
Quando nel 1954 l’Indocina era diventata indipendente dalla Francia, al vertice dello Stato cambogiano c’era il fascinoso Norodom Sihanouk, un sovrano dispotico ma abile nel tenere il Paese fuori dalla guerra del Vietnam. Nel '69 la Casa Bianca fece bombardare i cosiddetti «santuari», luoghi cambogiani da cui partivano i vietcong per compiere incursioni nel Vietnam del Sud; l’anno dopo ci fu un colpo di stato di destra, guidato dal Ministro della Difesa Lon Nol, che andò al potere con l’appoggio dagli Stati Uniti. Sihanouk invece si rifugiò a Pechino e decise di allearsi con i cambogiani filovietnamiti e con i suoi ex-nemici: i Khmer rossi. I bombardamenti e la guerra civile tra le opposte fazioni proseguirono finché nell’aprile 1975, subito dopo che l'ambasciata americana ebbe fatto evacuare i suoi dipendenti, i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh, accolti con inevitabile entusiasmo dalla popolazione, che non ne poteva più né delle bombe americane né del governo del palindromo Lon Nol che aveva fatto crescere terribilmente l'inflazione, la corruzione e la miseria. L'euforia si trasformò ben presto in sconforto perché gli abitanti furono obbligati a lasciare immediatamente la città e furono deportati nelle campagne, al fine di realizzare il folle proposito di trasformare il Paese in una repubblica socialista agraria, dove il denaro non aveva più valore, le scuole non avevano più senso, i legami famigliari venivano brutalmente recisi e le persone erano considerate niente più che bestie da soma.
In meno di due anni il regime impose una collettivizzazione integrale ed eliminò totalmente le distinzioni sociali, annientando i ceti più agiati e colti (il solo fatto di portare gli occhiali poteva portare automaticamente alla morte). Le tecniche agricole erano a dir poco antiquate e le opere di irrigazione realizzate mediocri per cui il riso venne ben presto a mancare, la gente moriva di fame e si ammalava di colera, di malaria, di dissenteria, mentre le medicine erano vietate.
In questo carcere, conosciuto come centro di detenzione S-21, furono imprigionate e torturate famiglie intere, accusate di avere tramato contro il regime, anche se la maggior parte di loro non conosceva o comprendeva le ragioni che motivavano l’accusa. I prigionieri erano sottoposti a violentissimi interrogatori e torture irripetibili affinché confessassero al partito (il temibile Angkar) i loro crimini inesistenti. Gli stessi torturatori che lavoravano qui furono a loro volta eliminati da altri aguzzini che presero il loro posto quando cominciarono a intensificarsi le purghe tra i quadri del partito.
Le condizioni degli internati erano spaventose: ricevevano razioni alimentari da fame e nessuna cura medica, le celle erano stipate fino all’inverosimile e i prigionieri erano perennemente incatenati, non c'erano gabinetti né alcuna possibilità di lavarsi. Da qui in particolare era praticamente impossibile uscire vivi, infatti alla fine si sono contate circa 18 mila vittime (più di mille dei quali bambini), mentre i sopravvissuti furono solo dodici, oggi ritratti in grandi pannelli nel cortile del museo.
Il complesso di edifici fu scoperto nel gennaio 1979 durante l’invasione vietnamita e fu convertito già nel 1980 in un museo per testimoniare i crimini del regime appena destituito, infatti la struttura era stata mantenuta come fu lasciata dai Khmer rossi in fuga, con le aule trasformate alla bell'e meglio in celle. Lavate via le tracce di sangue e coperti alcuni graffiti sui muri, le sale del museo oggi contengono migliaia di foto scattate dai carnefici alle loro vittime. Le donne hanno tutte lo stesso taglio di capelli, infatti sia gli uomini sia le donne dovevano portarli corti, e inoltre tutta la popolazione era obbligata a vestirsi di nero. Gli immigrati dalle città (il cosiddetto "popolo nuovo") dovevano tingere con coloranti naturali i propri vestiti, che però con il sudore tornavano ai loro colori originali, mentre alla popolazione rurale vennero consegnati dei completini neri per davvero. Una parte del museo è dedicata appunto ai vestiti ritrovati nel campo, che testimoniano in maniera concreta i crimini che hanno avuto luogo qui; tra gli altri oggetti esposti figurano brande arrugginite, sbarre di ferro e strumenti di tortura, foto e dipinti degli ex-internati e infine l'immancabile, macabro cumulo di teschi.
