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Tutta sola a México, D.F.

Gli esseri umani non amano fare le cose da soli. Gli italiani, in particolare, sono un popolo che cerca compagnia persino per andare al cinema o al cesso, figuriamoci per i viaggi. Partire da soli sembra ai più una pratica da sfigati o, al massimo, un'esperienza incompleta. Non a caso, una buona parte dei “solo traveller” italiani che ho incontrato in giro per il mondo erano partiti con qualcuno e poi se ne erano liberati (magari momentaneamente), oppure stavano raggiungendo il classico amico che ha aperto un baretto a Playa del Carmen o che fa il baby pensionato in qualche posto fricchettone dell'India.
D'altra parte anche per me non sempre è stato facile liberarmi del condizionamento sociale: prima di partire infatti solitamente alcuni miei conoscenti si divertono a terrorizzarmi, elencandomi le sfighe più drammatiche che mi potrebbero capitare e dalle quali difficilmente mi salverò a causa della mia irrimediabile solitudine.

Quando sono atterrata a Città del Messico, ad esempio, ho raggiunto il centro storico in autobus. Alle dieci di sera ero lì che vagavo tra le vie buie e deserte alla ricerca dell'indirizzo dell'hotel prenotato: l'atmosfera era inquietante e anche i capannelli di poliziotti che chiacchieravano negli angoli, invece di tranquillizzarmi, mi mettevano ansia. L'accoglienza ricevuta alla reception da una donna scorbutica, protetta da una gabbia di ferro, non ha certo contribuito a rasserenarmi.
Mi sono convinta solo il giorno dopo che non mi trovavo in una zona a rischio, tanto più che l'albergo era proprio accanto ad una stazione di polizia.

Due giorni dopo era la vigilia di Natale, diluviava e faceva freddo. Tornata nella capitale dopo aver visitato il sito di Teotihuacan, sono entrata in un ristorante per asciugarmi vicino al fuoco adibito alla cottura del pastor, un cilindro rotante apparentemente identico al kebab ma fatto di carne di maiale (una contraddizione in termini). Ero a due passi dal Museo delle Belle arti, dove pregustavo di ammirare finalmente i murales di Rivera. Be', la farò breve: tutti i musei di città del Messico il 24 dicembre sono chiusi. Al colmo della delusione ho visitato le poste centrali, ho cazzeggiato qualche quarto d'ora tra la folla che percorreva le vie del centro e poi mi sono rinchiusa in malinconica solitudine nella mia camera. Alla televisione ho scoperto tutti i segreti della stella di Natale o poinsettia, questo fiore tipico natalizio che in realtà è un albero e in Messico (di dove è originario) si chiama Nochebuena, definizione che si riferisce anche alla sera della vigilia.
Grazie alla consulenza della receptionist, ho appreso che durante la Nochebuena i defeños festeggiano in famiglia e praticamente tutti i ristoranti sono chiusi, ma per appurarlo personalmente mi sono dovuta avventurare sotto la pioggia nelle strade deserte (tranne i già noti capannelli di poliziotti, alcuni raggruppati nei cassoni delle camionette) fino ad approdare al ristorante Sanborns in calle Madero, l'unico aperto della zona (il cameriere poi mi ha detto che i ristoranti sono chiusi perché nessuno ha voglia di lavorare, a Città del Messico). Una profonda tristezza mi ha preso al pensiero di stare seduta da sola a questo tavolo tra tanti, dopo aver fatto persino la fila per entrare, nell'unico ristorante aperto (seppur ubicato in un palazzo bellissimo) del centro di una città di venti milioni di abitanti, con quel clima davvero poco tropicale per i miei gusti.
Ho cominciato a covare pensieri dissennati: forse il dio Tlaloc aveva deciso di ricambiare la devozione e i sacrifici umani che per secoli i messicani gli avevano dedicato, e magari c'era anche lo zampino dei voladores, che erano stati un po' troppo alacri nelle loro acrobazie. Mi è venuto in mente allora Cortés: pure quella famosa “noche triste”, quando i Mexica riuscirono a mettere in fuga gli spagnoli, pioveva; e l'eroico conquistador si mise a piangere per la sconfitta, seduto insieme alla sua Malinche sotto a un'immensa ceiba. Sono andata a letto presto, sfiorata dal fugace dubbio che forse avevano ragione i miei conterranei a scegliere di viaggiare in compagnia. 

Racconto di viaggio "VADO AL MASSIMO, VADO IN MESSICO"