home17.jpg
  • Categoria: Uruguay

Alla deriva

Cabo Polonio

Uruguay dicembre 2018 - gennaio 2019

Fin dall'inizio avevo fatto ruotare tutta l’organizzazione dell’itinerario in Uruguay intorno a Cabo Polonio, una piccola penisola dotata di lunghissime spiagge, un luogo isolato dove non arriva né la corrente elettrica né la linea telefonica. I prezzi degli alloggi erano molto alti, ma l’idea di passare la fine dell’anno a crogiolarmi sulla spiaggia sorbendo caipirinhas al riparo da fastidiosi messaggi di auguri mi aveva convinto a investire un centinaio di euro per trascorrere due giorni qui.

Il maltempo che ha funestato il mio soggiorno a Punta del Este ha coinvolto anche Cabo Polonio, ma per fortuna al mio arrivo, nel pomeriggio, la tempesta è passata, i danni sono stati riparati e il sole è tornato a splendere. Effettivamente il villaggio, seppur estremamente turistico, è molto suggestivo con le casette colorate, le infinite spiagge luminosissime, la nutrita colonia di leoni marini da osservare seduti sugli scogli, a favore di brezza, sotto il faro.
Allo spettacolo del tramonto si assiste puntualmente ogni pomeriggio in spiaggia, comodamente seduti sulla sabbia; quando l’ultimo spicchietto di sole è sparito all'orizzonte un grosso applauso è scrosciato dalla platea di bagnanti ed è iniziata la preparazione per l’imminente calare delle tenebre, compresa l'accensione simultanea di falò e candele.

In realtà non avevo previsto che le temperature calassero così precipitosamente, ma per fortuna ho un piumino invernale in valigia. Così bardata con doppio pantalone e cappello di lana, dopo una parca ma romantica cena, mi sono messa a guardare il cielo, considerando che raramente mi ero trovata in luoghi così propizi all'avvistamento delle galassie interstellari. Mentre sto rivangando nella memoria le magiche notti in tenda nel deserto del Sahara e le stellate mozzafiato nel mezzo degli altipiani malgasci, le mie elucubrazioni sono state bruscamente interrotte da una voce di donna dal suadente accento brasiliano. Anche G. è venuta qui sozinha, ma rispetto a me non si trova molto a suo agio. E poi il fatto che si sia portata una bottiglia di vodka e il modo in cui fa la scema col cameriere che gliel'ha tenuta nel congelatore, mi fanno evincere che i suoi propositi per questa vacanza siano molto più bellicosi dei miei.

Il giorno dopo mi sveglio di buon’ora: è l’ultimo dell’anno, la giornata è splendente, la musica d’ordinanza (Bob Marley) inonda la terrazza dell’ostello e io mi rendo conto di avere nel portafogli l'equivalente di meno di 30 euro. Qui, nel posto più caro di tutto l’Uruguay e probabilmente dell'intero continente, con 30 euro si fa la fame. Il caffè intanto mi viene generosamente offerto dal titolare, Gaston, a cui consiglio di variare un po’ la proposta musicale e spiego inutilmente che il cartello "vera pizza italiana" non mi sembra del tutto appropriato.
Trascorro dunque la giornata con la mia nuova amica: siamo entrambe entusiaste di trovarci in un luogo così esclusivo, lontano da tutti e baciate dal sole uruguayo. Dale! grida G. in spagnolo mentre ci divertiamo a saltare sulle onde del gelido mar. L’unico suo cruccio è non poter condividere i selfie con i suoi follower di Instagram.

