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Honeymoon with myself

Bali

Bali, l'isola dell'amore in tutto e per tutto. Infatti ci vanno solo gli australiani che fanno surf, in quanto, mancando il rif, ci sono delle onde che tritano, alte dieci metri e profonde centocinquanta chilometri.
[Andrea Pazienza, "Sotto il cielo del Brasil"]

Nell'oblò appaiono i vulcani che spuntano tra le nuvole e pochi minuti dopo atterriamo su una pista circondata su tre lati dal mare. L'aeroporto è già una piccola Bali in miniatura: la porta color salmone con i fregi grigi e le statue in pietra con l'ombrello, i fiori colorati e la grazia dei dettagli che − persino in un luogo impersonale come un aeroporto − creano da subito quell'atmosfera da luna di miele da cui sarei stata pervasa per l'intera settimana.

Dopo aver fatto un po' la gnorri con i vari tassisti, capisco che all'aeroporto di Denpasar (il principale aeroporto di Bali) non esistono i mezzi pubblici e accetto a malincuore di salire su una vettura. Parte una lunghissima trattativa col conducente, che va avanti per tutto il viaggio fino a Ubud − un'ora circa. Lui ogni tanto ripensa alla cifra che abbiamo concordato e prova a impietosirmi, poi fa un po' il piacione, e addirittura mi propone di lasciarmi a Batubulan, pensando che io ignori dove sia. Ma io niente, cuore di ghiaccio, prendo la sua mano e gliela rimetto sul volante.

Inizialmente, molte cose mi infastidiscono a Ubud: il caldo afoso, la confusione, la famiglia di scozzesi al tavolo accanto al mio che ordina la pasta e alla fine anche un dessert, il modo in cui la cameriera pronuncia la parola dessert in inglese, la francese che si compra mezza boutique mentre il marito seduto sulla poltroncina le fa i complimenti, le due bionde sovrappeso che indossano dei pantaloncini inguinali, i balinesi che mi chiedono insistentemente se io abbia bisogno di un taxi o di un massage (tra l'altro nessuno di loro indossa il pigiama e sono tutti seri). Sembra come se i simpatici indonesiani, sempre pronti allo scherzo e teneri nella loro sindrome del fanciullino, si siano fatti contagiare da quei noiosi dei turisti.

Siccome non esistono più luoghi inesplorati sulla Terra (e se pure esistono, sicuramente io non sono nelle condizioni di andarli a scoprire), non ha molto senso che le prime ore a Ubud io coltivi dentro di me un piano B, tipo spostarmi a Lombok o alle isole Gili. Ma è quello che succede e con questo stato d'animo (sono solo di passaggio, presto me ne andrò) vado al Sacred monkey forest sanctuary. Grazie al semplice contatto con la giungla e con questi macachi sfacciati e dispettosi, ma nondimeno sacri, metto da parte le mie paturnie e pian piano entro in confidenza con lo spirito del luogo. Quando esco dal parco, sbaglio completamente direzione e mi ritrovo in una via periferica, dove nessuno mi offre taxi o massaggi (se non sbaglio mi dicono addirittura "Mister Roberta"). Quando capito in un giardino incantato come quello delle fiabe realizzo che i miei propositi stanno vacillando.

Al palazzo reale sta per cominciare lo spettacolo di Legong Dance. Nonostante il gran pienone di turisti occidentali e soprattutto orientali, lo spettacolo mi conquista: le ballerine graziosissime nei loro movimenti al rallentatore, la musica dell'orchestra di gamelan ipnotica e vagamente inquietante, i costumi un trionfo di oro e di fucsia. Ok, Ubud. Hai vinto tu. Mi dico mentre brindo alla mia luna di miele con una Bintang ghiacciata, aspettando un piatto di mie goreng, completamente indifferente al gruppo di australiani ubriachi che ridono di cose stupide al tavolo accanto al mio.

