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Cambogia, sale e pepe

Kampot si trova nell'estremo sud della Cambogia e dista circa 150 km da Phnom Penh. Il tragitto in minivan dura quasi quattro ore, almeno una delle quali impiegata per districarsi dai milioni di motorini che affollano le strade della capitale all’ora di punta. L'ultima parte del viaggio avviene dopo il tramonto: sulla strada circolano diversi camioncini con rimorchio dove le persone viaggiano in piedi, stipate una accanto all’altra, mentre ai margini della carreggiata altri gruppi attendono nell'oscurità che un altro cassone vuoto li raccolga. Poco prima di raggiungere la stazione finale di Kampot, attraversiamo una rotonda al centro della quale campeggia un grosso durian di pietra che di sera si illumina e che ci ricorda che questo frutto puzzolente ma pregiatissimo è prodotto in grandi quantità da queste parti. Questa provincia è sempre stata ricca proprio grazie all’esportazione dei prodotti dell’agricoltura e inoltre, essendo situata al confine con il Vietnam, Kampot era un importante snodo commerciale e una città cosmopolita che attirava lavoratori del sud-est asiatico. Anche dopo la fondazione del nuovo porto di Sihanoukville, alla fine degli anni ’50, rimase un luogo di villeggiatura dell’elite cambogiana e dei coloni francesi – fino all’avvento del regime dei Khmer rossi, naturalmente. Fu opera loro la distruzione del vecchio ponte francese che collegava due quartieri della città, ma oggi esso è stato ricostruito e appare, festosamente illuminato, a pochi passi dalla semplice guesthouse dove ho preso una stanza.
Nel ristorante dove sono andata a cena sono delusa dall'assenza del granchio nel menu (che non si parla d'altro quando si cita Kampot), però la zuppa di frutti di mare è accompagnata da generosi grani del celebre pepe locale. In una delle vie centrali sorgono decine di girls bar, uno accanto all’altro, tutti semivuoti se non fosse per alcuni gruppetti di ragazze scosciate e qualche sparuto bianco, in genere attempato e quasi sempre ubriaco. L’inglese che gestisce un negozio di kebab si lamenta della presenza dei suddetti bar equivoci in un posto di villeggiatura frequentato da famiglie: prima del Covid non era assolutamente così.

Una delle attrazioni turistiche della zona è la stazione climatica del monte Bokor, oggi in abbandono, fondata negli anni Venti dai coloni francesi: anch'essa fu occupata dai Khmer rossi, i quali non la abbandonarono neanche dopo la caduta del regime di Pol Pot, infatti vi rimasero accampati per altri vent'anni continuando la guerriglia armata. Mi è dispiaciuto molto non averla visitata, ma avendo solo una giornata da spendere qui ho preferito un altro itinerario: per effettuarlo ho assoldato un guidatore di remork, un simpatico giovanotto con cui ho trascorso diverse ore sobbalzando sulle vie ben poco asfaltate di questa provincia. Facciamo prima una breve sosta nei pressi di alcune imbarcazioni di pescatori, ormeggiate dove il fiume Prek Kampong Kandal sta per sfociare nel Golfo del Siam. Poi costeggiamo la lunghissima serie di saline e ci fermiamo qualche minuto per entrare di persona in uno dei magazzini di legno. A questo punto, in una nuvola di terra e polvere, ci addentriamo nella campagna (palme, mucche magre, casolari colorati, orti e risaie) fino alla Phnom Chhngok cave. Percorrendo una lunga scalinata si raggiunge una grotta che contiene un tempietto sacro del VII secolo, dedicato a Shiva, e diverse stalattiti, tra cui quella a forma di testa di elefante.
La tappa successiva è La plantation, una modernissima azienda agricola che produce pepe biologico. Nella visita guidata gratuita ci vengono illustrati i metodi di coltivazione, raccolta e lavorazione di diverse varietà di pepe: il pepe nero che prende questo colore grazie all’essiccazione al sole, il pepe rosso che si raccoglie quando il frutto raggiunge la piena maturazione, il più delicato pepe bianco che viene immerso in acqua per privarlo della pula e il pepe verde che - a differenza delle altre varietà - matura da settembre a febbraio. Nell’azienda si coltivano anche molti altri prodotti e inoltre dispone di un ristorante e di un negozio dove si possono acquistare souvenir abbastanza esosi (guadagni comunque reinvestiti per la comunità): qui ci sediamo a un tavolo per effettuare la degustazione, che poi io non avrei mai creduto che si potessero degustare i grani di pepe da soli, e infatti assaggio solo il pepe verde e quello rosso e quando arriva quello bianco me la svigno. I Khmer rossi all'epoca distrussero tutte le coltivazioni di pepe per sostituirle con le risaie, ma poi l'attività è ripresa e anzi dal 2010 il pepe di Kampot ha ottenuto il marchio di Indicazione Geografica Protetta. 
Giunti a Kep, il driver si ferma cinque minuti sul molo da cui partono le imbarcazioni dirette all'Isola del Coniglio (Koh Tonsay). Poi percorriamo il lungomare, avvistando la statua a forma di granchio che ci dà il benvenuto a Kep, e costeggiamo tutti gli stabilimenti balneari che qui sono delle strutture aperte, dentro le quali sono allestite centinaia di amache all'ombra di tettoie in legno o cemento oppure sotto ai tendoni. Finalmente è giunto il momento di assaporare le specialità del Crab Market, un luogo molto colorato popolato quasi esclusivamente da donne. Dopo una serie di contrattazioni riesco ad acquistare un granchio e a farmelo cucinare in un pentolone; prendo anche due spiedini di molluschi laccati con una salsa dolciastra e una confezione di sette ostriche che costano solo tre dollari: arrivata alla quinta mi sovviene che forse mangiare ostriche crude in un mercato cambogiano potrebbe riservarmi brutte sorprese e regalo le ultime due alle donne che lavorano al barbecue (per la cronaca non ho accusato alcun malore).
Finito di mangiare, il driver mi propone un bagno: la spiaggia, a parte che è quasi vuota, non è proprio niente di che, ma per non deluderlo acconsento. Sulla via del ritorno incontriamo i resti di belle ville moderniste e alcune scimmie, mentre i cartelli ci ricordano con parole e disegni che è vietato fare la pipì e la cacca lungo la strada. Torniamo a costeggiare le saline mentre si avvicina l'ora del tramonto: il lungomare a un certo punto diventa lungofiume, l'acqua scintilla al sole, dal rimorchio vedo corposi gruppi che fanno aerobica e molti tavolini di plastica colorati allestiti vicino alla spiaggia.