Quindi mentre siamo sdraiate sui nostri teli (vabbè, io su una microscopica sciarpetta acquistata in Senegal), G. mi racconta delle pesanti responsabilità del suo lavoro di commissario di polizia e di tanto altro: «In Brasile c’è molto machismo, troppi femminicidi e troppo consumismo. Non c’è rispetto per gli insegnanti (li chiamano zia!), senza contare che un insegnante non potrebbe mai permettersi un viaggio come quello che fai tu. Vivendo sul confine infatti ho preferito mandare mio figlio a scuola in Uruguay, dove ancora credono in certi valori.» Secondo G. Lula era molto amato e ci sono stati sicuramente dei brogli, mentre Bolsonaro è una sciagura perché della parità dei diritti non gli interessa un fico secco. 
Quando G. all’ora di pranzo mi propone di andare a prendere qualcosa al grazioso ristorante sulla spiaggia, sono costretta a confessare la mia temporanea penuria di contanti (d’altra parte i bancomat non ci sono e nei locali non accettano pagamenti con carta). G. non si fa problemi, anzi mi invita con entusiasmo. Per la bellezza di sessanta dollari ci smezziamo un rachitico antipasto di mare e un paio di drink, ennesima conferma che il pesce nel mondo non lo sanno cucinare, visto che affogano cozze, gamberi, filetti di pesce in salse all’aglio e intingoli di cipolle o li friggono ricoperti di pastella. Il resto del pomeriggio lo passo in solitudine passeggiando per chilometri fino alle alte dune che sembra il Sahara libico, mentre G. ha pensato bene di svacarsi mezza bottiglia di vodka, collassando subito dopo sul letto della sua camera singola.

La cena dell’ultimo dell’anno si svolge nel ristorante all'aperto dell’ostello, a lume di candela, e costa tipo 35 euro compresa una bevanda (puede ser un traaago, una copa de biiino, una cerveziiita… cantilena di tavolo in tavolo la frizzante cameriera argentina). A me, pietosamente, è stato applicato un generoso sconto.
La cosa peggiore dell’ultimo dell’anno a Cabo Polonio non è stato il fatto che ci siamo ingozzati di pizza senza riuscire a mangiare quasi niente del resto, né il fatto che al mio tavolo si parla quasi solo portoghese per cui sono stata immediatamente tagliata fuori dalla conversazione. Disgraziatamente infatti, ingannata dal persistente venticello fresco, mi sono presa una bella insolazione, ho la schiena ustionata e un forte torcicollo; pur indossando praticamente l’intero contenuto della mia valigia non riesco a scaldarmi. Quindi mentre io ho un aspetto ignobile, infagottata in un informe accrocchio di abiti ginnico-fricchettoni, la mia amica del cuore con una bella maglietta scollata non soffre affatto il freddo, inoltre la lunga dormita le ha fatto sparire quasi del tutto i sintomi della sbornia e chiacchiera allegramente nella sua lingua madre, anche quando alla nostra combriccola si è aggiunta M., habitué di Cabo Polonio. Questa esuberante argentina ha subito conquistato la simpatia dell’altro commensale brasiliano, che fuma un joint dopo l’altro, il quale è rimasto molto colpito dalla veemenza con cui essa sbandiera alcune idee di estrema sinistra.

Quando a tarda sera appare in sala il brasiliano alto e belloccio che ho conosciuto la sera prima (quando era palesemente sotto l’effetto di un alfajor imbottito di marijuana), lo invito al nostro tavolo con il segreto intento di appiopparlo a G. Da quel momento la cena ha perso interesse per tutti (nonostante non siano ancora arrivati i secondi e i dolci), è stata salutata la mezzanotte con sbrigativi brindisi e baci, quindi le due coppie si sono eclissate separatamente tra le stradine buie del villaggio, verso la spiaggia. Io sono rimasta da sola al tavolo a lume di candela, battendo i denti nonostante indossassi tutti i miei vestiti, e sono dunque corsa a ficcarmi sotto le coperte dove mi sono addormentata col sottofondo della musica elettronica.
Al mio risveglio ho chiacchierato con un polacco e un tedesco che non sono ancora andati a dormire e continuano a bere birra ascoltando la musica dei Rüfüs Du Sol (un gruppo australiano di dance alternativa); a questo punto i soldi sono davvero finiti e mi vergogno ad elemosinare di nuovo il caffè.
Tornata alla porta del Polonio, finalmente ho prelevato i soldi dal bancomat e mi sono sbafata delle meritatissime empanadas leggendo i messaggi di auguri di capodanno. Per contrappasso, l’equivalente in pesos di venticinque euro, tra quelli appena prelevati, si è volatilizzato nel nulla e non l’ho mai ritrovato. Mestamente mi sono seduta sull’autobus diretto alla capitale. Feliz año!

Racconto di viaggio "CERCO L'ESTATE TUTTO L'ANNO. URUGUAY, UN CAMPO DA FOOTBALL SULL'ATLANTICO" (dicembre 2018 - gennaio 2019)