Il filo da disbrogliare

Quando la mattina apro la porta, un coniglietto bianco è in procinto di salire le scale, tra le statue misteriose che siedono a guardia del mio spartano bungalow; due suoi simili di colore grigio saltellano sulle graziose passerelle lastricate che attraversano il prato, tra gli ibiscus e i frangipane. Il padrone di casa e suo figlio stanno ponendo con gravità un cestino di offerta in un incavo del tempio di famiglia. Nella vasca grossi pesci rossi nuotano tra meravigliosi fiori di loto color pervinca. Ero stata davvero ingiusta con Ubud.

Mi avvio per le strade. Di fronte ad ogni casa e negozio sono appoggiati per terra dei vassoi di foglie di palma intrecciate riempiti di fiori, frutta, riso, bacchette di incenso. La popolazione è impegnata a confezionare e dunque issare dei lunghi pali di bambù, capolavori d'arte addobbati con elaborati festoni di foglie di palma, noci di cocco, fiori, pannocchie di mais; le estremità di quelli già posizionati ai lati delle strade svolazzano nell'aria creando un clima di festa. Delle corolle colorate sono perfettamente allineate sugli scalini di un ristorante. Mi siedo ad uno dei tavoli, imbambolata di fronte ad una splendida vasca piena di foglie e petali che compongono un elaborato disegno.

E poi basta allontanarmi di pochi passi da quelle quattro arterie principali per lasciarmi alle spalle ristoranti e centri massaggi ed entrare nel magico mondo della natura equatoriale. Quasi senza accorgermi passo molte ore passeggiando tra le risaie inondate e i palmeti, in compagnia di farfalle e uccelli acquatici, e poi lungo il crinale di Campuhan, che costeggia per chilometri una verdissima e pacifica valle fluviale.

Ed eccoci qui, come da copione, io e Franz seduti ad un tavolino, due pallidi fantasmi circondati dalle risaie, a bere una cocacola e a fare i tipici discorsi degli europei ai Tropici. Che qui non c'è la depressione. Che dovremmo imparare a vivere senza stress come gli uomini e le donne che ci circondano. Che noi corriamo e non ci godiamo le cose semplici della vita e che ingigantiamo dei problemi da nulla. E che quando torneremo a casa non dovremo dimenticarlo.

Anche se poi penso che è facile godersi la vita tra le cascate di frangipani e le enormi palme da cocco svolazzanti, guardando il sole che sorge e tramonta ogni giorno, meno facile nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra soltanto a pezzi e fa freddo; quando s'affolta il tedio dell'inverno sulle case e la luce si fa avara, senza albe e tramonti, ibiscus e palme. E che come al solito l'illusioneci mancherà, dimenticheremo quasi tutto questo e, per recuperare il filo da disbrogliare, prenderemo un altro aereo e parleremo con un altro Franz in un altro baretto all'ombra bevendo un'altra cocacola.

La festa di Galungan

Voglio vederti danzare [... ] come le balinesi nei giorni di festa. 
[Franco Battiato, “Voglio vederti danzare”]

I pali di bambù che inondano le strade di Ubud si chiamano penjor e rappresentano il simbolo più tipico di una delle più importanti feste balinesi, il Galungan, che si celebra proprio oggi 15 luglio. In questa giornata, che cade ogni 210 giorni (ossia una volta l'anno secondo il calendario balinese), gli spiriti degli antenati tornano a visitare le loro case e si aspettano di essere ben accolti e intrattenuti con riti e feste. Le famiglie infatti − che già nei giorni precedenti avevano preparato dolci di riso fritto e macellato maiali per preparare il tipico lawar − gli offrono cibo e fiori in segno di gratitudine. Dopo dieci giorni di scorpacciate, in occasione del Kuningan, gli spiriti ancestrali torneranno in cielo.

