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  • Categoria: Sudafrica

Eastern Cape e Western Cape

I neri amano la spiaggia. Si rotolano nella sabbia in biancheria intima, corrono in giro e giocano a calcio e ballano e cantano e sguazzano tra le onde. Quando vedi quanto i neri amino la spiaggia ti domandi perché ci vanno soltanto una volta all'anno - il primo dell'anno. Scendono sulle spiagge a centinaia e migliaia da tutto il Paese in minibus, autobus e vecchie Toyota Cressida. I bianchi lo sanno benissimo e questo è il motivo per cui non vedrai mai un bianco in spiaggia il primo dell'anno.
(Simon Kilpatrick, "The racist guide to the people of South Africa")

Port Elizabeth ci impieghiamo un po' a trovare l'alloggio prenotato, poiché il navigatore in dotazione è provvisto di una mappa precedente ai mondiali del 2010, e dunque inutilizzabile. La città è apparentemente deserta. Solo quando raggiungiamo le spiagge scopriamo dove stavano accatastati i settecentomila abitanti: un indescrivibile ammasso di gente variopinta (i sudafricani amano i colori brillanti e appariscenti) riempie la strada, la spiaggia e lo strand erboso, e ci vuole parecchio tempo per trovare un parcheggio, seppur fuorilegge.

La sabbia turbina e il mare è in tempesta (non a caso Port Elizabeth è soprannominata "the windy town"). Il sud ci accoglie così: ci schiaffeggia come se fossimo su una spiaggia atlantica in Portogallo. Raggiungiamo poi Cape Recife e ci fermiamo ad ammirare il promontorio sabbioso, a pochi passi dal mare. Stupiti dell'inusuale ritardo con cui si presenta il tramonto, ci rendiamo conto di quanta strada abbiamo fatto in una sola settimana.

In quel mentre questi due omoni attaccano bottone e ci offrono un po' delle loro bistecchine avanzate dal braai. «Il problema più grave del Sudafrica» mi dice uno di loro dopo il primo brindisi «sono gli stupri». Io lo guardo sconcertata. «Ma non stavamo parlando di alimentazione a base di carne?» «Appunto» dice lui, accarezzandosi la pancia, piuttosto appariscente anche se spalmata su più di un metro e novanta d'altezza. «Tocca» mi fa «con la pancia così dura e compatta che abbiamo noi, nessuna ragazza stuprata riesce a divincolarsi. Mica come voi, mangiaspaghetti!»
Saranno stati i bicchieri di vino Sweet Rosé che continuava a servirsi da un cartone munito di rubinetto, o magari il liquore al cioccolato che avevano tirato fuori dall'auto, ma il nostro amico col cappello da baseball va avanti impavido. «E sai anche che noi abbiamo la più alta percentuale mondiale di contagi da HIV? Vuoi sapere il motivo? Perché noi amiamo il sesso! Noi lo facciamo anche tre volte al giorno! Noi sudafricani siamo così...» e ci offre ancora dell'insalata di patate e delle costolette e poi un'ultima foto ricordo col cognato e sua moglie, anche loro evidentemente grandi mangiatori di carne alla brace. E finalmente riusciamo a divincolarci dai loro abbracci e inviti a dormire a casa loro, e ci chiudiamo in macchina mentre loro ci salutano con le mani unte e il bicchiere in mano, noncuranti del vento gelido.

Qua c'è poco da ridere: secondo una stima, circa mezzo milione di donne viene stuprato ogni anno in Sudafrica. Se a ciò aggiungete che la diffusione di HIV è la più elevata al mondo (i contagiati sono più di 5 milioni di persone, un quinto della popolazione adulta) potete facilmente comprendere perché io quel meticcio lì (anche se le sue bistecche erano molto saporite) non lo aggiungerei ai miei amici di facebook.

D'altra parte persino il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma (una specie di Berlusconi poligamo e un po' abbronzato), qualche anno fa venne accusato dello stupro di una giovane militante sieropositiva. All'epoca se ne uscì con una affermazione che lo ha reso famoso in tutto il mondo: disse che dopo il rapporto si era fatto una lunga doccia per evitare il contagio. Zuma al processo venne assolto, però da quel momento si è impegnato sul fronte della lotta all'Aids, come l'intero governo, che ha attivato diverse campagne di prevenzione. Tra le altre cose raccomanda la pratica della circoncisione e mette a disposizione gratuitamente milioni di preservativi (sebbene, secondo alcuni, essi siano poco glamour e di cattiva qualità). Anche il marketing contribuisce alla stessa causa: hanno inventato preservativi da donna muniti di denti (per liberarsi della morsa è necessario recarsi in ospedale) e condom per gli ubriachi, dotati di pratiche maniglie.

