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Siem Reap e le rovine dei Khmer

Siem Reap è la più popolare destinazione turistica della Cambogia perché è il principale punto di accesso ad uno dei siti archeologici più importanti del Sud-est asiatico; inoltre è piuttosto vicina al confine thailandese, il che fa molto comodo visto che la Cambogia non è servita da voli intercontinentali. Fra il IX ed il XV secolo, Angkor era il centro religioso e politico dell'Impero Khmer e oggi il parco archeologico omonimo occupa un'area di circa 400 km². Le costruzioni principali (ripulite dalla vegetazione e in larga misura ricostruite) sono circa un'ottantina, ma in totale nell'area ci sono centinaia di templi induisti e buddisti, compresi quelli in totale rovina. Gli edifici non religiosi invece, siccome erano quasi sempre costruiti in materiali deperibili, raramente sono sopravvissuti al tempo. Per visitare il complesso archeologico ho acquistato online il pass per tre giorni, ma esistono anche i biglietti giornalieri e quelli settimanali. Se uno si organizza bene, può vedere tutti i templi imperdibili perfino in un solo giorno, mentre se si organizza male come me può visitarne solo una piccola parte in tre giorni, contrattando fino allo sfinimento con una serie di driver molto insistenti che spuntavano letteralmente ovunque. Bisogna mettere in conto almeno venti dollari per un remork privato, mentre per le gite di gruppo è pieno di agenzie che ti chiedono tra i tredici e i diciotto dollari.
Per il primo giorno opto appunto per l’unico tour di gruppo di tutto il viaggio: partiamo alle quattro di mattina, in tempo per prelevare altri partecipanti in vari quartieri di Siem Reap, permettere loro di acquistare il biglietto e infine trovarsi al sorgere del sole davanti al tempio di Angkor Wat, il più grande edificio sacro esistente al mondo, nonché il simbolo nazionale della Cambogia. Quando arriviamo è ancora abbastanza buio, ma stanno già tutti schierati con i cellulari e le fotocamere puntati verso la nota silohuette che si specchia in una delle due vasche rituali. A me sembra che ci sia una discreta folla, ma mi riferiscono che si tratta di circa un decimo dei turisti che visitavano il sito prima del covid. Questo tempio induista fu costruito nella prima metà del dodicesimo secolo per volere del re Suryavarman II ed è il meglio conservato di Angkor: oltre ad essere un luogo di culto dedicato a Vishnu, pare che dovesse fungere anche da mausoleo per il monarca, il quale però non fu mai sepolto qui, visto che morì in battaglia durante una fallimentare spedizione per sottomettere una popolazione vicina.
Terminata la faccenda del sorgere del sole, ci dirigiamo verso l'edificio, scoprendo con sorpresa che anticamente era dipinto con henné rosso, mentre le cupole erano totalmente bianche. Quindi la guida ci mostra alcuni dei chilometrici bassorilievi che ornano il complesso e che attingono alle storie del Ramayana e del Mahabharata, i più grandi poemi epici induisti. La cosiddetta "zangolatura dell’Oceano di latte" è il mito più frequente nell’arte Khmer di Angkor e raffigura una specie di tiro alla fune tra demoni e semidei che per mezzo del re serpente Vasuki agitano o "frullano" l'oceano primordiale per ottenere l'elisir dell'immortalità; in questa operazione viene diffuso anche un pericoloso veleno, che per fortuna viene ingoiato da Shiva, salvando l'umanità ma in cambio rendendo la nota divinità di colore azzurro. Tra le altre scene figurano la battaglia tra il dio Krishna e il re demone Ban, dotato di più teste e più braccia, e lo scontro finale tra gli eserciti di Rama e il capo dei demoni, Ravana, che aveva catturato la bella moglie di Rama. Impressionante anche il gigantesco fregio che rappresenta la parata militare del re Suryavarman, che stranamente assomiglia molto all'eroico Rama.
Per salire al piano superiore del tempio ci sono delle gradinate in pietra molto ripide su cui di recente hanno piazzato delle scale in legno un po' più comode e dotate di ringhiera. Una volta raggiunto il piano superiore, percorriamo un labirinto di gallerie intercomunicanti e ci godiamo il panorama circostante. Ancora oggi ci sono molte statue buddiste, infatti Angkor Wat successivamente fu convertito in un monastero, diventando il più grande centro buddista Theravada in Cambogia. Per uscire ripercorriamo il percorso che abbiamo fatto al buio, attraversando il "ponte arcobaleno" ornato dagli immancabili Naga, serpenti a sette teste onnipresenti in Cambogia e simbolicamente associati ai sette colori dell'iride.
Dopo il regno di Suryavarman II ebbe luogo un periodo di instabilità politica caratterizzato dai conflitti con il popolo cham, a cui mise fine il re Jayavarman VII, l'artefice degli altri due templi previsti nella visita odierna. Questo sovrano commissionò un enorme numero di opere architettoniche in tutto l’impero, tra cui l'imponente cittadella fortificata di Angkor Thom, circondata da un enorme muro di cinta a pianta quadrata e da un fossato largo cento metri. La porta meridionale da cui entriamo ci accoglie con il primo dei faccioni giganti che dovrebbero rappresentare Avalokiteshvara, il Bodhisattva della compassione, il quale ha il compito di insegnare agli umani a raggiungere il Nirvana. Sotto il regno di Jayavarman infatti si passò dall'induismo al buddismo mahayana, ecco perché anche il tempio Bayon, situato al centro esatto della cittadella, è decorato con 216 enormi ed enigmatici volti, quattro per ognuna delle sue 54 torri, caratterizzati da un gelido sorriso e, forse non a caso, molto somiglianti al re: mentre passeggi per il sito, ce ne sono almeno una decina che ti fissano in modo abbastanza inquietante.
Quasi tutte le gallerie esterne del tempio presentano sulle pareti dei bassorilievi stupendi che illustrano scene di guerra tra i khmer e i cham, alternate a deliziosi quadretti di vita quotidiana nella Cambogia del XII secolo: ad esempio delle persone che si tolgono i pidocchi a vicenda, una donna che sta partorendo, due figure che giocano a scacchi, un combattimento fra galli, un circo khmer, degli operai che tracciano una strada, delle donne che preparano spiedini di pesce. Osservando queste pietre finemente scolpite secoli fa, penso ai bassorilievi realizzati nel "killing field" di Battambang per ricordare, con una evidente predilezione per i dettagli morbosi, le atrocità compiute dai Khmer rossi. Anche Tiziano Terzani di fronte alle antiche scene di violenza e tortura si chiedeva se fossero una profezia, un ammonimento "o semplicemente una constatazione sulla immutabilità della vita che è sempre gioia e violenza, piacere e tortura". I parallelismi tra i due periodi cruciali per la storia cambogiana non finiscono qui, se è vero che per realizzare i giganteschi edifici e le riserve d’acqua fu necessario deportare e ridurre in schiavitù intere moltitudini di individui, e se pensiamo che in entrambi i regimi fu abolito l'uso del denaro.
Gli altri monumenti più importanti di Angkor Thom li possiamo osservare dal finestrino mentre ci dirigiamo al ristorante: qui facciamo una sosta inutilmente lunga per il pranzo e di conseguenza decido che come gita di gruppo questa mi è bastata (senza contare che sto crollando dal sonno). Le temperature si sono alzate parecchio e noi ci dirigiamo al Ta Prohm, un tempio buddista coevo al precedente, famoso perché hanno girato qui molte scene del film "Tomb Raider" con Angelina Jolie. Il suo fascino sta nella presenza di giganteschi ficus le cui radici abbracciano, e anzi strangolano, le pietre millenarie, come enormi tentacoli di polpi. Alcuni corridoi sono diventati impraticabili, perché ostruiti da blocchi di pietra che le radici hanno strappato dalla loro sede originaria, i bassorilievi sulle pareti sporgenti sono ricoperti da uno strato di licheni, muschi e piante rampicanti, mentre dei cespugli spuntano dai tetti dei portici. Poiché è stato lasciato per buona parte in balia della giungla, ha l’aspetto selvaggio che dovevano avere tutti gli edifici del sito quando vi giunsero i primi esploratori.

