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Il golfo del Benin

Dalla laguna di Nokoué partono le traversate in piroga per raggiungere Ganvié, la più estesa città africana su palafitte, fiore all'occhiello del turismo beninese. Gli antenati degli attuali abitanti si sistemarono qui per sfuggire alle razzie dei mercanti di schiavi Fon, i quali per motivi religiosi non potevano nemmeno sfiorarla l'acqua. Qualunque tipo di attività si svolge in barca e nelle capanne costruite su pali di legno infissi nel fondale del lago: commerci, approvvigionamento d'acqua, realizzazione di treccine, pesca, contrabbando di benzina nigeriana.
La navigazione procede placida tra canneti giallastri su cui svolacchiano garzette, cormorani e falchetti; la popolazione si sposta a remi, mentre quelli che stanno fermi è perché stanno pescando oppure stanno vendendo le loro mercanzie. La gente è molto fotogenica con gli abiti colorati e i turbantini, ma non si mostra particolarmente affabile e molti di loro, specialmente le donne, si coprono la faccia con le mani.
Scendiamo su un isolotto artificiale dove sorge una grande moschea. In corrispondenza della statua dorata di un antico re giunge l'ormai familiare grido: «Pas de photos!»; proviene da due uomini in canottiera che si stanno avvicinando con un'andatura piuttosto minacciosa. Parte il solito alterco, ma per fortuna poco dopo compaiono dei ragazzotti muniti di occhiali da sole e copricapi colorati, che possiedono un provvidenziale smartphone puntato verso di me; finalmente siamo pari. Quando gli grido: «Il faut payer pour prendre des photos!», le risate suggellano la fine delle ostilità e possiamo esplorare in tranquillità il villaggio, dove fervono partite di calciobalilla e biliardo.
La guida che ci accompagna è un poliomielitico secco secco che cammina piegato in due come un compasso, ma dotato di un'agilità straordinaria: non deve essere stato facile nella sua condizione arrivare a fare questo mestiere, che tra l'altro prevede un continuo salire e scendere dalla piroga. Alla fine ci chiede un supplemento perché la gita era durata più del previsto, ma ritira la richiesta quando gli si fa notare che si è protratta perché lui stesso ci ha condotto in più di una capanna adibita a mercatino artigianale.

Temevamo di non trovare posto in questo albergo in riva al mare e invece, figuriamoci, anche se è il primo dell'anno di bungalow liberi ce ne sono quanti ne vogliamo. E pensare che siamo in una delle zone più turistiche del Paese: Ouidah, la capitale del Vudù, nonché porto adibito al commercio negriero fino alla seconda metà dell'Ottocento. Dopo aver tentato inutilmente di fare il bagno (la spiaggia è deserta, l'atmosfera epica, ma le onde estremamente possenti) ci facciamo portare al tempio dei pitoni. Si dà il caso che a Ouidah abitino moltissimi adoratori di questi serpenti non velenosi; gli adepti sono riconoscibili dalle scarificazioni gemelle sulle guance e sulla fronte e questo è il loro luogo di culto. I pitoni sacri di frequente razzolano indisturbati per la città (finché qualcuno li prende e li porta a cuccia), ma quando non se ne vanno in giro stanno acciambellati nella capannuccia interna, alcuni di loro avvolti intorno a rozze teste di legno poggiate intorno al buco centrale. Al centro dello spazio sacro svetta un enorme ficus circondato da un lenzuolo bianco macchiato da materiali che non voglio sapere, residui delle offerte rituali. Nonostante lo schifo immenso, non posso evitare che una grossa pitonessa mi venga posata intorno al collo. Di fronte al piccolo tempio, spicca la colonialissima cattedrale dell'Immacolata Concezione, tutta pitturata di celeste: faccia a faccia la religione dei conquistatori mai davvero andati via e quella degli ex deportati, sfruttati oggi come ieri.
Appena scesa dall'autobus basta un attimo di distrazione e le zanzare mi divorano. Fa molto caldo anche a tarda sera e a bordo piscina è molto umido; in sottofondo si sente il ruggito inquietante delle ondate oceaniche, che sciabordano oltre la spiaggia in discesa. I camerieri sono abbastanza sfaccendati ma comunque sorridenti quando mi portano la mia bière Béninoise gelata.
«Ça va? Bien dormi?», ti salutano i sempre compìti lavoratori del turismo beninesi. «Ça va bien (e voglio vedere: è il 2 gennaio, è piena estate e sto andando a bere un Nescafè in spiaggia) et toi ça va?» "Bien dormi”, però, mica tanto: durante la notte ho avuto un attacco di malaria isterica a causa del gelo prodotto dal condizionatore (acceso di straforo e dunque non regolabile). Dopo che l'ho spento è diventato caldissimo e l'aria era irrespirabile per gli effetti chimici dello zampirone e dello spray repellente; fuori dal bungalow c'era un'umidità inverosimile mentre la risacca era coperta dal ronzio dei condizionatori.
Durante la mattinata approfondiamo la conoscenza della route des esclaves, che gli uomini rastrellati dai re del Dahomey erano obbligati a percorrere in catene fino alla costa, dove le navi li attendevano per portarli in Brasile. Questa pista sabbiosa lunga quattro chilometri − dove gli incidenti in motorino sono all'ordine del giorno − collega il centro della città alla spiaggia e ci siamo già passati infinite volte in autobus, tanto che conosco a memoria tutte le statue di cemento (compresa quella del serpente che si morde la coda), la laguna con le mangrovie, l'ingresso del tempio dei pitoni di fronte alla chiesa cattolica, la scritta sul muro: “Interdit d'uriner - amende: 5000 F”.
Per ripercorrere l'epopea della diaspora africana, affittiamo una guida che ci conduce presso i vari luoghi della memoria, fondamentalmente statue della tradizione vudù che simboleggiano le fasi chiave della vicenda: a parte il forte portoghese infatti non è rimasta nessuna altra traccia materiale di ciò che è accaduto.
Le tappe sono: piazza Cha-cha (davanti alla casa del Vicerè Francisco de Souza, il famigerato negriero brasiliano), dove gli schiavi venivano acquistati e marchiati con il ferro rovente; l'albero dell'oblio, intorno al quale dovevano girare − gli uomini 9 volte e le donne 7 − per dimenticare la loro patria e la loro cultura; il memoriale Zomachi, monumento alla riconciliazione, dove ogni anno a gennaio discendenti di schiavi e mercanti si riuniscono per chiedere il perdono; la casa Zomaï, una baracca buia dove venivano tenuti i poveretti prima di partire, per farli abituare all'oscurità e alla costrizione che li attendeva nelle stive; il Mémorial du Souvenir di Zoungbodji, eretto sul sito della fossa comune degli uomini morti prima di lasciare l'Africa, dove vi è un pannello futurista di sei metri e varie statue di uomini o donne in catene; l'Arbre du Retour, girando attorno al quale gli schiavi si assicuravano che dopo la morte i loro spiriti sarebbero tornati nel paese natale.
E infine si arriva alla spiaggia, dove sorge la porta di non ritorno, un imponente arco dal sapore sovietico, dove predomina il colore rosso della terra beninese, ornato da bassorilievi che rappresentano due file di africani incatenati; sulla base sono scolpite le immagini di simboli vudù e ai due lati si ergono due grandi opere in bronzo postmoderne, che dovrebbero rappresentare gli schiavi che si liberano dalle catene.

Racconto di viaggio "PICCOLI ANTROPOLOGI CRESCONO. VIAGGIO ON THE ROAD IN TOGO E BENIN" 

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