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Il Museo delle vittime del genocidio di Vilnius

Superata la piazza della Cattedrale, da cui partì la spettacolare, lunghissima catena umana che univa Vilnius a Tallin per protestare contro l'occupazione sovietica, si entra nel centro moderno. Percorso un pezzo del Gedimino Prospektas (fitto di caffetterie americane e negozi europei) si giunge al Museo delle vittime del genocidio (che dal 2018 ha preso il nome Museo delle Occupazioni e delle lotte per la libertà), allocato nell'enorme palazzo che per cinquant'anni ha ospitato il quartier generale del Kgb (Nkvd/Mgb) lituano. Specialmente nei primi anni dell'occupazione (ossia fino alla morte di Stalin), circa duecentomila cittadini ebbero la sfortuna di passare per queste carceri, alcuni prima di raggiungere i campi in Siberia, altri lasciandoci le penne a causa delle torture subite in cella.
Nei sotterranei freddi e umidi possiamo appunto vedere le prigioni con le pesanti porte metalliche, le pareti imbottite, le stanze della tortura, l'ufficio del personale con la centralina di spionaggio, il tavolo degli interrogatori e poi la camera di esecuzione, dove sono ancora visibili i fori dei proiettili, e la macabra esposizione delle ossa ritrovate. Al primo piano invece c'è una meno morbosa esposizione permanente, dedicata alle attività degli eroici partigiani della resistenza (i celebri “fratelli della foresta”) contro le truppe regolari russe. Questo disperato tentativo di resistenza fu combattuto dai sovietici uccidendo e deportando nei gulag siberiani migliaia di persone, e definitivamente stroncato all'inizio degli anni '50, grazie al lavoro di intelligence da parte dell'armata rossa.
In un'altra sezione dell'edificio vengono illustrati i metodi di spionaggio messi in atto dal KGB fino al crollo dell'URSS. Migliaia di cittadini lituani sospetti venivano schedati e controllati dalla polizia segreta, che provvedeva poi ad arrestarli e ad internarli. Intellettuali, ecclesiastici, studenti e funzionari furono fatti sparire perché sospettati di anticomunismo, et voilà: l'élite dirigente lituana viene decimata. Anche qui, come in Lettonia e in Estonia, resta dominante la narrazione della nazione risorta dall’oppressione straniera.
Nel periodo di occupazione nazista l'edificio ospitò gli uffici della Gestapo, ma nel museo non si fa riferimento alle crudeltà perpetrate dai tedeschi (in quegli anni accolti positivamente dalla maggioranza dei lituani che così speravano di cacciare i sovietici), né vengono citate le centinaia di ebrei uccisi e deportati a Vilnius. (La piccola mostra sull'occupazione nazista e sull'olocausto infatti è stata creata solo nel 2011 e si trova nella terza cella dell'ex prigione, dove sui muri sono ancora visibili i segni realizzati dai prigionieri della Gestapo nel 1942-1944). Nel passato a Vilnius risiedeva una delle maggiori comunità ebraiche europee (al punto che la capitale lituana viene soprannominata Gerusalemme dell’Est), ma per informarsi su questa parte di storia bisogna andare alla ricerca del piccolo Museo dell’Olocausto o del museo della Storia ebraica, oppure visitare la sinagoga e ciò che resta del ghetto.
I lituani non sembrano passarsela proprio benissimo: dopo un breve periodo di boom economico, adesso i tassi di disoccupazione sono altissimi e il PIL è in caduta libera, così la gente emigra in massa per cercare lavoro all’estero. Visto che le donne, visibilmente più numerose, sono smaniose di sistemarsi, gli uomini − già di per sé non proprio pieni di joie de vivre − tendono a darsi un sacco di arie. Non c'è da stupirsi che gli italiani, con il loro modo di fare galante e paraculo possano riscuotere un certo successo (quando non sono sbeffeggiati, chiaramente). Questo ce lo racconta Egle, che fa la guida turistica ai tedeschi attempati e che è molto felice di trascorrere una serata nel locale di tendenza Invino, dove l'atmosfera romantica e il riferimento culturale italiano hanno un appeal molto forte per gli abitanti giovani e vitazzuoli di Vilnius.

Racconto di viaggio "GOMITO A GOMITO CON IL MAR BALTICO"