Mentre la sera passeggio senza meta tra le strade di Kampot, sento della musica molto bella provenire da un piccolo bar: essendo un evento molto raro in Cambogia, val la pena approfondire. Quattro persone siedono ad uno dei tavolini posizionati nel piccolo dehors. L'unica donna è cambogiana mentre i tre uomini sono tutti turchi: uno è il titolare, un altro vive a Kampot dove insegna kite surf e infine c'è un suo amico che è venuto a trovarlo. Si conversa di vari argomenti e, quando il discorso vira sul capo del governo Hun Sen, la cambogiana ammette di non essere interessata alla politica e di non votare. Il titolare del bar, che sarebbe suo marito, invece è uno che è scappato dalla Turchia per motivi politici e non condivide affatto il punto di vista della moglie. Dopo questo breve incidente, la conversazione prosegue tra scelte musicali e ricordi di viaggio.
Di fronte al bar c’è una casa dove ricevono alcune prostitute e c’è sempre un discreto viavai. Al titolare questa cosa non piace per niente, ma la moglie alza le spalle e gli dice di non impicciarsi e non rovinare i rapporti di buon vicinato. Lui non ci sta: “Ho abbandonato per sempre il mio Paese in nome della democrazia! Bisogna combattere per le cose in cui si crede”. I due non si parlano per un po' e intuisco che non è la prima volta che bisticciano su argomenti di questo tipo. Il disinteresse per la politica comunque sembrerebbe abbastanza condiviso nel Paese, visto che al potere c’è lo stesso "uomo forte" da 37 anni, che tra l’altro era un comandante dei Khmer rossi: quando costoro salirono al potere il futuro despota Hun Sen disertò e poi si rifugiò in Vietnam per sfuggire alle epurazioni ordinate da Pol Pot. Per fortuna arriva una loro amica cambogiana completamente sbronza che monopolizza l'attenzione e dunque la serata prende una piega più leggera.

Il tragitto da Kampot a Sihanoukville è per la maggior parte una strada scassata dove il minivan saltella che è una bellezza, tranne l’ultimo tratto, ben asfaltato, dove appaiono modernissimi fabbricati con scritte in mandarino. Il kebabbaro britannico di Kampot me l'aveva detto che Sihanoukville aveva venduto l'anima alla Cina, ed ecco qui davanti ai miei occhi il nuovo scintillante porto internazionale di Stueng Hav, la centrale elettrica a carbone e i camion cisterna dell'azienda petrolifera. Da quando il governo cambogiano ha aperto le porte alla Nuova Via della Seta istituendo una zona economica speciale, sono sorte infrastrutture di ogni genere, fabbriche, resort e centri commerciali che hanno del tutto trasformato la rilassante meta balneare che c'era un tempo: in pochi anni il costo della vita è cresciuto a dismisura, il tasso di criminalità è aumentato e soprattutto sono stati aperti decine di casinò.
Adesso però la situazione è nuovamente cambiata, mi aveva detto il kebabbaro di Kampot. Dopo il divieto di gioco d'azzardo imposto dal governo poco prima del Covid, infatti, centinaia di migliaia di cinesi se ne sono andati e le autorità cambogiane hanno cominciato a rilasciare licenze per casinò virtuali. Da qui ha avuto origine una serie di incredibili truffe digitali gestite dalla mafia cinese: rispondendo ad annunci di reclutamento che promettevano stipendi molto elevati, centinaia di migliaia di persone nel sud-est asiatico sono state detenute in grandi strutture e costrette a intraprendere frodi online rivolte a stranieri, spesso sotto minaccia di tortura e violenze. Insomma ora Sihanoukville è piena di edifici lasciati a metà, il crimine dilaga e i turisti latitano – tranne i videoblogger che vengono qui appunto per mostrare come è cambiata la città. In ogni caso non avevo nessuna intenzione di fermarmi qui, ci sono venuta sono per prendere il traghetto diretto all'isola di Koh Rong.

