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TOUJOURS PARIS

Non so perché, in vista di quattro giorni di ferie a marzo, ho preso un ennesimo biglietto aereo per Parigi. Sarà la nona o la decima volta che ci vado, eppure, invece di visitare una città che non conosco (che ne so, Bruxelles o Copenhagen), sono di nuovo qui. Sicuramente mi ha influenzato anche il fatto che in Francia hanno appena cancellato l’obbligo di portare le mascherine e io non vedo l'ora di vivere la normalità sociale che ancora in Italia non c’è del tutto. 
Non fa molto freddo, così mi avvio a piedi da Porte Maillot, incontrando un tramonto molto rosa intorno all'Arco di trionfo, la magia della Senna di sera, la tour Eiffel illuminata e i magnifici ponti di ferro battuto. Raggiunto il mio hotel, un luogo antiquato e tranquillizzante nel Quartier Latin con le scale scricchiolanti e la moquette, la prima sera me la scialo in un paio di locali affollatissimi di giovani stranieri. 

In cima nella lista delle cose da fare avevo messo la mostra su Proust al Museo Carnavalet (che avevo visitato la prima volta sette anni fa) e il Louvre, dove so di aver messo piede in un periodo in cui ero troppo giovane, avevo altro in testa, ciondolavo in piedi e non avevo modo di collegare ciò che vedevo a nulla. In pratica, non ne ho memoria.
Il quartiere del Marais invece è collegato a ricordi molto antichi, ma anche all'ultima volta che c'ero stata, in un appartamento con i pavimenti di legno scricchiolanti, le librerie ben fornite, i macaron, le ostriche e i ristorantini gourmet a lume di candela, l'attentato a "Charlie Hebdo" e i controlli anti-terrorismo.
La giornata è perfetta per camminare e i ristoranti vietnamiti sono fondamentali con le loro meravigliose zuppe calde. Raggiungo Belleville, con la street art e il parco collinare pieno di fiori, e poi il cimitero Père-Lachaise, anch'esso un vecchio vecchissimo ricordo: trent'anni fa la tomba di Jim Morrison era alla mercé di tutti, mentre oggi è protetta da inferriate alle quali è appeso un reggiseno di pizzo nero. Porgo omaggio anche a Modigliani, Petrucciani, Chopin e a tanti sconosciuti. Quando raggiungo il Canal Saint-Martin mi fanno male le gambe e resto seduta un bel po' ad approfittare della birra a metà prezzo durante l'onnipresente, provvidenziale happy hour. La passeggiata fino al Quartiere Latino mi permette di rivedere l'Hôtel de Ville, Notre-Dame, i ponti sulla Senna. Stasera niente vita mondana, non sono abituata a camminare così tanto: crollo alle 21.

Anche la Grande moschea è una mia vecchia conoscenza, che risale a quando non avevo ancora visitato né le moschee marocchine, né i monumenti andalusi, né il Medio Oriente.
L'unica eccezione al mio proposito di muovermi a piedi è stato il viaggio in metropolitana per raggiungere il salone del turismo all'expo Porte de Versailles: il salone non è niente di irrinunciabile, ma nel padiglione accanto è in corso il festival dei manga dove c'è da perdere la testa con tutti questi giovani in maschera. Di nuovo la metro fino a Batignolles, un quartiere che non conoscevo, un piatto di sardine, una passeggiata nel piccolo parco e poi una lunga scarpinata fino a Montmartre dove è in corso la processione di San Giuseppe e dove, come se il tempo non fosse passato, è sempre un piacere sedere sulle scale insieme a migliaia di persone e ascoltare i musicisti. Altro giorno che se ne va, altro happy hour e luci che si accendono. Cena in un ristorante afgano e anche stasera vado a dormire presto. Distrutta.

Torno per l'ennesima volta al Centre Pompidou: ogni volta ci sono mostre temporanee diverse (stavolta c'è quella di Charles Ray) e anche l'esposizione permanente cambia sempre visto che le opere sono così tante che non possono essere esposte tutte contemporaneamente. Tutto il pomeriggio lo trascorro al Louvre e l'ultima sera al jazz club Le Caveau de la Huchette, dove sembra di essere in un film di Woody Allen e infatti conosco Lester, un avvocato afroamericano della costa occidentale, più a suo agio con lo spagnolo che con l’inglese. Le jam continuano fino a tarda notte.

Prima di ripartire vado a fare un po' di foto nel XIII arrondissement dove, intorno a Bd. Vincent Auriol, ho letto che ci sono numerose opere di street art.
Il tempo è stato sempre soleggiato, il cielo molto blu e grazie alle mie scarpe comode camminarmela è stato un piacere. E comunque alla fine fatemi dire una banalità vera: Parigi non annoia mai, pure se è la decima volta che ci vai, pure se torni quasi sempre negli stessi posti, perché ci sei andata a tutte le età e ogni volta hai fatto i conti con te stessa.

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