Per questo giorno speciale ho in programma di raggiungere a piedi il villaggio di Bedulu, distante circa sei chilometri dal centro di Ubud, per visitare la famosa Elephant Cave. I mezzi pubblici − come si è visto − non sono proprio la specialità di Bali, con le moto non ho un rapporto di grande confidenza e comunque, diciamolo, la grotta è solo una scusa per ficcare il naso nelle abitudini locali.

Le vie turistiche di Ubud sono innaturalmente silenziose e molti ristoranti e negozi sono chiusi, ma man mano che procedo cominciano ad apparire i primi devoti carichi di offerte. Se si pensa che ogni villaggio balinese ha almeno tre templi, o Pura, ufficiali (più ovviamente gli innumerevoli luoghi di culto privati presenti all'interno delle abitazioni), forse ci si può fare un'idea del traffico di cestini che c'è in giro. In alcuni casi l'accesso al Pura è vietato a chi, come me, non indossa "busana adat" (abiti tradizionali), ossia il sarong. Tutti lo portano qui: gli uomini con camicie candide e in testa piccoli turbantini, le donne con casacche aderenti di pizzo colorato e fiori tra i capelli. Per fortuna i templi sono contenitori aperti circondati da un semplice recinto basso (pura vuol dire "spazio circondato da un muro") e dunque si può assistere ai riti anche senza entrare: all'ingresso ci sono piccoli altari di bambù, petali di tutti i colori ricoprono i pavimenti, da piccole teiere dorate viene versata dell'acqua per lavare le mani e il viso. Ogni gesto è eseguito con una grazia stupefacente.

Lungo la strada − oltre a un paio di richieste di foto (immancabile la posa con il gesto V di vittoria con indice e medio) − ricevo svariate proposte di passaggi in mototaxi o ojet; ma io ormai da molti giorni ho imparato a rispondere jalan-jalan (“camminare” in lingua bahasa) e loro tutti felici sorridono e mi augurano selamat jalan (“arrivederci” o, alla lettera, “buona strada”). Questa lunga scarpinata mi insegna che i marciapiedi anche qui sono pieni di buche e vere e proprie voragini, con la variante che a volte nascondono rettili tipo varani o serpenti.

Finalmente compaiono delle sfilze di bancarelle di sarong che annunciano il santuario di Goa Gajah, incassato nella giungla. Per entrare nella "Grotta dell'elefante" bisogna passare dentro alla bocca spalancata di un orribile demone scolpito al centro dell'elaborata facciata di pietra. Forse è da questa creatura minacciosa che ha origine il nome del sito, oppure dalla statua di Ganesh che si trova dentro alla caverna artificiale, insieme al simbolo fallico di suo padre Shiva (il sacro lingam). Dopo aver ammirato, insieme a turisti e devoti, i vari altari e padiglioni, le piscine dotate di fontane antropomorfe e i numerosi tavoli ricoperti di offerte, imbocco a caso un sentiero tra gli alberi e, costeggiando un piccolo tratto della valle del fiume Petanu, risalgo verso il villaggio di Bedulu (un tempo capitale di un regno grande e potente). L'altra attrazione "da non perdere" sembrerebbe essere Yeh Pulu, dove compare una lunga parete di roccia scolpita, forse rimasuglio di un antico eremo (anche se trovo più diletto nella rigogliosa foresta e nelle rasserenanti risaie circostanti).

Tra le vie di Bedulu un balinese che parla un po' di italiano mi invita in casa, mi presenta qualche parente e mi offre addirittura del cibo. Per fortuna declino l'invito, infatti poco dopo, sulla via per Ubud, c'è un ristorante paradisiaco costituito da palafitte, dove mangio un piatto molto coreografico tenendo i piedi a mollo in un laghetto pieno di enormi pesci rossi. Le cose sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto.