Come prima tappa del secondo giorno a Siem Reap, visito il modernissimo Museo Nazionale di Angkor, che offre un’introduzione al sito e alla storia dell’impero khmer, esponendo molte sculture provenienti da vari templi ma anche video interattivi, commenti audio e moltissimi pannelli esplicativi. All'uscita del museo, ho incontrato il tuktuk driver che avevo assoldato per andare prima di tutto a Banteay Srei (dove dicono ci sia la più bella decorazione scultorea di tutta Angkor): peccato che lui aveva capito Banteay Samrè, che non avevo mai sentito nominare e che è da tutt'altra parte, e insomma alla fine non sono andata in nessuno dei due. Ripiego dunque su Pre Rup, un tempio-montagna dedicato al dio Shiva, dove si crede che venissero svolte cerimonie funebri di cremazione. Esso fu commissionato da Rajendravarman II circa due secoli prima dei templi visitati ieri, quando l'impero non aveva ancora inglobato gran parte del Laos e della Thailandia. L'uso di laterite e mattoni gli dà una colorazione rossastra che risalta particolarmente alla luce della prima mattina e del tardo pomeriggio, per questo era un punto molto apprezzato da cui ammirare il tramonto, ma adesso che è stato vietato non c'è nessuna ragione per tenermelo per ultimo.
I fraintedimenti con il driver non sono finiti, infatti non capisce che voglio fermarmi anche al tempio Ta Som e, quando glielo faccio notare, ormai l'ha superato e non può o non vuole tornare indietro. Eccomi quindi, abbastanza innervosita, all'ingresso del tempio buddhista di Neak Pean, ossia davanti a un ponticello che attraversa un enorme fossato. Il malumore però mi passa subito di fronte al bellissimo spettacolo delle ninfee colorate che spuntano dall'acqua e ai riflessi delle nuvole e del cielo, molto fotogenici. Il tempio in sé è invece un edificio dalle dimensioni ridotte, circondato da una grande vasca e contornato da due Naga le cui code intrecciate danno il nome al tempio. L'ultimo sito odierno si chiama Preah Khan (Spada Sacra) ed è uno dei complessi più vasti e affascinanti di Angkor, anch'esso come il precedente commissionato dal sovrano che fece costuire Angkor Thom. Lo attraverso da est a ovest, entrando in un labirinto di corridoi a volta, bassorilievi, pietre ricoperte di licheni, alberi strangolatori, e passando dal buddismo mahayana (a cui è dedicato l'ingresso orientale) all'induismo delle altre tre porte, realizzate in onore delle superstar Shiva, Vishnu e Brahma.
Dopo la morte di Jayavarman VII l’impero khmer fu saccheggiato dai thailandesi e si avviò verso il declino, l’induismo tornò a essere la religione ufficiale e molte sculture buddiste che adornavano i templi hindu furono danneggiate. La corte khmer si trasferì prima nella giungla e poi a Phnom Penh, e nel frattempo Angkor fu abbandonata agli elementi naturali e ai pellegrini, per essere poi riscoperta molti secoli dopo.
Nei sentieri che conducono ai templi, ho visto all'opera più di un’orchestrina composta da persone mutilate dalle mine anti-uomo, che nel tempo furono disseminate sia dai B-52 americani, sia dai Khmer rossi, e che ancora oggi sono presenti a milioni nel terreno cambogiano. Una sezione del War Museum di Siem Reap è appunto dedicata a questo tema (mentre per il resto è solo un giardino pieno di cimeli di guerra come carri armati, caccia e altre armi), invece nel distretto di Banteay Srei c'è proprio un Museo delle mine antiuomo, che educa i visitatori sull'impatto delle mine e sull'importanza di eliminarle, ma come ho già detto non sono riuscita ad arrivarci.

