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Colpo di fulmine per il mondo arabo

Non mi vergogno a dire che il mio amore per il mondo arabo scoccò, molti anni orsono, in quel postaccio di Sharm El Sheik, per la precisione in una rimessa posizionata tra alte dune, affollata di turisti e di vecchie moto a quattro ruote. In quello scenario prodigioso scorrazzai nella sabbia che impastava i capelli e le ciglia allacciata all'egiziano padrone del mezzo, che sollevava più polvere di tutti. Il deserto poi ho continuato a corteggiarlo pochi giorni dopo, quando mi recai al Cairo in una Mercedes guidata da autista belloccio che, a sua volta, corteggiava me. Viaggiammo tutta la notte e, fra un checkpoint e l’altro, il buio diventò alba e il deserto si impastò con la musica egiziana, i pistacchi, il tè alla menta e il sorriso dell’autista, dando vita ad una specie di sogno ad occhi aperti.
Pochi mesi dopo ebbi una ricaduta in Marocco, esattamente nella piazza Jemaa El-Fna di Marrakech, affollata di bancarelle, acrobati e musicanti, indovini e giocolieri, mentre il giallo sfumava nella notte e le luci cominciavano ad accendersi. Quando ci lasciammo alle spalle la quinta dell'Atlante innevato e comparve il deserto ai lati della strada dritta e grigia, ebbi lo stesso tuffo al cuore dell'Egitto. E non ne parliamo quando ci ho dormito, tra le dune. Posso solo provarci, a dire l’inesprimibile: lo spigolo di sabbia lisciato dal vento, le montagne dell'Algeria in lontananza, le due minuscole figure azzurre intente a pregare verso il tramonto, l'oscenità di una notte di tamburi e crotali, il tè e la cena mangiata da un piatto comune, la notte in tenda come peperoncini stesi ad asciugare, il terrificante raglio di un asinello che scandiva le ore piccole. Per molti mesi il tè alla menta, i vassoi di rame, l'odore di raz-al-hanout, i mosaici, le voci dei muezzin, i dromedari, mi apparivano anche in sogno.
Un paio di anni dopo ritrovai la lingua e i minareti, la musica, le spezie e gli aridi paesaggi nello Yemen, insieme a molto altro (pugnali intarsiati, guance piene di qat, veli neri, incenso, grattacieli di fango, decori di gesso, arabeschi) e il cuore di nuovo accelerò. 
Un altro capodanno mi sono fatta coraggio in vista di una full immersion nel Sahara: nove giorni di campeggio libero nel Fezzan libico. Un paesaggio emozionante e misterioso costituito da torri, monoliti, pinnacoli, grotte, archi, ossidati e scolpiti dal tempo; grandiosi tramonti dipinti con tutte le sfumature del giallo oppure abbaglianti di rosa e di viola, limpidi e puri oppure striati dalla nuvolaglia; albe da primo giorno della Terra che lasciano a bocca aperta e poi sfumano rapidamente. Una delle avventure più emozionanti ma anche istruttive mai vissute: nel deserto del Sahara si gela in inverno; nel deserto non ci sono bidoni della spazzatura, non ci sono cartelli stradali, indirizzi, uffici del turismo, non ci sono bagni, bar, case e chiese, né passanti. Mi sono dovuta affidare totalmente agli autisti delle jeep perché solo loro sapevano la strada e a me non rimaneva che respirare l'aria secca, scalare le dune, guardare i tramonti, e cancellare il mio invadente ego.
E infine andai in Siria, nella primavera del 2010, quando era difficile immaginare cosa sarebbe accaduto soltanto un anno dopo. Era il periodo di Pasqua e, presso il monastero di Padre Paolo, fui colpita dallo spirito di fratellanza che accomunava le famiglie che consumavano il picnic del venerdì islamico e quelle che celebravano il venerdì santo. In realtà alcuni dettagli mi fecero riflettere: il Presidente col mezzo sorriso su grandi poster, la chiusura degli abitanti nei confronti dei discorsi politici, i repentini cambiamenti economici e sociali in corso di cui mi parlarono, l'aria inquisitiva della guida russofona che il governo ci aveva imposto. Ma lì per lì non ci feci molto caso, abbagliata dal sole della Siria e affascinata dalle ricche tracce del passato e dalla seducente cordialità del suo popolo.
Poi sono arrivate le primavere arabe e la guerra: la Siria, lo Yemen, la Libia e tanti altri Paesi si sono chiusi al turismo o hanno preso una piega ancora meno democratica di prima, ma il mondo arabo continua a popolare i miei sogni e ad alimentare i miei sospiri.