Le scalinate che portano agli dei

Che bello girare con la motocicletta attraverso la verdissima Bali! Altro che l'Umbria! Con tutto il rispetto per l'Umbria, se lei è verde, Bali cos'è, VERDE?
[Andrea Pazienza, "Sotto il cielo del Brasil"]

Le agenzie che fioccano ad ogni angolo di Ubud propongono diversi daily tour che accorpano più attrazioni in un'unica giornata. Tra i luoghi naturalistici più gettonati ci sono ad esempio i vulcani − come il Batur e l'Agung, ancora attivi −, le risaie terrazzate, le strade panoramiche che si affacciano sul mare blu cobalto, i giardini botanici, le piantagioni di caffè (come quelle del Kopi Luwak, prodotto con le bacche defecate dallo zibetto delle palme). Per il resto il grosso dell'attrattiva turistica balinese è costituito dai templi: nell'isola ce ne sono più di diecimila, disseminati sui laghi, sui fiumi, sulle pendici dei vulcani, nelle foreste.

Benché non sia intenzionata a collezionare tutti i templi dell'isola, almeno un'escursione fuori da Ubud desidero farla, evitando possibilmente i viaggi di gruppo. Per questo, nonostante la poca simpatia che provo per i mezzi a due ruote, accolgo con moderato entusiasmo la proposta di Franz di scarrozzarmi sullo scooter scalcagnato che ha noleggiato. La prima meta è Jatiluwih, distante circa quaranta chilometri da Ubud. A parte i problemi alla moto che ci obbligano a fermarci almeno un'oretta da un meccanico di fortuna, l'altra difficoltà è che tutte le strade principali vanno da nord a sud, mentre noi dobbiamo andare a nord ovest e dunque è tutto un tagliare per viuzze secondarie, consultando Google Maps.

A Jatiluwih si va per ammirare alcune delle risaie terrazzate (“le scalinate che portano agli dei”) meglio conservate dell'isola, che si dispiegano verdissime alle pendici del vulcano Batukaru. Insieme alle foreste, ai villaggi e ai templi sull'acqua, esse fanno parte di un antichissimo sistema di gestione delle acque, chiamato subak e da qualche anno tutelato dall'UNESCO. Questo metodo cooperativo e democratico, caratterizzato da canali e sbarramenti che raccolgono le acque delle sorgenti e dei fiumi, combinato al fertile suolo vulcanico e all'umido clima tropicale, ha reso i balinesi tra i maggiori produttori di riso (biologico, possiamo dire) dell'Indonesia. Lo scenario di risaie più gettonato non è né così pittoresco né così verde come pensavo, visto che a quanto pare è il periodo del raccolto. Nondimeno, tanti turisti sono convenuti per festeggiare con la famiglia (come impone la tradizione per il giorno successivo al Galungan) e stanno passeggiando nella campagna oppure sono seduti ai tavoli del ristorante.

La seconda tappa è il Pura Luhur Batukaru, un importante tempio dedicato al vulcano omonimo. Per raggiungerlo dobbiamo percorrere una lunga strada asfaltata in discesa, circondata da una lussureggiante foresta, in compagnia di centinaia di devoti carichi di offerte. Una volta muniti di sarong − e appurato che l'accesso sarebbe vietato alle donne mestruate, incinte o che hanno partorito da poco −, varchiamo il classico arco spaccato a metà che segnala l'accesso. Avvolti in un denso fumo, gli altari dai tetti multipli e gli ombrelli gialli e bianchi svettano tra gli arbusti, una piccola orchestra di gamelan sta suonando gong, xilofoni e tamburi sotto un padiglione, i cestini di offerta si sono ammucchiati ovunque e le statue sono semicoperte dal tipico sarong quadrettato. Poiché nella parte più sacra non si può accedere a causa delle cerimonie (i fedeli sono inginocchiati tutti nella stessa direzione), non possiamo nemmeno raggiungere il piccolo lago artificiale e la fonte sacra.

