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  • Categoria: Messico

Tutta sola a México, D.F.

Gli esseri umani non amano fare le cose da soli. Gli italiani, in particolare, sono un popolo che cerca compagnia persino per andare al cinema o al cesso, figuriamoci per i viaggi. Partire da soli sembra ai più una pratica da sfigati o, al massimo, un'esperienza incompleta. Non a caso, una buona parte dei “solo traveller” italiani che ho incontrato in giro per il mondo erano partiti con qualcuno e poi se ne erano liberati (magari momentaneamente), oppure stavano raggiungendo il classico amico che ha aperto un baretto a Playa del Carmen o che fa il baby pensionato in qualche posto fricchettone dell'India.

D'altra parte anche per me non sempre è stato facile liberarmi del condizionamento sociale: prima di partire infatti solitamente alcuni miei conoscenti si divertono a terrorizzarmi, elencandomi le sfighe più drammatiche che mi potrebbero capitare e dalle quali difficilmente mi salverò a causa della mia irrimediabile solitudine.

Quando sono atterrata a Città del Messico ho raggiunto il centro storico in autobus. Alle dieci di sera sono lì che vago tra le vie buie e deserte alla ricerca dell'indirizzo dell'hotel prenotato: l'atmosfera è inquietante e anche i capannelli di poliziotti che chiacchierano negli angoli, invece di tranquillizzarmi, mi mettono ansia. L'accoglienza ricevuta alla reception da una donna scorbutica, protetta da una gabbia di ferro, non contribuisce affatto a rasserenarmi. Mi sono convinta solo il giorno dopo che non mi trovavo in una zona a rischio, tanto più che l'albergo è proprio accanto ad una stazione di polizia.

All'alba mi sveglio in preda ai morsi della fame, che metto a tacere con un pacco di biscotti ripieni provvidenzialmente in vendita al piano terra dell'hotel. L'unico suono che proviene dalle strade è la cantilena del venditore ambulante di gas, ripetuta all'infinito. Città del Messico si sveglia molto tempo dopo, quando ho già raggiunto l'immenso Zocalo (a quell'ora popolato solo da spazzini in divisa fluorescente e lustrascarpe) e visitato la cattedrale ancora vuota. Appreso che il Palacio nacional è chiuso al pubblico per non so bene quale tafferuglio e che il Museo de las Culturas apre solo alle dieci, mi calo nel budello della metropolitana per raggiungere la mia prima meta: Chapultepec. Riemergo in Paseo de la Reforma provata dai corpo a corpo che ho dovuto sostenere per entrare e uscire dai treni, e frastornata dalle caterve di ambulanti che recitano le loro litanie a turno, senza soluzione di continuità.

Dopo aver trascorso molte ore liete allo straordinario Museo di Antropologia, mi siedo sul prato a guardare lo spettacolo dei voladores, acrobati indios colorati che — legati ad una corda — volteggiano nell'aria intorno a un palo altissimo. Ci sono tante interpretazioni del significato di questa danza rituale indigena, ma le più accreditate la associano alla fertilità, rappresentata dalla discesa dei volatori che sembrano mimare la caduta della pioggia.

Di ritorno allo Zocalo stento a riconoscerlo: durante il giorno la piazza è affollatissima e il traffico nelle vie circostanti congestionato. Molti defeños sono in fila per usufruire della pista di pattinaggio o per entrare nel cubo e assistere allo spettacolo di luci e suoni, attrazioni che per tutto il periodo natalizio occupano una buona porzione della piazza. Lo show dei danzatori aztechi (o concheros), che ballano al ritmo di percussioni tradizionali, ornati di copricapi di piume e cavigliere di conchiglie, mi ricorda che un tempo qui c'era il centro cerimoniale di Tenochtitlán, la capitale dell'Impero “Mexica”. Dietro la cattedrale si possono ancora visitare le rovine del Templo Mayor, la grande piramide nonché tempio principale della città. I conquistadores di Cortés in realtà distrussero quasi tutto: già al museo dell'antropologia avevo osservato la gigantesca “piedra del sol” — miracolosamente ritrovata secoli dopo durante il restauro della cattedrale — e il modello in scala del Templo Mayor, dal quale si evince che in cima alla piramide sorgevano due tempietti: quello di Huitzilopochtli (dio della guerra e del sole) e quello di Tlaloc, dio della pioggia e della fertilità, ritenuto responsabile delle inondazioni e degli annegamenti e dunque molto temuto.

