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Sotto il sole giaguaro

Alle cinque di mattina è ancora notte fonda mentre aspetto il minibus che mi avrebbe condotto a Palenque. Dopo pochi minuti, vengo raggiunta da Andrea, un ragazzo emiliano che come me avrebbe visitato il celebre sito archeologico maya. Arrivano altri giovani di varie nazionalità e partiamo incontro al giorno, scendendo dalle montagne verso l'umida pianura del Chiapas. La strada è tortuosa e tempestata di temibili topes, quei dossi che obbligano a rallentare così tanto che a volte ci costringono a procedere a passo d'uomo, facendoci alla fine impiegare quasi cinque ore per percorrere poco più di duecento chilometri. L'altra complicazione consiste nei bambini piazzati con una corda tesa da un lato all’altro della strada, che fermano le macchine cercando di vendere qualcosa o chiedendo l'elemosina. Man mano che procediamo, la giungla diventa sempre più fitta e il clima più umido e afoso.
Vicino all'entrata delle cascate di Agua Azul veniamo fermati ad un posto di blocco da alcune persone con il volto coperto da passamontagna o bandane: il loro volantino mi informa che dal 2011 il “mal governo” li ha spogliati della terra ("patrimonio dei nostri antenati") e ha realizzato, senza il consenso del "pueblo", questo sito turistico che attraversa il loro appezzamento demaniale di San Sebastian Bachalon. La nostra “integridad fisica” è fortunatamente garantita, aggiungono: possiamo visitare il centro tranquillamente. Dopo aver mostrato il dovuto "respeto" all'autonomia zapatista e a quella dei "pueblos indigenas" pagandogli un pedaggio, entriamo in questo luogo ameno. Si tratta di una serie di cascate bianche e spumose che cadono in un'acqua color turchese, il tutto avvolto dalla foresta tropicale e circondato da bancarelle di ogni genere. Ora, il posto è di grande bellezza ma, a parte che il cielo nuvoloso smorza di molto la magnificenza dello spettacolo, bisogna tener presente che durante le vacanze natalizie c'è tanta di quella gente che bisogna fare la fila non solo per camminare lungo i sentieri, ma anche per farsi i selfie nei punti più panoramici.
Gran parte della gente che stava ad Agua Azul poi ha fatto, come noi, un salto a Misol-Ha, una cascata sola ma alta più di trenta metri, che precipita dentro ad un lago rotondo. Camminando dietro la cascata grande si può entrare in una grotta buia e lì ammirarne da vicino un'altra più piccola, però in questo caso si perde più tempo e bisogna tornare al van di corsa, sgomitando tra la folla, per evitare che l'autista si incazzi.
L'ultima tappa è Palenque. Qua va detto che quei tirchi fricchettoni dei miei compagni di viaggio si sono rifiutati di dividere il prezzo di una guida con me e dunque ho dovuto cavarmela da sola. Per prima cosa la mia attenzione viene catturata dal tempio delle Iscrizioni, mausoleo del re Pakal il Grande, che governò per moltissimi anni durante il Seicento (l'epoca di maggior sviluppo di questa città). La storia più interessante relativa a Palenque riguarda proprio il sarcofago di Pakal, scoperto negli anni Cinquanta; in particolare è il bassorilievo istoriato sul coperchio (una lastra di cinque tonnellate) che ha creato scalpore. Il cartello presente nel sito dice che vi è rappresentato il re Pakal che emerge dalla terra nelle sembianze di una manifestazione del dio maya del mais; egli cresce, invecchia, muore e va nell'inframondo dove rinasce ciclicamente. Ma già poco dopo la sua scoperta, un'altra interpretazione, ben più affascinante, si fece strada, ossia che sulla lastra tombale fosse raffigurato Pakal dentro una specie di antica astronave, con le mani che manovrano dei comandi, un respiratore nel naso, e addirittura delle fiamme di un reattore a propulsione. Ovviamente ciò ha messo in fibrillazione tutta una serie di appassionati di fanta-archeologia e di paleoastronautica mondiali, i quali hanno trovato nel reperto la conferma della presenza di forme di vita extraterrestre sulla Terra. La visita della cripta è interdetta da più di dieci anni, ma una copia della controversa tomba è presente al Museo di Antropologia di Città del Messico insieme ai preziosi ornamenti. Anche nei bassorilievi presenti nei tre templi del Gruppo delle croci (che commemorano questa volta l'ascesa al trono del successore di Pakal) si riconosce facilmente l'albero della creazione, ossia la stessa immagine allegorica, scambiata per un'astronave dai fanta-archeologi, che sta sul sarcofago di Pakal.
In ogni caso, secondo le stime, meno del 10% della superficie totale che raggiunse la città è stata portata alla luce, e dunque la maggior parte degli edifici sono tuttora nascosti nella foresta, tra l'altro molto lussureggiante e piena di stupendi ficus, liane e rampicanti. Nonostante tutte le interessanti scoperte, alla fine della giornata non vedo l'ora di tornare alla limpidità, ai colori decisi e alla qualità dell'aria che si respira a San Cristóbal. E anche se mi aspettano altre cinque ore di topes, mi complimento con me stessa per aver cambiato i miei piani e non dover restare a dormire a Palenque.

Racconto di viaggio "VADO AL MASSIMO, VADO IN MESSICO"