Sulla via del ritorno, con una breve deviazione, saremmo riusciti a inserire anche la visita al fascinoso tempio di Taman Ayun, incluso nel paesaggio culturale del subak in quanto circondato dall'acqua e da stupendi giardini. Il traffico però è completamente bloccato e restiamo imbottigliati per un tempo così lungo che praticamente arriviamo a Ubud che è buio pesto. Il motivo della congestione lo scopriamo pochi chilometri (ma molti quarti d'ora) dopo, quando intravediamo la coda di una lunghissima processione che parte dalla riva di un fiume e prosegue sulla strada, composta da donne con contenitori in testa e uomini con l'ombrello, seguiti dalle maschere di Barong e di due Leyak. Nella mitologia balinese il Barong è il dio-animale simbolo del bene e della fertilità, mentre i Leyak sono esseri demoniaci capeggiati dalla vedova-strega Rangda (lo scontro tra il Barong e l'arcinemica Rangda, metafora della proverbiale lotta tra bene e male, è rappresentato nella danza tradizionale omonima). Se Rangda e i leyak sono orrendi con i loro capelli scarmigliati, la lunghissima lingua e le grandi zanne, il Barong è troppo buffo perché ci sono due uomini sotto al costume, per simulare le quattro zampe di questo pseudo drago o leone mitologico.

Comunque alla fine dell'escursione, dopo tutte quelle ore sullo scooter, più che apprezzare la filosofia alla base di tutto il subak − ossia l'interazione tra spirito, uomo e natura −, ho sperimentato l'interazione tra la mia schiena e le strade balinesi, disconnesse e piene di buche.

Mangia, prega, chatta

Noi non abbiamo arte, facciamo tutto nel miglior modo possibile.
[Proverbio balinese]

È l'ultimo giorno che trascorro a Ubud: le celebrazioni per il Galungan sono archiviate ma i festeggiamenti continuano, visto che oggi è Lebaran, la fine del Ramadan. Ormai mi sono abituata alla città e non mi danno più fastidio le comodità turistiche; anzi, ho approfittato alla grande dei meravigliosi massaggi balinesi e dei trattamenti di bellezza. Le spa spuntano come funghi, e pure le più pidocchiose (dove sono andata io) sono un esempio di grazia e benessere.

Ubud è la capitale culturale di Bali, conosciuta sin dagli anni Venti come luogo di sosta di pittori e scultori stranieri. Lo spirito artistico si incontra così copiosamente nelle manifestazioni quotidiane, che non ho sentito l'esigenza di visitare le gallerie d'arte e i musei; solo stamattina ho messo piede nel Pura Lukisan. D'altra parte l'esperienza culturale che più entusiasma noi turisti a Bali notoriamente non è tanto la pittura, quanto la danza tradizionale. Dopo il Legong e il Barong, ho assistito al Kecak, ispirato al poema epico hindu Ramayana, chiamato anche danza del fuoco perché un danzatore in trance cammina sui carboni ardenti. A differenza delle altre danze, non è previsto il sottofondo dissonante del gamelan, ma i ballerini, seduti in cerchio battendo le mani e agitando le braccia, eseguono in coro il tipico ciak-a-ciak che mi è rimasto nelle orecchie tutto il giorno.

La popolarità di Ubud è vertiginosamente aumentata dopo l'uscita del best seller "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert, nel quale Bali viene presentata come il posto al mondo dove meglio si coniugano il piacere e la spiritualità. E infatti in città pullulano i negozi new age di saponi profumati, incensi, cristalli e musica strumentale per lo spirito; fioccano i ristoranti organici e biologici e vengono organizzati in ogni dove corsi di yoga. Franz avrebbe fatto carte false per incontrare uno sciamano del luogo e ha la mania di intervistare tutte le cameriere dei ristoranti per conoscere qualche bella storia di fantasmi. Definisce enfaticamente «un vero e proprio viaggio spirituale» quello che sta compiendo in Asia meridionale da qualche mese. «Qui sto vivendo momenti di infinita gioia, vitalità e liberazione» mi comunica senza ironia alcuna. «I balinesi mi contagiano con i loro sorrisi».