Tenochtitlán infatti era a quei tempi un'isola, situata al centro del lago Texcoco e collegata alla terraferma con ponti e calzadas. Fu proprio in seguito ad un'esondazione del lago che si avviò una straordinaria ricostruzione della città, durante la quale si provvide anche all'ampliamento del Templo Mayor — e in questa occasione furono sacrificati migliaia di uomini in onore del dio Tlaloc. Com'è noto, Tenochtitlán fu fondata su quest'isola perché qui apparve la leggendaria aquila di cui parlava la profezia: un complesso di statue che commemora l'evento è collocato su uno dei lati della piazza, mentre l'aquila, appollaiata sopra un cactus e con in bocca il serpente, campeggia tuttora al centro della bandiera messicana.

Alle sette ho appuntamento con Raul di fronte alla cattedrale. Nonostante l'opinione di certi miei conoscenti, viaggiare da soli non vuol dire infatti avere una vita sociale inesistente nel Paese che si è scelto di visitare. Mentre passeggiamo, mi racconta alcune curiosità di México, DeFe: ad esempio mi spiega che quella statua a forma di scheletro con indosso veste e velo di pizzo rappresenta la santa de la muerte, mentre quel santo che le sta di fronte in mezzo alla strada, vestito di verde, con una moneta sul petto e una fiamma in testa, è San Juda, il santo delle cause perse; entrambi sono molto popolari anche nel mondo dei delinquenti e narcotrafficanti, chiosa. A cena ormai mi sono rassegnata al fatto che sarebbe stato impossibile alimentarsi senza avere a che fare col mais.

La mestizia della Nochebuena
La pioggia…
Sono nata nella pioggia.
Sono cresciuta sotto la pioggia.
Una pioggia fitta, sottile... una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo.
Sono nata con lo scroscio della pioggia battente.
(Pino Cacucci, “¡Viva la vida!”)

Di buon mattino raggiungo la stazione degli autobus e prendo una corriera diretta a Teotihuacan. I controlli di sicurezza sono minuziosi: sia prima dell'imbarco sia a bordo tutti i passeggeri vengono accuratamente perquisiti e poi ripresi da una videocamera.

Era questa la capitale di una delle civiltà più singolari della storia dell'umanità, densamente abitata da una comunità multietnica di zapotechi, mixtechi, maya e nahua. Nel suo periodo di apogeo (tra il secondo e il quinto secolo dopo Cristo) era una delle città più grandi del mondo. Furono loro — prendendo come modello le circostanti montagne — a inventare le piramidi a gradini, così sfruttate da aztechi e maya e così sfiancanti da salire per noi turisti. Anche qua si praticavano sacrifici umani e si adoravano celebri dei come il Serpente Piumato e il Dio della pioggia. Il declino a quanto pare cominciò proprio a causa della siccità, cosa che sembra impossibile a credersi il giorno della mia visita, visto che la pioggia non ha smesso per un istante di cadere, copiosa.

E anche se, a giudicare dai riti e dal pantheon religioso, gli indigeni ne sarebbero stati entusiasti, per me il diluvio non è molto piacevole: enormi pozzanghere maculano la calzada de los muertos, il viale principale su cui si affacciano tutti i maggiori monumenti di Teotihuacan, e dopo la massacrante scalata della piramide del sole (la seconda più alta di tutto il continente, dopo quella di Cholula) resto molto delusa dal panorama, semicancellato dalla nebbia. Se già normalmente è difficilissimo immaginarsi questi siti archeologici come dovevano apparire all'epoca, magari tutti colorati, con questo clima è proprio al di là delle mie capacità.