Una volta uscita dal museo sono stata tentata di fermarmi nella bancarella dove arrostivano rane e pezzi di bufalo, ma poi ho preferito il posto di fronte, dove ho ordinato una buonissima noodles soup con manzo e lemongrass. A quel punto mi sono diretta verso il centro piena di entusiasmo e di curiosità nei confronti di questa capitale che non avevo mai visitato. Lo spettacolo asiatico è come al solito avvincente: moto cariche di merce, peluche giganti che parlano, barbieri a bordo strada, accrocchi di fili elettrici, studenti in divisa. Sul vasto prato di fronte al Palazzo Reale ci sono tante persone apparentemente felici che passeggiano o che vendono cose o che stanno sedute sotto grandi ritratti del re e dei suoi genitori. In pochi minuti raggiungo il lungofiume, dove impazza la moda dell'aerobica: l'istruttore è dotato di grandi altoparlanti e diverse persone imitano i suoi movimenti. Man mano che il sole cala, si accendono tutta una serie di luci, comprese quelle delle barche turistiche e dei ponti in lontananza, che poi si mischiano a quelle che celebrano il Natale e la fine dell'anno; ci sono infatti tante decorazioni natalizie, nonostante si tratti di un paese buddista, e anche le cameriere o le impiegate delle compagnie aeree indossano cappelli o cerchietti per capelli a tema. Per ammirare lo spettacolo del Tonle Sap che qui si incontra con il Mekong ci sono tanti bar con terrazze e anche rooftop bar, come quello del Frangipani hotel dove suona un tristo duo natalizio (d'altra parte oggi è la vigilia) e che comunque abbandono ben presto dato che si è alzata una brezza sostenuta.

Oltre ai teschi accatastati in teche di vetro presenti in grotte, monasteri, musei e memoriali di ogni genere, l'altro fil rouge di un viaggio in Cambogia è costituito dai remork-moto, comunemente chiamati tuk tuk ma in realtà molto diversi dai mezzi usati ad esempio in Thailandia o in India. Si tratta infatti di motociclette con un piccolo rimorchio dotato di tettuccio: rispetto ai classici Ape Piaggio sono molto più spaziosi e la visibilità dell’esterno è maggiore. L'offerta è straordinariamente ampia e dovunque andassi c'era sempre almeno un driver che mi apostrofava con le dolci parole "tuk tuk?" Ne provo subito uno per recarmi al Museo nazionale, che ha sede in un elegante edificio rosso in terracotta con un bel giardino e ospita una meravigliosa collezione di sculture khmer risalenti al periodo preangkoriano e angkoriano. All'epoca la cultura locale era influenzata dalle due religioni più importanti dell'India, il brahmanesimo e il buddismo, per questo la maggior parte delle statue raffigurano divinità induiste come Visnu, Ganesh o Shiva.
Le altre attrattive principali della capitale si trovano tutte a poca distanza da qui e sono raggiungibili a piedi. Il mercato nuovo (Psar Thmei), ad esempio, è ospitato in un edificio in stile art déco recentemente restaurato che sembra una ziggurat babilonese: insieme al Museo Nazionale, al Palazzo Reale e a molti imponenti edifici pubblici, costituisce l'eredità del protettorato francese che qui è durato quasi un secolo. Il Wat Phnom invece è un tempio buddista molto frequentato per pregare e ottenere fortuna nella vita e successo negli esami scolastici o negli affari. Sulla collina, oltre al santuario (che si chiama vihara), c'è un gigantesco stupa, mentre in un padiglione c’è una statua raffigurante la sorridente Lady Penh, la donna leggendaria che trovò quattro statue di Buddha sulle sponde del Mekong e le collocò qui, fondando questa città il cui nome significa appunto ‘Collina di Penh’.
Il Palazzo Reale è una struttura maestosa (molto simile al suo omologo di Bangkok) caratterizzata dai classici tetti khmer e da ricche decorazioni dorate. Visto che è sede della corte reale, i visitatori possono accedere a ben pochi edifici, tra cui la Sala del Trono, utilizzata per le incoronazioni e altre cerimonie, e la Pagoda d’Argento, che si chiama così per il pavimento ricoperto da 5000 piastrelle d’argento del peso di un chilo ciascuna. Essendo uno dei pochi posti risparmiati dalle gigantesche rapine effettuate dai Khmer rossi, all’interno si trovano molte autentiche testimonianze della ricchezza e dello splendore dell’antica civiltà khmer, come un Buddha di smeraldo realizzato in cristallo Baccarat e un Buddha d’Oro di novanta chili ornato da 2086 diamanti.