Quanto a me, quello che gli altri chiamano spiritualità io sarei tentata di definirlo semplicemente clima e, per quanto attiene al piacere, al tofu e al seitan ho preferito il maialino arrosto (il miticobabi guling) o addirittura grandi vassoi di sashimi, e non mi sono fatta mancare qualche Bintang o cocktail in uno dei milioni di bar che si susseguono nelle strade. D'altra parte, nonostante le belle parole colme di saggezza new age disseminate nel best seller, leggendo con attenzione si capisce che il segreto di Bali non stava tanto nell'arte degli sciamani o dei curatori tradizionali, bensì nel fatto che la Gilbert aveva finalmente ripreso a scopare.

Purtroppo le cose sono cambiate anche qui negli ultimi anni: gli internet point sono tutti chiusi, c'è il wifi ovunque e i bar e i ristoranti (dove un tempo leggevi, scrivevi o parlavi con gli altri turisti) sono pieni di persone di etnia caucasica che chattano su Whatsapp o controllano su Facebook cosa stanno facendo i loro amici rimasti a casa. Insomma, non è più tanto facile socializzare.

Che pecatu

Lo sguardo fruga d'intorno, / la mente indaga accorda disunisce / nel profumo che dilaga / quando il giorno più languisce. 
[Eugenio Montale, "I limoni"]

Dopo cinque notti a Ubud, per il gran finale decido di trasferirmi nella parte occidentale della Penisola di Bukit, all'estremo sud dell'isola, dove sorge l'Uluwatu temple, celebre per il suo tramonto a picco sul mare. Per percorrere i 35 chilometri fino a Kuta in minibus ci impieghiamo un'ora e mezza di traffico. Da lì l'unico modo per arrivare a Pecatu è il taxi, che per aggirare la congestione improponibile di Kuta deve fare il giro largo, passando sul ponte della nuova strada a pedaggio. In camera mi aspetta un asciugamani a forma di cigno ricoperto di ibiscus rossi: la luna di miele con me stessa continua.

Sono nella semibuia terrazza della guest house di Pecatu, insieme a dei surfisti in canottiera pieni di tatuaggi e a due ragazze perbene sedute con le loro gonnelline sui divani sfondati. La musica lounge in sottofondo si mescola con i lamentosi canti accompagnati dalla musica ipnotica del gamelan, che provengono dal villaggio. Ci ho provato ad entrare nel tempio, ma all'ingresso un addetto alla security vestito di nero, a guardia del grande traffico di donne con i cesti in testa, mi ha proibito fermamente di entrare (potevo stare sulla soglia e anche fare quante foto volevo). Nel frattempo, dall'altra parte della strada, c'erano degli uomini che mi facevano segno al di sopra di un muro di recinzione. Forse mi ero un po' illusa di essere finita dentro un antico mondo di mille anni fa in questi giorni, ma quando sono entrata nel recinto sono rimasta stupita nel vedere una quindicina di uomini (seppur vestiti con camicia bianca, sarong e mini turbantino) seduti a fare fuori una cassa di birre Bintang, fumando sigarette ai chiodi di garofano. Ho accettato la birra e ho intavolato una animata ma rilassata conversazione con loro. «We are all a family» mi hanno informata. «E le donne?» «Temple». Qualcuno più alticcio faceva battute a doppio senso, altri mi mostravano gli anelli che ornavano le mani. «Alle dieci inizieranno le danze, ma non con i vestiti belli come negli spettacoli per i turisti.» Poi si sono messi a giocare a spirit, un gioco di carte che hanno provato inutilmente a insegnarmi.

L'isola dell'amore in tutto e per tutto

Dato che la mia carta Maestro non ha mai funzionato qui in Indonesia, l'unico modo che avevo per prelevare contanti era la Visa. Bene, l'altro ieri l'ho dimenticata in un ATM di Ubud. Per fortuna posso pagare gli hotel e i ristoranti con l'altra carta di credito, ma per tutte le spese in contanti devo fare affidamento soltanto sui pochi spiccioli che mi sono rimasti.