Tornata in città il diluvio prosegue e fa freddo. Entro in un ristorante per asciugarmi vicino al fuoco adibito alla cottura del pastor, un cilindro rotante apparentemente identico al kebab ma fatto di carne di maiale (una contraddizione in termini). Sono a due passi dal Museo delle Belle arti, dove pregusto di ammirare finalmente i murales di Rivera. Be', la farò breve: tutti i musei di città del Messico il 24 dicembre sono chiusi.

Al colmo della delusione visito le poste centrali, cazzeggio qualche quarto d'ora tra la folla che percorre le vie del centro e poi mi rinchiudo in malinconica solitudine nella mia camera. Alla televisione scopro tutti i segreti della stella di Natale o poinsettia, questo fiore tipico natalizio che in realtà è un albero e in Messico (di dove è originario) si chiama Nochebuena, definizione che si riferisce anche alla sera della vigilia.

Grazie alla consulenza della receptionist, apprendo che durante la Nochebuena i defeños festeggiano in famiglia e tutti i ristoranti sono chiusi, ma per appurarlo personalmente mi devo avventurare sotto la pioggia nelle strade deserte (tranne i già noti capannelli di poliziotti, alcuni raggruppati nei cassoni delle camionette) fino ad approdare al ristorante Sanborns in calle Madero, l'unico aperto della zona (il cameriere poi mi ha detto che tutti i ristoranti sono chiusi perché nessuno ha voglia di lavorare, a Città del Messico). Una profonda tristezza mi prende al pensiero di stare seduta da sola a questo tavolo tra tanti, dopo aver fatto persino la fila per entrare, nell'unico ristorante aperto (seppur ubicato in un palazzo bellissimo) del centro di una città di venti milioni di abitanti, con quel clima davvero poco tropicale per i miei gusti.

Comincio a covare pensieri dissennati: forse il dio Tlaloc ha deciso di ricambiare la devozione e i sacrifici umani che per secoli i messicani gli avevano dedicato, e magari c'è anche lo zampino dei voladores, che sono stati un po' troppo alacri nelle loro acrobazie. Mi è venuto in mente allora Cortés: pure quella famosa “noche triste”, quando i Mexica riuscirono a mettere in fuga gli spagnoli, pioveva; e l'eroico conquistador si mise a piangere per la sconfitta, seduto insieme alla sua Malinche sotto a un'immensa ceiba. Vado a letto presto, sfiorata dal fugace dubbio che forse avevano ragione i miei conterranei a scegliere di viaggiare in compagnia.

Nostra Signora di Guadalupe
Che cosa bella gli orari! Gli orari sono fatti di un tempo speciale che non appartiene al Tempo con la maiuscola, appartiene a un tempo stretto, contabile, che entra nella pagina di un'agenda. Si fanno i calcoli: prendendo l'autobus delle quattro del mattino arrivo ad Oaxaca alle sette del pomeriggio. La cerimonia degli stregoni zapotechi sulle colline è alle ventuno, se l'autobus non ritarda ce la dovrei fare. Questo lunedì. Per martedì poi si vede.
(Antonio Tabucchi, “Viaggi e altri viaggi”)

Il giorno di Natale mi sveglio afflitta: ho sprecato una giornata di viaggio ed è di nuovo l'alba. Addento un'orrenda merendina che ho provvidenzialmente portato in camera e attendo il giorno. Quindi mi reco alla stazione degli autobus TAPO, determinata ad andarmene al più presto; purtroppo nel gran putiferio mi comunicano che la prima corriera disponibile diretta a Oaxaca sarebbe partita ben tre ore dopo.

Uscita all'aria aperta, per passare il tempo mi metto a chiacchierare con dei tassisti molto cordiali, seppur dotati di un umorismo piuttosto crasso, i quali mi propongono una gitarella per arrotondare il loro (magro, sostengono) stipendio. Per quanto la cifra richiesta non mi sembri bassissima, e nonostante nutra i miei dubbi che si tratti davvero di conducenti di un taxi turistico, alla fine, tra un frizzo e un lazzo, mi lascio convincere.