La Cambogia è una monarchia costituzionale elettiva in cui il re viene scelto da un consiglio speciale e resta in carica per tutta la vita; nonostante sia il capo dello stato, ha solo un potere formale e simbolico. L’attuale re si chiama Norodom Sihamoni ed è sul trono dal 2004, dopo l'abdicazione di suo padre (il già citato Sihanouk, che ha regnato in maniera non continuativa sin dal 1941). Il suo nome è la combinazione delle prime due sillabe dei nomi dei genitori e ha un passato molto interessante. Visse infatti buona parte della sua giovinezza a Praga, dove studiò danza, musica e teatro; nel 1975 si trasferì insieme al padre in Corea del Nord, ospite di Kim Il Sung, dove studiò cinematografia. L'anno dopo fu obbligato dai Khmer rossi a tornare a Phnom Penh dove rimase confinato nel Palazzo Reale con la famiglia, finché non furono portati in Cina quando la capitale fu occupata dai vietnamiti. Due anni dopo si trasferì a Parigi dove visse per quasi due decenni insegnando danza classica e dirigendo la compagnia di ballo che aveva fondato. Nel 1990 diventò direttore generale e artistico di una società cinematografica e recitò come protagonista in uno dei film del padre, mentre nel 1993 fu nominato delegato della Cambogia presso l'UNESCO a Parigi.
Anche se molto meno carismatico del padre e in gran parte soggetto ai capricci del potentissimo primo ministro Hun Sen, ha dimostrato di essere un monarca gentile e rispettoso, svolgendo i suoi doveri con dedizione e vivendo una vita semplice. L'amore di Sihamoni per il balletto, unito al fatto che è stato sempre scapolo, ha alimentato molti pettegolezzi sulla sua sessualità: qualche anno fa ad esempio su Facebook è apparsa una fotografia in cui il volto di Sihamoni era stato photoshoppato su un'immagine porno gay; accanto c'era la scritta "Il re della Cambogia è gay". Se il re della Cambogia fosse davvero gay, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti per i diritti LGBT, ma finora ha sempre negato, limitandosi a dire che è a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Il mercato russo è un mercato coperto molto più affascinante del Psar Thmei: oltre a un vasto assortimento di bancarelle di oggetti artigianali, c'è un'area centrale dedicata ai generi alimentari, dove ci si può sedere a mangiare. Io ho ordinato una tipicissima zuppa di noodles, che di solito si mangia a colazione, che contiene anche la pasta di pesce salata e fermentata (il prahok), i germogli di soia, il latte di cocco e i fiori di banana commestibili. Il governo è da un po' che sta cercando di far entrare questo piatto – che si chiama num banh chok – nel Patrimonio Culturale Immateriale Unesco, sostenendo che, oltre ad essere gustoso, esso rappresenti un simbolo della solidarietà tra i funzionari governativi e i cittadini cambogiani di ogni ceto sociale.
Bassac Lane è il soprannome di un vicolo che è diventato il nuovo quartiere alternativo di Phnom Penh, dove sono sorti tantissimi ristoranti e locali molto frequentati la sera. Dopo aver passeggiato avanti e indietro un paio di volte, mi sono fermata in un bar molto vivace dove c’è una comitiva di expat (inglesi, srilankesi, sudafricani, tedeschi) piuttosto su di giri. Molti di loro bevono Espresso Martini, un cocktail a base di vodka, liquore al caffè e caffè espresso, e a quanto pare qualcuno ha esagerato nelle ordinazioni. Mentre costoro si scalmanano, alcuni ballando sui tavoli del bar, una serie di bambini davvero piccoli si affacciano vendendo fiori; a quanto pare vengono sfruttati da adulti senza scrupoli che li trascinano di locale in locale, probabilmente non dandogli nulla dei proventi del loro lavoro, ma i clienti del bar non ci trovano nulla di strano.