Roluos fu la capitale del regno di Indravarman I alla fine del nono secolo e i suoi monumenti sono i più antichi ancora esistenti, ma io li visito per ultimi. I templi Preah Ko e Bakong sono entrambi consacrati a Shiva e, come gli altri templi-montagna dell'area (compreso l’Angkor Wat), sono delle riproduzioni in miniatura dell’universo, in quanto la parte centrale sopraelevata rappresenta il Monte Meru (la casa degli dei dell'induismo) e il fossato l'oceano. I laghi artificiali ("baray") che li circondano furono i primi realizzati ad Angkor e col tempo diventarono parte di un complesso sistema di opere idrauliche fondamentali per l’irrigazione delle immense coltivazioni di riso alla base dell’economia dell’impero. Il sistema idraulico realizzato con tanta perizia dagli antichi khmer fu poi distrutto da quegli inetti dei Khmer rossi, i quali costrinsero milioni di persone quasi sempre inesperte a lavorare forzatamente per la costruzione di dighe, canali e serbatoi che poi in gran parte sono risultati inutili, fatti male o proprio sbagliati dal punto di vista ingegneristico. Del gruppo Roluos fa parte anche il tempio Lolei, che fu commissionato dal figlio di Indravarman (Yasovarman I, il re che trasferì la capitale ad Angkor) e si trova in condizioni decisamente peggiori degli altri due. Infine ci sarebbe il Prasat prei monti, di cui non è rimasto granché, però è comunque interessante spostarsi in remork dall'uno all'altro per osservare la natura lussureggiante, gli studenti in bicicletta, la vita dei villaggi, i vari monasteri buddisti e le relative celebrazioni. 

