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Il maestoso isolamento di Theth

Sono venuta in Albania per trascorrere alcuni giorni senza tempo sulle Alpi Albanesi. A dispetto del nome, queste meravigliose montagne a nord di Scutari si estendono anche nei confinanti territori del Montenegro e del Kosovo. La prima meta è il Parku Kombëtar i Thethit, un parco nazionale dichiarato già nel 1966, che si estende per 2630 ettari lungo il fiume Theth.
Il furgon che va a Theth parte da Scutari intorno alle sette di mattina, accanto all'improvvisato mercato di pecore e capre. Prima di partire però deve andare a raccogliere cose e persone per tutta la città, e anche sulla strada è un continuo di fermate per comprare angurie e meloni; per caricare provviste di cibo, farina, succhi di frutta, birra; per fare benzina.
Le donne con cui viaggio hanno capelli nerissimi che spuntano fuori dal fazzoletto annodato sotto il mento, gonne nere e calze velate; gli uomini indossano con eleganza camicie immacolate, gilet neri e coppole. Uno di loro in grembo porta una radio vetusta che produce per quasi tutto il viaggio musica popolare a volume molto alto, nell'indifferenza generale.
Sembra che poco sia cambiato dai tempi di Edith Durham, viaggiatrice di inizio Novecento affascinata dall'isolamento e della bellezza di queste montagne. Dal villaggio di Boge in poi, infatti, i successivi 25 km di strada non sono ancora asfaltati: solo potenti jeep, oppure questi indistruttibili furgon carichi di mercanzia, riescono nell'impresa di superare il Passo di Buni i Thores (quasi 1800 mt.). Durante i mesi invernali nemmeno loro ce la fanno, e infatti solo pochissime famiglie restano a Theth per tutto l'anno.
A Theth ho alloggiato a casa di M.. Costui in realtà non l'ho quasi mai visto, perché era più dedito a fare il giro dei bar della zona che a occuparsi delle faccende di casa. E anche quando c'era, la sua occupazione principale era bere caffè e acquavite locale (che mi ha offerto anche alle nove di mattina), spaparanzato sotto ai susini selvatici. Le sorti di questa casona, fatta di pietra e legno di pino, sono ovviamente nelle mani delle donne: anche le bambine aiutano nelle pulizie, mentre i loro fratelli e cugini maschi giocano all'aperto. I pasti tradizionali sono preparati con prodotti locali a chilometro zero, come il tè di montagna, il latte appena munto, lo yogurt e il formaggio, le marmellate casalinghe; oppure vengono da Scutari, come i meloni e le angurie che abbiamo caricato sul furgon.
Anche questa casa ha goduto degli sforzi compiuti dall'organizzazione tedesca GTZ per adeguarla agli standard turistici, in nome del turismo ecosostenibile che sta alla base del progetto del “Balkans Peace Park" (il cui obiettivo sarebbe la creazione di un parco transfrontaliero). Io comunque consiglierei a M. di mettere le chiavi alle porte delle camere per evitare che qualcuno (tipo il suo losco fratello) apra la porta mentre sei nudo.
Grazie alla stessa organizzazione di sviluppo, sono stati marcati i sentieri per il trekking ed è stata pubblicata una guida turistica, permettendo un forte incremento dei visitatori (che in questa area sono soprattutto stranieri). In realtà anche solo procurarsi questa guida non è stato facile. Prima di tutto, soltanto quando finalmente scendo in paese scopro che esso si trova cinque chilometri di strada sterrata più in basso. La valle è una conca chiusa, circondata praticamente dalle Dolomiti; alcuni piccoli dettagli, però, mi ricordano che siamo a molti chilometri di distanza dal Trentino: un edificio diroccato, una ruspa che drena il fiume, un cumulo di rifiuti, e intorno la desolazione e un caldo da impazzire. Sono sfinita e demoralizzata, il paese non esiste e sembra che nessuno sappia nemmeno cosa significhi la parola "trekking".
Le attrazioni della vallata le posso ammirare, a costo di grande fatica, i giorni successivi. Proseguendo lungo la vallata si incontrano la chiesetta in pietra e la Kulla − ossia una torre usata come rifugio per scampare alla barbarica usanza della vendetta di sangue. Poi ci sono il mulino, il piccolo museo etnografico, le spettacolari cascate di Grunas e molto più in fondo l'Occhio Blu di Theth (un laghetto dalle acque gelide e dal colore azzurro acceso). Per il resto enormi campi di mais e pascoli verdi, grandiosi boschi di conifere, picchi dolomitici, greti di fiumi secchi, vallate dove ancora è possibile incontrare famiglie di pastori che si dissetano con l'acqua dei ghiacciai e che producono formaggio.
Glielo chiedo io alla cognata di M. che cosa aspettano a farsi un sito web della guest house. Lei, come un'indiana, dondola la testa qua e là, con quel gesto che gli occidentali solitamente non riescono a decifrare. Le domando anche come mai non lo vendono pure là da loro quel libro realizzato dai tedeschi con i sentieri del trekking, ci sarebbe stato molto utile, a me e ai francesi. Lei è un po' imbarazzata, scuote nuovamente la testa sinuosamente, ma alla fine sputa il veleno: M. non le dà una lira per il suo lavoro con i turisti, e nemmeno la cognata S. viene pagata per il mazzo che si fa a cucinare per tutti gli ospiti. I soldi se li tengono tutti lui e sua moglie. Suo marito lo giustifica perché è disoccupato e dunque è giusto che tutti gli introiti vadano a lui. Di ribellarsi, ovviamente, nemmeno a parlarne (stiamo pur sempre parlando di una donna che ha fatto un matrimonio combinato dalle famiglie).
Questo mi pare che − per ora − chiuda l'argomento dei parchi transfrontalieri, del turismo ecosostenibile e della lotta allo spopolamento delle aree montane.

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