Non potendomi permettere il lusso di un taxi, oggi sono stata costretta ad esplorare la zona completamente a piedi − rinunciando a luoghi troppo lontani come l'incantevole mezzaluna di sabbia bianca di Jimbaran, la selvaggia striscia di spiaggia orlata di palme di Balangan e il magnifico paesaggio di scogliere e boschi di Bingin. Mentre camminavo sul bordo della strada che portava a Padang Padang, dunque, non si capisce quanti taxi e ojet hanno rallentato per chiedermi se avessi bisogno di un passaggio, e quante volte gli ho risposto jalan-jalan (ossia che preferivo camminare).

A un certo punto sono inciampata grattugiandomi un ginocchio sulla brecciolina. Ora, la protagonista del libro “Mangia prega ama” (interpretata nel film omonimo da Julia Roberts) grazie a uno sbrego sulla gamba svolta completamente. L'ingenua americana infatti non solo entra in contatto con la saggia guaritrice Wayan (che le cura la ferita grazie a impacchi e beveraggi miracolosi tipici della tradizione curativa balinese), ma conosce il brasiliano tormentato ma allo stesso tempo dolce (interpretato da Javier Bardem), che le aveva procurato la ferita investendola con la sua jeep, grazie al quale pone fine alla sua pluriennale astinenza sessuale. Insomma, quella caduta dà un senso a tutto il suo viaggio di un anno, senza di essa non ci sarebbe stata né la crescita interiore né tanto meno il libro e poi il film. Che poi, bastava che avesse conosciuto il brasiliano a New York, e non avrebbe avuto proprio necessità di andare a Roma a strafogarsi di pasta né dalla santona indiana a lavare i pavimenti dell'ashram. Ma non divaghiamo. Io, invece di ricorrere a una curatrice tradizionale, sono entrata nel primo ristorante che ho trovato, mi sono fatta prestare del disinfettante e ho ripreso a camminare come se niente fosse. Ecco perché non ho conosciuto nessun commerciante brasiliano (o surfista australiano), né ho compiuto alcun progresso nella mia crescita spirituale.

Risolto così facilmente il piccolo incidente, la giornata è andata avanti secondo il programma. La spiaggia di Padang Padang, raccolta in una graziosa insenatura, era davvero misera e minuscola, nonché intasata di gente. Qui, compromettendo la pronta guarigione della ferita, non ho resistito alla tentazione di un piccolo bagnetto rinfrescante. Ho proseguito dunque verso Uluwatu, che è il nome con cui si indica tutto il tratto di costa sud-occidentale. Le spettacolari scogliere (o break) sono state colonizzate da una nutrita serie di negozietti per surfisti, bar e hotel con piscine, collegati attraverso un sistema di scalette (luoghi in alcuni casi accessibili soltanto ai clienti). Dai vari punti panoramici ho ammirato le onde paurose che fanno gola solo ai surfisti, mentre la spiaggia qui praticamente non esiste: non è altro che la parte finale della grotta, quella più esposta alle onde.

L'ultima tappa, nonché attrazione "da non perdere" e motivo principale per cui sono venuta quaggiù, è il tempio di Uluwatu. Solo quando sono entrata nel sito, ho scoperto che il tempio vero e proprio è un edificio microscopico (dentro al quale non si può nemmeno entrare) arroccato in bilico sulla sommità dell'altissima scogliera, e che si viene qua solo per il fantastico paesaggio. Tutti noi turisti − ridicolmente  abbigliati con il sarong viola che ci avevano dato all'ingresso − eravamo lì a percorrere avanti e indietro i sentieri che costeggiano il crepaccio, tra fiori fucsia e piante succulente, ammirando le pareti a picco e lo spettacolo del mare pieno di schiuma. I più ardimentosi si facevano fotografare sull'orlo del precipizio e solo i più fortunati hanno incontrato le scimmie. Ora, qui si viene apposta per il tramonto, ma il problema del tramonto è che subito dopo inizia l'imbrunire. E poiché io dovevo ancora camminare per sette chilometri prima di arrivare alla guest house, e non avevo nessuna intenzione di percorrerli al buio, sono stata costretta ad andarmene PRIMA − incrociando tra l'altro la marea umana che a bordo di mezzi a due e quattro ruote tentava di entrare nel sito per ammirare il tanto sospirato tramonto che io, probabilmente, non vedrò mai.