Dopo una bella dormita, alle 9 mi siedo al bancone vicino alla piscina e ordino un caffellatte. La temperatura è salita e il sole splende. Accanto a me il sudanese che vive qui già da qualche mese sta chiacchierando con un tizio pelato con una lunga barba nera, occhiali da sole, orecchini e ciondoli d’argento. Non appena l’amico se ne va, costui si gira dalla mia parte e si presenta. Scopro nell’ordine che è palestinese, ma vive qui da qualche mese; parla sei lingue compreso il russo e l’ucraino perché la sua ex moglie è ucraina e infatti ancora oggi vive a Mariupol insieme al loro figlioletto. Il mio nuovo amico è molto arrabbiato con Zelensky e con gli americani e gli europei che lo sostengono, mentre in fondo Putin non sta facendo altro che difendere i russofoni dell’Est da tutte le angherie che subiscono. Appurato che la democrazia per lui è una parola vuota, cerco un argomento che spieghi la mia avversione nei confronti delle autocrazie ma né i diritti delle donne né la libertà di opinione e di parola riscuotono il suo interesse. Solo quando faccio riferimento alle questioni di genere si accalora, spiegandomi che lui i gay non li vuole proprio vedere davanti a lui, visto che la vita dovrebbe essere fondata sulla riproduzione e loro, con la loro stessa esistenza, smentiscono questo assunto. Ovviamente anch’io, non avendo avuto figli, praticamente avrò vissuto una vita inutile; per fortuna sono donna e dunque, anche se fossi lesbica (dubbio che gli è rimasto), sarebbe meno grave degli uomini. Durante questa surreale conversazione, il palestinese continua a bere il suo whisky fumando una sigaretta dopo l’altra. Io tra il sole che ormai scotta, il caffellatte bollente e l’effetto del paracetamolo sono in un bagno di sudore, ma da quel momento in poi il raffreddore mi è praticamente passato. Quando alle dieci e mezzo il tizio se la svigna, la cameriera mi comunica che il tizio aveva passato la notte al club e mi chiede se mi fossi accorta che era ubriaco.

Il più noto dei famigerati "killing fields" del Partito Comunista della "Kampuchea democratica" si chiama Choeung Ek Genocidal Center e si trova nella periferia sud di Phnom Penh: per andarci assoldo per dodici dollari un guidatore di remork, il quale resta ad aspettarmi e mi riporta indietro. In questo ex-frutteto venivano spediti a bordo di un camion i prigionieri della già citata prigione di Tuol Sleng e di altri "centri di rieducazione": una volta giunti sul posto venivano costretti a scavare da soli la propria fossa e poi venivano uccisi da guardie dei Khmer rossi che in molti casi non avevano più di tredici anni. Qui sono state scoperte decine di fosse comuni contenenti migliaia di corpi, ma altre attendono di essere portate alla luce (si presume che in totale ce ne possano essere fino a 10.000). Molte di esse sono visibili e infatti non è raro imbattersi nelle ossa, nei denti o nei brandelli di vestiti delle vittime sparsi sulla superficie, soprattutto dopo forti piogge. Uno stupa commemorativo con le pareti in plexiglass è occupato da alcune migliaia di teschi umani, prova inconfutabile del modo in cui venivano effettuate le esecuzioni: per risparmiare munizioni, si utilizzavano infatti armi improvvisate come martelli, machete, coltelli, asce, mazze di legno, attrezzi agricoli. In alcuni casi, i bambini e i neonati venivano soppressi sbattendoli violentemente contro gli alberi o infilzandoli con le baionette davanti alle loro madri. Gli altoparlanti diffondevano musica rivoluzionaria a tutto volume per coprire le grida di agonia.
La scioccante esperienza "museale" è organizzata molto bene e mi ha molto colpito il fatto che ci siano addirittura le audioguide in italiano, che già in Europa sono molto rare, figuriamoci qui. Tra l’altro la traduzione e la pronuncia sono perfette e anche i contenuti sono interessanti e per niente retorici: si possono ascoltare i racconti delle vittime e viene proposta anche della musica, invitando il visitatore a sedersi in un posto ameno e a riflettere su quanto è accaduto. Il fatto è che noi visitiamo musei, memoriali, leggiamo libri e vediamo film su tutte le tragedie della storia, ci commuoviamo, ci chiediamo come è stato possibile, a volte siamo morbosamente attratti dagli strumenti di tortura, celle, ceppi, teschi e tutte le carneficine e i massacri (che siano definiti genocidi oppure no) succedono di nuovo e di nuovo e tutti siamo impotenti di fronte alla violenza che certi popoli subiscono anche in questo momento in cui sto scrivendo.
All'uscita c’è un signore con un banchetto che vende libri. “Good mo'ning madàm, I su'vived killing fields.” Io ho appena sentito per quasi due ore la storia dei modi orribili in cui i Khmer rouge hanno ucciso, torturato, umiliato, distrutto un popolo e mi trovo davanti un signore che mi dice che è stato una vittima di tutto ciò... Resto senza parole come a Sarajevo quando incontrai un sopravvissuto ai campi di prigionia serbi. Lui è il famoso Sum Rithy e il libro che compro per dieci dollari si intitola "Surviving the Genocide in the Land of Angkor".

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Racconto di viaggio "IN VIAGGIO A RIMORCHIO. Cambogia in solitaria"

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