UN CAPOLAVORO!
His path was marked / By the stars in the southern hemisphere / And he walked his days / Under African skies.
[ Paul Simon, "Under African Skies" ]

Oggi ci attendono ben 400 chilometri di strada, per cui partiamo prestissimo da Port Elizabeth, nonostante il tentativo di boicottaggio da parte di un partecipante che, in perfetto stile afrikaner, monopolizza il bagno per 23 minuti.

Facciamo colazione a Jeffreys Bay, una delle prime cinque destinazioni al mondo preferite dagli amanti del surf. Sono le sette del mattino, tutto è molto tranquillo e la luce cade obliqua sui turisti già scesi in spiaggia. Nessuno dei partecipanti si cimenta col surf, qualcuno però utilizza il bagno che non era riuscito ad utilizzare al mattino.

La maggior parte della giornata è dedicata alla visita del Parco nazionale Tsitsikamma, affacciato per 80 chilometri di coste rocciose sul trionfante oceano spumoso (il nome del parco in lingua Khoisan vuol dire "posto di acqua abbondante"). Un limitatissimo numero di partecipanti intraprende una incantevole passeggiata: superato il ponte sospeso sulla foce del fiume Storm, percorrono una ripida salita che li conduce (attraverso la macchia mediterranea dei tipici fynbos), ai diversi punti panoramici dai quali ammirare tutta la linea di costa, la foce, il ponte sospeso, la foresta e le casette con il tetto verde affacciate sull'oceano. Un gruppetto appena meno ristretto percorre il Sentiero della Cascata, un'escursione che segue i primi 2 chilometri e mezzo del ben più lungo Otter Trail (l'Otter sarebbe la lontra senza artigli, tipica del posto). Due trekker incontrano un impala sul loro cammino, uno si sbuccia un ginocchio, solo due raggiungono la cascata. La gran parte degli altri partecipanti pranza al ristorante.

Lasciato il parco, proseguiamo felici la strada verso est (siamo ora nella provincia del Capo Occidentale) e attraversiamo un ponte alto 216 metri sul fiume Bloukrans, dove da alcuni anni si può effettuare il bungee jumping più elevato del mondo (purtroppo nessuno dei partecipanti riesce a dimostrare il suo effettivo coraggio, poiché per compiere il salto, in alta stagione, è necessario prenotare parecchi giorni prima).

Arriviamo a Knysna all'ora migliore. La laguna è blu e verde e brillante. Le casette sembrano tutte appena costruite e con i loro colori sobri (bianco, beige, grigio chiaro, celeste) non disturbano niente e nessuno. Sono tutti sul waterfront a bere l'aperitivo godendosi lo scintillio dell'acqua; benessere e rilassatezza pervadono l'aria, sembra Porto Cervo. Alcuni partecipanti decidono di fermarsi per cena (probabilmente per scofanarsi le celebri ostriche), secondo altri invece sarebbe un'assurdità percorrere la meravigliosa Garden Route col buio: il tramonto accompagna sulla sinistra i fan della Garden Route mentre raggiungono MOSSEL BAY. Un terzo schieramento non si era nemmeno accorto di trovarsi sulla Garden Route; e pensare che era uno dei motivi per cui alcuni di loro avevano scelto di venire in Sudafrica, da quando avevano letto che la Lonely Planet l'ha inserita nella Top 10 strade panoramiche mondiali.

DOPO IL PUNTO SI VA A CAPO
E poi l'inquietudine viene meno, il paesaggio si apre, le pianure si stendono intorno a noi per esporre i loro geroglifici tuttora indecifrabili, fatti di boscaglia e pietra, canali di erosione, chiazze di erba precaria, macchie di agavi o opunzie color grigio celeste, e in lontananza schiere su schiere di colline azzurre. E anche noi diveniamo parte di questa antica scrittura, una storia bisbigliata nel vento, fra le altre.
[ André Brink, "La polvere dei sogni" ]

