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Benvenuti all'inferno

Al mio risveglio Cracovia era una fornace, tuttavia ancora niente lasciava presagire la catastrofe, anzi, addirittura sono arrivata in tempo per occupare l'ultimo sedile libero sull'autobus diretto ad Oswiecim. Che fortuna! Mi sono detta guardando altri passeggeri saliti dopo di me, che si sono dovuti sciroppare quasi due ore di lento tragitto in piedi. Sui sedili di lana si sudava, ma ero ancora ottimista, seduta sull'ultimo sedile libero, al centro della fila in fondo.
Quando sono scesa nel piazzale antistante al museo di Auschwitz, l'inferno ha lanciato le sue prime avvisaglie: non solo c'erano migliaia di persone e decine di autobus, non solo era pieno di negozietti di bevande e souvenir, ma il mio corpo si era rapidamente ricoperto di bolle. Ho diligentemente fatto un'abbondante mezz'oretta di fila, poi sono stata dotata di cuffie e inserita in uno dei gruppi che partivano in quel momento, costituito da non meno di 50 persone, con guida in carne e ossa dotata a sua volta di microfono.
La visita guidata prevedeva un ordinato serpentone di gente che entrava e usciva a velocità supersonica dai vari edifici allestiti a museo. La guida raccontava per la millesima volta l'orrore con una freddezza frutto dell'abitudine. I turisti che la seguivano guardavano e fotografavano le montagne di valigie, i cumuli di capelli da donna, le migliaia di scarpe, pennelli da barba, spazzole, occhiali rotti, protesi, cessi, prigioni e pagliericci. Alcuni visitatori erano visibilmente commossi ma non potevano fermarsi perché sospinti dagli altri gruppi che seguivano disciplinatamente l'itinerario previsto. Col passare dei minuti e l'aumento della temperatura, le mie bolle hanno cominciato ad ingrandirsi e prudere sempre di più.
«Non andare ad Auschwitz domani», avevo sentito dire la sera prima al bar Singer, «ci saranno 39 gradi e a Birkenau non c'è nemmeno un po' di ombra». Ho consultato l'orario della corriera per rientrare a Cracovia (orario che insieme ad alcuni giapponesi avevo fotografato alla fermata) e sono scappata per prenderla in tempo.

Tornata in città e assunta una pasticca di antistaminico, ho attraversato il quartiere Kazimierz, ho percorso il ponte sulla Vistola e ho raggiunto l'ex fabbrica di Schindler, che dal 2010 ospita il museo dell'occupazione nazista di Cracovia. Sono poi passata dalla piazza Bohateròw Getta dove c'è la famosa installazione con le sedie sparse che commemora l'evacuazione del ghetto. Quando mi sono seduta in uno dei ristoranti del quartiere ebraico, allietato dall'orchestrina klezmer, non credo di aver fatto un'ottima impressione al personale, che in ogni caso mi ha dato lo stesso da mangiare (non ricordo nemmeno cosa, sentivo solo odore di Autan e crema antistaminica).

Racconto di viaggio "1500 chilometri di pianura. Itinerario estivo in Polonia"