La meta prescelta è la basilica di Nostra Signora di Guadalupe. In effetti su quella piazza, situata un po' in altura, di chiese ce ne sono due: in quella nuova, riconoscibile dall'inconfondibile stile anni Settanta, è tuttora conservato il miracoloso mantello di Juan Diego, l'azteco convertito a cui comparve la vergine nel lontano 1531, proprio su questa collina. Su questo pezzo di stoffa, detto tilma, è impressa l'immagine della cosiddetta Virgen morenita (trattasi infatti di una fanciulla india dalla pelle scura): secondo la Chiesa cattolica è tuttora inspiegabile sia il modo in cui è stata realizzata l'immagine, sia il fatto che il tessuto sia giunto perfettamente integro fino a noi. I tassisti mi informano inoltre che nelle pupille della vergine appare l'immagine di Juan Diego che incontra il vescovo Juan de Zumárraga e che il mantello e il vetro che lo proteggeva rimasero intatti durante un attentato che danneggiò la basilica. Dopo quella mitica apparizione, il culto per la madonna di Guadalupe è cresciuto smisuratamente in tutto il Sudamerica; la sua festa cade il 12 dicembre ma anche il 25 dicembre la basilica è  gremita, infatti di lì a poco è iniziata la solenne messa, officiata da decine e decine di preti e chierichetti in un profluvio di mazzi di stelle di Natale.

È allora che capisco che il tour era solo una scusa per partecipare alla messa di Natale (visto che tutti e tre i tassisti sono devoti della vergine), oltre che per mettersi nel contempo qualche peso extra in tasca. Poi mi lasciano, pronti per raggiungere le famiglie a tavola e addentare il classico pavo natalizio.

México, D.F. reprise

Il Museo delle Belle Arti (ubicato in un magnifico palazzo di marmo bianco che risalta nell'ampia avenida Làzaro Càrdenas), in extremis, sono riuscita a visitarlo. L'ultimo giorno sono tornata apposta a Città del Messico con qualche ora in anticipo. Purtroppo è domenica, giorno in cui l'ingresso è gratuito, dunque una folla indescrivibile sciama tra gli interni in stile art decó in marmo nero, ottone e legno che virano nel kitsch, adatti alle manie di grandezza primonovecentesca del Presidente Porfirio Díaz. Un'ora tonda tonda la passo in fila al bagno delle signore, mentre nelle sale adibite alla mostra dedicata a “Octavio Paz y el arte” c'è così da sgomitare che non riesco a vedere nemmeno un'opera. Per fortuna i murales di Rivera, Orozco e Siqueiros sono così grandi che si riescono ad ammirare anche nella calca.

Ed eccomi a Città del Messico, nel tardo pomeriggio, sotto l'angelo dell'indipendenza, che spicca dorato, lucidissimo contro il cielo blu. Sono seduta su una panchina con Raul e sono stremata. Sto provando a descrivergli il mio viaggio in un misto di italiano, spagnolo e quel poco di inglese decente che ancora riesco a parlare. Gli racconto l'itinerario non più circolare ma lineare e il fatto che non ho più seguito il suo consiglio di andare a Tlacotalpàn. Gli parlo della pioggia a Teotihuacan e della tristezza della “nochebuena”, della divertente gita intorno a Oaxaca, delle proteste e della polizia, del Canyon del Sumidero e dei colori di San Cristóbal, dell'incredibile incontro nella chiesa sincretica di San Juan e del caldo di Palenque, della luce perfetta di Monte Albàn, degli azulejos di Puebla e dei due vulcani.
E infine gli dico della lettera X e dell'incrocio delle “civiltà d’America e di Spagna” e lui mi sorride con quella bella faccia mestiza che si apre in un sorriso aperto mentre mi dice: «Me alegra mucho que hayas disfrutado de mi tierra».

Racconto di viaggio "VADO AL MASSIMO, VADO IN MESSICO" (dicembre 2014 - gennaio 2015)