La visita dei templi di Roluos l'ho accoppiata al "floating village" di Kompong Phluk, dove il driver mi conduce percorrendo strade completamente ricoperte di terra rossa. Alla biglietteria mi vengono chiesti ben 40 dollari per visitare il villaggio in una barca privata, quindi - superato lo shock iniziale - mi do da fare per trovare qualcuno con cui condividere la gita, che poi purtroppo sono due tedeschi parecchio noiosi. La particolarità di questo villaggio che sorge nei pressi del lago Tonle Sap è che le case sono costruite su pali alti alcuni metri, interamente sommersi nella stagione delle piogge. Al momento però siamo all'inizio della stagione secca e le strutture in legno sono del tutto visibili. Navighiamo sul fiume limaccioso fino a raggiungere il lago, qui ci fanno scendere in una palafitta adibita a bar, da dove è possibile (pagando altri sei dollari) fare un giro in canoa tra le mangrovie. Percorrendo la stessa rotta al ritorno, ci fermiamo per visitare il vero e proprio villaggio, dove ora si può camminare a piedi mentre nella stagione delle piogge è necessaria la barca. Vicino al monastero c'è la scuola, organizzata su due turni: i bambini più piccoli stanno facendo lezione ai piani superiori dell'edificio e le loro ciabatte sono tutte allineate lungo i corridoi aperti; i ragazzi più grandi invece stanno giocando in giro e sono abbastanza socievoli. Appesi a un muro ci sono dei fogli A4 in fascicoli con i nomi e le relative minuscole foto in bianco e nero dei candidati alle scorse elezioni. Mi spiega la faccenda una guida turistica che parla italiano, il quale aggiunge ridendo: "Dalla scorsa estate Hun Sen non è più il presidente del consiglio, ma non cambia proprio nulla, visto che il nuovo capo del governo è suo figlio!” Il partito guidato dall'ex leader dei Khmer rossi, che ha eliminato ogni opposizione al suo potere e ha soffocato la libertà di espressione, ha infatti ottenuto l'82% dei voti, aprendo la strada a una successione dinastica. La Cina, che come abbiamo visto ha fatto enormi investimenti e progetti infrastrutturali nel paese, ha naturalmente accolto con favore i risultati delle elezioni.
Per tornare a Siem Reap il mio driver se la svigna e mi molla insieme ai tedeschi, con cui mi tocca pure fermarmi per pranzo in un classico ristorante per turisti con i prezzi gonfiati.

Con l’ascesa al potere dei Khmer rossi, anche Siem Reap entrò nel mondo distopico polpottista, ricordato oggi presso il Wat Thmey Pagoda, un altro monastero trasformato in prigione, dove morirono circa ottomila persone. In realtà da queste parti la guerra tra i partigiani comunisti e i governativi era in corso già dal giugno 1970 e mise per lungo tempo a rischio i tesori di Angkor, senza contare il brusco stop al turismo che già negli anni Sessanta era abbastanza diffuso. I teschi e le ossa ritrovati dopo il regime nelle campagne e dentro ai pozzi oggi sono esposti nelle abituali teche di vetro di questo memoriale, mentre una collezione di dipinti naif racconta la storia di Sum Rithy, che fu portato qui quando aveva 21 anni e, nonostante le indicibili torture che subì, riuscì a sopravvivere perché era un abile meccanico di motori. Prima del covid Sum Rithy trascorreva gran parte del suo tempo di stanza in questo luogo, vendendo il suo libro "Sopravvivere al genocidio nella terra di Angkor". Adesso si è trasferito a Phnom Penh e presiede l'ingresso del Choeung Ek Genocidal Center, dove ho avuto modo di incontrarlo e di comprare il suo libro.
Dopo quasi due settimane di viaggio in Cambogia, l'impressione è che il governo cambogiano incoraggi turisti e scolaresche a visitare i monumenti alla memoria, ma non mancano i segnali contrari, infatti l’élite del paese ha ventilato più volte l’ipotesi di chiudere il Museo del genocidio di Phnom Penh e di occultare le fosse comuni riesumate. Ma soprattutto, la stragrande maggioranza dei carnefici è rimasta impunita, come ricordano alcuni pannelli del Wat Thmey Pagoda. Negli anni Duemila fu istituito un tribunale speciale in collaborazione con l’Onu e nel 2018 furono condannati all’ergastolo alcuni dei principali responsabili dello sterminio come Nuon Chea ("Fratello Numero 2"), Khieu Samphan (il capo di Stato della Kampuchea Democratica) e "Duch" (l'ex-direttore del centro di detenzione S-21), mentre Ieng Sary ("Fratello Numero 3") era morto in prigione prima che il procedimento si concludesse. Hun Sen ebbe a dichiarare che non avrebbe permesso ulteriori processi, sostenendo che avrebbero causato instabilità.
Per quanto riguarda invece il "Fratello Numero 1" Saloth Sar, alias Pol Pot (il dittatore meno interessato al culto della personalità del mondo), non è mai è stato arrestato o processato. Nel gennaio 1979 emigrò in Thailandia, da dove guidò la guerriglia dei Khmer rossi contro i vietnamiti e i sovietici (con il sostegno pure degli Stati Uniti) e poi formò addirittura un nuovo governo, incredibilmente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nel 1997 ordinò l'uccisione del suo successore nonché ex braccio destro, Son Sen, e poi fu messo ai domiciliari dal nuovo capo militare dei Khmer rossi. Fu trovato morto nel suo letto appena cominciò a circolare la notizia che stava per essere consegnato a un tribunale internazionale, e fu cremato prima che fosse effettuata un'autopsia. La sua tomba si trova tuttora ad Anlong Veng, l'ultima sua base, vicino al confine thailandese. 