Considerando l'andazzo generale, me l'aspettavo molto peggio Koh Rong. E invece, anche se il villaggio principale (Koh Touch) è diventato un susseguirsi di hotel, ristoranti e bar, basta camminare pochi minuti per trovare le esotiche distese di sabbia candida pressoché deserte, persino in alta stagione, dove in un battibaleno ti servono una meravigliosa insalata di frutta al prezzo di meno di due euro. L'acqua del mare è turchese e trasparente, bar e ristoranti sono molto semplici, ci sono alcune postazioni di massaggio e girls bar non troppo sfacciati, e soprattutto per un paio di giorni non dovrei rischiare di incappare in cumuli di teschi o altre testimonianze dei crimini polpottisti.
In posti come questi bazzicano numerosi personaggi singolari, che magari hanno abbandonato da anni i loro Paesi cosiddetti occidentali oppure che fanno avanti e indietro in attesa di decidere che piega dare alla loro vita. Per esempio c'è Marco, un francese di origine siciliana, che passa diversi mesi su e giù per l'Indocina. Il mio interlocutore sostiene che l'unica soluzione al tragico fatto che abbiamo smesso di credere in Dio è il buddismo; quindi mi rivela che dopo aver letto un libro sacro dell'induismo (se non ricordo male, il Mahabharata) non crede più nella democrazia. Marco è abbastanza in fissa con il traffico mondiale di bambini, che secondo lui farebbe parte di un complotto mondiale e infatti non ce lo dicono; a questo proposito mi consiglia caldamente di guardare il film "The sound of freedom", non a caso molto contestato poiché farebbe riferimento alla teoria elaborata dal gruppo politico di estrema destra QAnon. Secondo questo tizio, infine, le donne del sud est asiatico sono forti e per questo non ci sono femminicidi (cosa che non mi convince per niente), ma allo stesso tempo si lamenta del fatto che ormai in Francia non puoi più permetterti di corteggiare una ragazza, facilmente vieni accusato di maschilismo o addirittura di aver esercitato violenza, invece qui in Asia non ci sono questi problemi, infatti ha una fidanzata thailandese.
A parte la vita sociale, l’attività principale di Koh Rong è la gita in longtail boat che prevede sessioni di snorkelling, pesca, degustazione di frutta fresca, sosta a Long Beach (una distesa di finissima sabbia bianca lunga sette km), pranzo a base di pollo e riso e infine, dopo il veloce tramonto sulla spiaggia, di nuovo in mare per lo spettacolo della bioluminescenza, che ci si può godere muovendo il più possibile gli arti mentre si sta in acqua. In questa gita ho socializzato con tre trentenni veneti che di solito trascorrono i mesi invernali in Indocina e che in particolare resteranno dieci giorni a Koh Rong. Per loro il Paese migliore dove svernare è la Thailandia: è da lì che sono partiti per Sihanoukville, percorrendo strade terrificanti. Mi sono molto divertita con loro, a conferma del fatto che gli italiani sono sempre più vivaci di molti altri popoli, però mi sorprende molto che giovani di bell'aspetto nonché simpatici e socievoli siano disposti a pagare per fare sesso con prostitute locali e ho pensato che forse anche loro hanno lo stesso problema di Marco. La sera ci organizziamo per cenare insieme, ma io comunque ne ho già abbastanza del breve lungomare di Koh Touch, dell'Irish pub, dei ventenni ubriachi, del beer pong e dei girls bar, che poi, ora che vi presto attenzione, non sono poi così pochi. Insomma, nonostante le sconfinate baie di sabbia impalpabile, le altalene che dondolano cullate dalla brezza e la rigogliosa natura tropicale (seppur infestata dalle zanzare), io non so se passerei dieci giorni a Koh Touch.

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Racconto di viaggio "IN VIAGGIO A RIMORCHIO. Cambogia in solitaria"

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