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Babel: benvenuti in Libia

All'aeroporto di Tripoli ci accoglie imponente e protettivo l'onnipresente Colonnello, finemente drappeggiato e con i famosi occhiali a goccia, ritratto in ogni angolo del Paese su tele gigantesche, poster, dipinti ad olio, murales realizzati con tutte le sfumature del verde, colore dell'Islam e della Rivoluzione.
Sbrigate le procedure in entrata, sugli italiani in Libia si abbatte la cattiva notizia: il volo interno per Sebha è saltato e ci toccano 12 ore di autobus nel piattume sconfinato che separa la costa dal Fezzan, a sud-ovest del Paese. Regola numero uno: fare finta di nulla, non innescare polemiche sterili che si ribaltano notoriamente con effetto domino sugli altri partecipanti inizialmente non schierati. Dormirci su. Una parola: durante il tragitto nel cuore della notte un corpo contundente non identificato riduce in mille pezzi uno dei doppi vetri di una finestra del bus, evocando una scena del film "Babel", ambientato in Marocco — per fortuna senza gli esiti tragici che si verificano nella pellicola del regista messicano. Film che, incredibilmente, verrà proiettato nel viaggio di ritorno sui due schermi del bus in un DVD piratato in lingua originale sottotitolato in arabo. La coincidenza avrebbe inquietato anime meno avvezze della mia.

Racconto di viaggio "ERASE YOUR EGO. Il deserto dell'Acacus"