Per raggiungere la De Hoop Nature Reserve ci impieghiamo forse sei ore, soprattutto a causa degli oltre 60 km di sterrato. Secondo alcuni partecipanti sono troppe: il viaggio già è sfiancante di per sé, non ne parliamo poi se sbagliamo strada e dobbiamo tornare indietro, tarare i navigatori, decifrare le inesattezze toponomastiche e soprattutto aspettare per due ore il nostro turno per issare l'auto sulla chiatta che − trainata a forza di braccia robuste − ci traghetta sull'altra sponda del fiume (la stessa cosa accade sul fiume Adda, informa un partecipante lombardo). Secondo l'altra fazione invece prima di tutto la strada è davvero spettacolare: colline a perdita d'occhio, covoni di paglia, struzzi, nuvole bianche; e in ogni caso valeva la pena un viaggio così lungo e pesante per visitare il parco vero e proprio, dove le dune, bianche e gigantesche, proteggono sia le ampie spiagge di sabbia chiara sia le rientranze rocciose frequentate da numerose beccacce di mare. Secondo il primo schieramento di opinionisti, bisogna aggiungere che tutti ci vanno per vedere le balene e ora, in estate, non è stagione di balene. Secondo il partito opposto invece è meraviglioso anche solo sdraiarsi al sole, fare un bagno nell'ultimo scampolo di Oceano Indiano, passeggiare guardando le conchiglie.

Per tirarci fuori dal parco occorre attraversare il medesimo sterrato: poiché lo avevo già visto, posso addormentarmi senza rimpianti. Mi svegliano nei pressi di Cape Agulhas (capo degli aghi), l'estremità più meridionale del continente africano: un faro a strisce bianche e rosse ci accoglie in lontananza.
Giunti sul posto per fortuna c'è un piccolo monumento che ci comunica che quello a destra è l'Oceano Atlantico (freccia) e quello a sinistra l'Oceano Indiano (freccia), perché a vederli così i due Oceani sembrano lo stesso Oceano: le rocce brulle sono tutte uguali e le onde non danno l'impressione di provenire da direzioni diverse. In realtà invece pare che le correnti sotterranee scontrandosi combinino un macello di scambi di temperatura, sale, plancton e pesci vari e, soprattutto, facciano di tutto per dar vita a tremende tempeste.
In questo momento epico (il cielo è completamente giallo, i gabbiani urlano), conosciamo una coppia di torinesi che, dopo aver attraversato tutto il continente africano dal Cairo in giù, finalmente sono arrivati alla loro meta. Complimenti, gioia, foto e grande soddisfazione, però fa un freddo cane. Forse sono le otto passate.

UN LIEVE CAPOGIRO
It always seems impossible until it's done.
[ Nelson Mandela ]

Lasciamo a malincuore la placida e soleggiata Hermanus per proseguire lungo l'incantevole strada che prima o poi ci condurrà a Cape Town. Ma prima ci rechiamo a far visita alla colonia di pinguini africani di Betty's Bay, una stretta insenatura di costa rocciosa circondata da vigneti e montagne, ai piedi delle quali sono poggiate allegre casette colorate. I piccoli animali, nonostante si trovino nel loro habitat, sembrano un po' annoiati. Un cartello ci informa che non possono mangiare perché sono nel periodo della muta; alcuni infatti sono piuttosto spelacchiati, ma la maggior parte indossa con dignità la lucida giacchetta nera.

Ci spostiamo poi, attraversando la strada panoramica che percorre un piccolo tratto della deliziosa False Bay, verso la regione dei vigneti, o Winelands, una zona agricola di colline ai piedi di una maestosa catena di montagne. Gli amanti del vino devono dire grazie alle guerre di religione che nel 1600 dilaniarono la Francia: gli ugonotti per sfuggire alle persecuzioni, su suggerimento dei colleghi olandesi, scelsero questo angolo del Sudafrica come loro nuova dimora. Qui si sono sentiti subito a casa loro, grazie al clima che si prestava alla coltivazione delle vigne, e hanno prontamente trasferito altre usanze e tradizioni, come ad esempio la festa per la presa della Bastiglia.

I dintorni sono molto eleganti, grazie agli edifici in stile "cape dutch" (bianchi e con gli spioventi tondeggianti come le tipiche case olandesi) e ai meravigliosi giardini che in questa stagione sono tutti superbamente in fiore. Le località maggiormente visitate dai turisti, Stellenbosch e Franschhoek, sono circondate da numerose splendide tenute vinicole. La pittoresca Neethlingshof Wine Estate, che risale al 1705, è contraddistinta da un viale di pini mozzafiato all'ingresso e da un maestoso maniero bianchissimo: qui percepisco un'atmosfera magica, anche se forse sono stati i generosi calici di merlot e di pinotage a dipingere le mie sensazioni di fiabesche sfumature.

Racconto di viaggio "UN VIAGGIO IN CAPO AL MONDO. UN LUMINOSO INVERNO IN SUDAFRICA" (dicembre 2011 - gennaio 2012)