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La Chiesa più pazza del mondo

È notte fonda all'aeroporto di Addis Abeba. L'avifauna etiope mi dà il benvenuto da un grande poster. Due inservienti in divisa dormono beatamente sdraiati sulle sedie della sala d'aspetto.
All'ufficio di cambio trecento euro vengono lentamente trasformati in un malloppo maleodorante di Birr. Ancora non sapevo che quel gruzzolo puzzolente si sarebbe sì assottigliato, ma mai estinto, e che dieci giorni dopo, nello stesso aeroporto deserto alle 2 di notte, sarebbe stata un'impresa trasformarne la parte restante in euro, dollari, bounty, mars, calzini e marlboro lights.
Un breve volo interno mi deposita a Bahar Dar, tappa iniziale dell'itinerario che attraverserà le regioni montuose degli Amara e del Tigrai, a nord dell'Etiopia. Fuori dal piccolo aeroscalo, di prima mattina fervono già i lavori in corso. Sono soprattutto le donne quelle che si fanno il culo, certi scriccioli minuscoli che sollevano pietre o maneggiano pesanti attrezzi in ferro.
Parto senza indugio per una gita sul lago Tana, il più vasto dell'Etiopia. Le acque del lago non sono azzurre come vuole dare a bere l'autore della Lonely Planet, bensì più tendenti al grigio; ma va detto per inciso che l'inglese Stuart, che ha curato la sezione "Etiopia settentrionale" della celebre guida, non è né spiritoso come vorrebbe, né accurato come converrebbe (anche se la lettura delle sue pagine ha creato vari momenti di ilarità). Sul lago il trasporto del legname è affidato a queste canoe di papiro che scivolano in fila; ai remi uomini con uno straccio in testa sollevano gocce che scintillano.
Sbarcata sulla penisola di Zege, sul lago Tana, con una passeggiata tra limoni, banani e piante di caffè raggiungo i tipici monasteri a pianta circolare con il tetto di paglia. Bisogna togliersi le scarpe per entrare, da due ingressi separati a seconda del sesso, ma dentro ci si ritrova tutti sullo stesso tappeto rosso stinto e pulcioso. Attraverso le scene dipinte sulle pareti esterne e interne, entro nel lisergico mondo della chiesa ortodossa etiope (da non confondere con quella copta egiziana − sebbene siano in qualche modo imparentate).
Salta subito all'occhio l'onnipresenza di "Sainty Mary", che qui è oggetto di un culto senza pari. La leggenda cardine riguarda la fuga in Egitto, durante la quale la sacra famiglia pensò bene di effettuare una sosta ristoratrice in Etiopia. Visto che la tappa non era propriamente di strada (a occhio e croce aveva comportato una deviazione di alcune migliaia di chilometri), la Madonna si stancò molto, così Gesù decise di ricompensarla regalandole il feudo d’Etiopia (premiando allo stesso tempo il fantastico popolo abissino, che li aveva accolti con squisita ospitalità). Un altro personaggio ricorrente è il patrono San Giorgio, che conficcando la sua lancia nel corpo del drago vuole dimostrare l'avvenuta vittoria del cristianesimo. Per rendere comprensibile ai poveri etiopi analfabeti in cosa consisteva il vecchio paganesimo sconfitto, abbondano le immagini splatter di uomini infilzati, teste e arti tagliati, sacrifici umani. E se qualcuno ancora non lo avesse capito, le facce dei cattivi sono sempre di profilo, mentre quelle dei buoni hanno entrambi gli occhi visibili.
Dal Lago Tana nasce il Nilo Azzurro, che poi nei pressi di Khartoum si unirà a quello Bianco. Mi indicano il punto dove il lago finisce e comincia il fiume, ma sembra tutto lago. Qualche chilometro più avanti esso si getta da una parete dando vita alla fumante cascata di Tis Isat. Nonostante abbia perso gran parte della sua imponenza dopo la costruzione del vicino impianto idroelettrico, la fotografo da sopra, da sotto, da un lato e dall'altro. La sera, mentre confronto la qualità delle birre Dashen e St. George, rivedo la prima giornata in Africa sul monitor: la cascata non è per niente fotogenica, Sainty Mary invece sta sempre benissimo.