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I corteggiatori di Santiago

Mentre passeggio nel centro di Santiago vengo allegramente invitata a bere una birretta in questo grazioso terrazzino affacciato sul mare. Il padrone di casa ci tiene a raccontarmi come funziona il mercato nero: a causa dei prezzi alti il pesce e il manzo, monopolio dello Stato, praticamente sono inavvicinabili, mentre del pollo e del maiale, più economici, ne hanno le tasche piene. E anche in merito al fabbisogno nazionale non si scherza, visto che sono costretti ad importare anche cibi di base come il riso.
Mi spingo attraverso il quartiere francese fino alle zone più popolari. In occasione della vigilia di Capodanno gli abitanti lavano le auto (chi le ha), ballano per strada, arrostiscono maialini da latte in ogni dove e fanno la fila per comprare birra alla spina. I cubani in realtà sono spesso in coda perché lì hanno la libreta, che sarebbe la tessera con la quale lo stato, a prezzi molto bassi, gli vende alcuni prodotti. Le quantità e la scelta di tali beni di prima necessità lasciano molto a desiderare, e a quanto pare anche i tempi di consegna.
Mentre me ne sto tornando in albergo, vengo inavvertitamente accalappiata dal giovane guardiano dello zoo più triste della terra. Lui e il suo collega mi mostrano questi poveri animali ingabbiati, che pare che non se la passino benissimo, soprattutto i leoni, che hanno la fossa vicina alla mia stanza e lanciano delle urla da film dell'orrore che già la notte precedente mi avevano fatto venire brividi su tutto il corpo. Il guardiano mi spiega che fanno così perché sentono l'odore dei maialini arrostiti e gli viene l'acquolina in bocca. Questo ragazzone ha poco meno della mia età e ha già un figlio ventenne. Loro fanno tutto in fretta e furia, afferma.
Giunta in hotel, ordino un refresco al tavolino vicino alla piscina. L'attempato bagnino si avvicina con cortesia e come ormai è abitudine dopo soli cinque minuti è innamorato perso. Mi spiega che la sua sofferenza è di non potermi invitare a cena, perché non potrebbe permettersi di pagare il conto. Tutti in questo Paese preferiscono lavorare a contatto con i turisti perché le mance, anche le più irrisorie, per loro sono superiori alla paga di una giornata di lavoro, in pratica un insegnante guadagna molto di più se fa il lavapiatti.
Per l'ultimo dell'anno nella Piazza centrale è allestito un sontuoso concerto, mentre sulla terrazza dell'Hotel Casagranda (dove alloggiava Graham Greene mentre scriveva "Il nostro agente all'Avana"), oltre agli avanzi del cenone, è spiaggiato un triste repertorio di facce sfatte di turisti anglosassoni che indossano ridicoli cappellini, trombette e altri gadget; poiché non sono cubana, anche io posso andare a bermi un paio di piña colada al bancone in tutta tranquillità. A mezzanotte esplodono i fuochi d'artificio.
Alla Casa de la musica il gruppo non è malvagio, ma l'ambiente è buio e freddo. Mentre sono fuori in strada a fumare, attacca bottone questo ragazzo che mi mette in guardia da quei personaggi che mi si avvicinano perché vogliono ottenere qualcosa da me. Anche lui — mi racconta — un tempo era così, ma adesso che ha fatto fortuna mi può addirittura offrire una birra. Brindiamo alla sua conversione, e soprattutto alle sue amiche che gli mandano i soldi dall'Europa.
E infine, alla Casa de la trova chiacchiero con il sedicente nipote di Ibrahim Ferrer (il cantante dei Buena Vista Social Club dagli occhietti vispi) e poi vengo abbordata da questo mulatto di nome Angelo, ma soprannominato Leonardo poiché, oltre ad essere un pittore, è anche un inventore come Leonardo da Vinci. «I negri sono eccessivi in tutto», si lamenta «non sono raffinati». Angelo se ne vuole andare da Cuba e anche lui naturalmente dopo manco cinque minuti è folle d'amore, nonostante io gli avessi detto sin dall'inizio che non volevo imparare a ballare; e dunque "te quiero, te deseo" e in poche parole sono già pronte le bomboniere.
Non si sa come, ma riesco a raggiungere la habitacion con un taxi abusivo, che poi è il solito "carro" rosso degli anni Cinquanta, che da fuori è stato riverniciato tante di quelle volte che è sicuramente diventato più voluminoso di quello che era, ma dentro è un ammasso di ruggine e pezzi ricavati da chissà quali altri mezzi meccanici che per la grazia di dio si tengono ancora assieme.

Racconto di viaggio "NON VOGLIO IMPARARE A BALLARE! Cuba in lungo e in largo"