Siem Reap è la città a più rapida espansione di tutto il Paese, infatti con i suoi circa 250 mila abitanti è diventata la seconda più grande dopo la capitale: oggi vanta un ottimo livello ricettivo ed è un posto particolarmente adatto ad ospitare una folta comunità di expat provenienti da diversi Paesi del cosiddetto mondo occidentale. A parte le visite al sito archeologico e alle altre attrazioni turistiche, la città offre molte possibilità di svago, dai centri massaggi ai locali pacchiani con musica, dai mercati ai ristoranti e bar più raffinati fino ai numerosi girl bar. A giudicare dal numero e dall'ampiezza di questi esercizi commerciali, sembra che ci siano molti meno turisti rispetto al passato, nonostante ci troviamo nel pieno delle vacanze natalizie.
A Siem Reap ho alloggiato in una singola che costa solo 12 dollari a notte, all'interno di una struttura elegante situata in un’ottima posizione: considerato che il giardino è molto suggestivo e c’è anche una stupenda piscina, mi sembra davvero un affare, c’è però qualcosa che non mi torna. Il titolare è un sudafricano che indossa dei ridicoli pantaloni larghi a sbuffo e mostra un entusiasmo immotivato; appena arrivata mi chiede lui stesso se fossi interessata ai tour per visitare il sito archeologico, dimostrando però di non sapere nemmeno dove si trovino i monumenti. A parte che non funziona né la luce del corridoio né la lampada in camera, la stanza ospita sempre almeno una zanzara, nonostante il fatto che io non abbia mai aperto la finestra e che in tre giorni non si sia mai affacciata nemmeno una cameriera (quando finalmente riesco a farmi rassettare la camera, al mio rientro trovo un asciugamano ben piegato ma incongruamente posizionato sul pavimento del bagno). Il ristorante è situato nel giardino e apparentemente dovrebbe preparare anche le colazioni, ma la mattina è sempre deserto e non c’è mai nessuno dello staff nei paraggi. Anche se sembra provvisto di molte camere, vedo pochi clienti in giro e anche a bordo piscina ci sono sempre al massimo quattro o cinque persone oltre me.
Per questo, è piuttosto curioso incontrare nel giardino semibuio della struttura ricettiva, alle 11 circa della mia ultima sera a Siem Reap, questo tizio dalla fluente chioma corvina che si lamenta perchè tutte le camere sono occupate. Non si è ben capito perché stia cercando una stanza a quest'ora, visto che già ce l'ha, né si capisce cosa voglia esattamente da me, a dirla tutta. A suo dire si occupa di antiquariato ed è di New York, però non ha affatto un accento americano, e il fatto che abbia a lungo vissuto a Dubai e che sia di origine metà italiana e metà turca non mi sembra una valida giustificazione. Comunque Akim è simpatico e anche bravo con la prestidigitazione, infatti mi fa alcuni giochi divertenti con le carte, per cui cedo alle sue insistenze e ci andiamo a bere una birra insieme. Purtroppo la vita notturna dalle parti di Pub street è davvero insopportabile, con questa musica orrenda inutilmente alta, e sto anche cascando dal sonno, così saluto anzitempo il mio nuovo amico: anche se affascinante, non sono certa di voler conoscere l'origine dei suoi misteri.

Galleria fotografica

Racconto di viaggio "IN VIAGGIO A RIMORCHIO. Cambogia in solitaria"

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