La vicina Cina

L'ultima sera che trascorro a Pecatu, dopo aver ricomposto in un battibaleno un bagaglio organizzato per l'indomani, scendo a mangiare nella sala comune e finalmente conosco Jay, il proprietario della guest house. Personaggio effervescente, capelli lunghi unti e sorriso aperto, già alla terza o quarta birra, mi accoglie calorosamente e mi presenta un giovane cinese seduto al suo tavolo.

Jay gli stava chiedendo consigli di marketing: «Tu sei intelligente. Io vorrei imparare da te i segreti del business che stai studiando al tuo master di Ginevra.» Al che Clark ha cominciato a snocciolare cifre e a entrare nel tecnico. «Ma tu devi imparare da me... Look at these guys», lo interrompe Jay indicando gli australiani, europei, brasiliani spaparanzati sui divani a ridere e bere birra. «Il loro unico pensiero è: come posso guadagnare i soldi per pagarmi le prossime vacanze? Impara da loro. Perché dopo che hai fatto tanti soldi, ti sei comprato la macchina, la casa, la barca, poi cosa fai? Vuoi un'altra casa, un'altra macchina, un'altra barca, ma non sei felice. Sei stressato. La notte non dormi.» «Infatti!» annuisce il cinese muovendo la testa su e giù spasmodicamente. «Io la notte non riesco a dormire, penso penso penso senza mai riuscire a rilassarmi. Penso come avere successo. Come diventare una persona ricca e importante.» Clark è qui da alcuni giorni per uno stage e ancora non è mai uscito da Pecatu. Nel frattempo, i ragazzi si stanno organizzando per andare a una festa e Jay gli propone di accompagnarli; il cinese accampa un mal di testa ma gli promette che la domenica sarebbero andati insieme in spiaggia. Shanghai e Ginevra hanno creato un mix micidiale nella testa del povero Clark, chissà se sei mesi a Bali potranno regalargli un po' di balance.

Il giorno dopo, all'aeroporto di Doha raggiungo il gate da dove sarebbe partito di lì a poco il mio volo per Roma. Guardandomi in giro, sono certa di aver sbagliato: solitamente, quando sta per partire un volo per l'Italia, un buon numero di viaggiatori in attesa sono italiani, e invece qui sono quasi tutti cinesi. Mi viene in mente quello che aveva detto Clark: «Prima delle Olimpiadi di Pechino, nessun cinese immaginava che dopo così poco tempo avrebbe potuto viaggiare liberamente. Nemmeno lontanamente! È incredibile quello che è successo. Appena si sono chiuse le Olimpiadi, è stato in quel momento che abbiamo capito che sarebbe successo. Ce l'abbiamo fatta.» E poi ripenso a quello che mi ha detto Jay, dal suo osservatorio privilegiato di proprietario di due negozi di souvenir a Kuta, la città più turistica di Bali: «Sai quali sono i popoli più in crisi? Gli italiani e i giapponesi. Prima ne vedevi tanti di italiani e compravano. Tanto. Ora poco o niente. E invece è pieno di cinesi. Ogni anno sono sempre più numerosi.»

Racconto di viaggio "JALAN-JALAN. PER LE STRADE DELL'INDONESIA" (luglio 2015)