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Tre incontri a Košice

Mi trovo al tavolo all'aperto di un caffè nel centro di Košice, la seconda città più grande della Slovacchia. A darmi appuntamento qui è stato Martin, che ho conosciuto ieri sera alla Tabačka Kulturfabrik, un bel locale molto affollato dove suonava un bravo dj. Questo ragazzo poco più che ventenne è originario di Bratislava, ma poi la madre si è risposata e si sono trasferiti qui; il padre, invece, non l'ha mai conosciuto. Martin studia arte all'università e il suo sogno più grande sarebbe vivere in Italia, infatti non fa altro che parlare del suo viaggio in Sicilia dell'anno scorso: a parte aver incontrato Madonna a Taormina, ha letteralmente adorato il fatto che i siciliani si godono la vita. E questo è ciò che Martin intende fare: godersi la vita.
Mentre stiamo qui a bere (Milano Torino lui, caffè shakerato io), Martin mi dice che la Slovacchia è molto più cara dei suoi vicini, in particolare dell'Ungheria, infatti molti slovacchi hanno comprato casa lì o ci vanno per fare acquisti. "Orban non ci ama molto", aggiunge, "ha detto che gli slovacchi sono praticamente una parte dell'Ungheria". I rapporti fra slovacchi e ungheresi a quanto pare sono migliorati nel tempo, visto che l'attuale premier a interim è un membro della minoranza ungherese, cosa impensabile fino a poco tempo fa.
Alla nostra conversazione di tanto in tanto partecipa anche il gestore del bar, che è amico di Martin e – poiché ha vissuto un periodo in Spagna – è convinto che parlandomi in castigliano io lo capisca perfettamente. Sua moglie è ucraina e lui si trasferirebbe molto volentieri lì perché "è un paese bellissimo, ci sono molte cose da fare e le persone sono migliori degli slovacchi", ma purtroppo al momento non si può. Anzi, moltissimi ucraini si sono rifugiati in Slovacchia: "Sai, in tutti i Paesi ci sono i poveri e i ricchi, e anche in Ucraina. I più poveri si sono trasferiti a Košice o in altre piccole città, mentre i più ricchi hanno preferito emigrare a Vienna, Berlino e altre capitali".
Al tavolino accanto si siede un altro conoscente di Martin, che mentre beve il suo caffè interviene per dirmi che il 30 settembre ci saranno le elezioni e che il favorito è di nuovo Robert Fico, che vuole far cessare la fornitura di armi all'Ucraina. Fico (che si legge "Fizo" e quando lo pronuncio "Fico" ridono tutti a crepapelle) è stato primo ministro quasi ininterrottamente dal 2004 al 2018 e poi si è dimesso dopo l'omicidio di un giornalista che stava lavorando sui rapporti tra il governo slovacco e la 'Ndrangheta. "Tra l'altro era il 22 marzo 2018: due giorni dopo in Italia Roberto Fico è stato nominato presidente della camera. Non è una coincidenza incredibile? Comunque, all'epoca ci furono enormi proteste contro il governo e se Fico viene eletto di nuovo vuol dire che la gente ha davvero poca memoria. Se va avanti così, io dico che l'Ucraina dovrà rinunciare a una parte del territorio. Oppure dobbiamo sperare che USA e Russia si dedichino alla Cina e lascino perdere l'Europa".
La politica slovacca, di cui fino a pochi giorni fa non sapevo assolutamente nulla, si sta rivelando parecchio intrigante. In particolare, ho chiesto a Martin notizie su Peter Pellegrini, che ho visto spesso sui manifesti elettorali e che mi è rimasto impresso a causa del cognome italiano. "Adesso è a capo di un partito di orientamento socialdemocratico, mentre prima faceva parte dello stesso partito di Fico. La separazione è dovuta anche al fatto che Fico ultimamente ha deciso di cavalcare le tendenze nazionaliste e populiste così di moda, sfruttando la rabbia che l'opinione pubblica sta provando a causa della crisi economica. A proposito, what about Meloni's government in Italy?"

In circa tre ore di tour della città, questa guida turistica paffuta dall’ironia discutibile si è molto concentrata sulle architetture medievali, sulle aree archeologiche, sulla cultura degli ebrei e perfino sul cibo tipico, ma poco sulla storia del Novecento. Quando le chiedo se c’è anche qualche lascito del periodo comunista in città, risponde che vista la guerra in corso non le sembra corretto discutere di questo argomento, e comunque – taglia corto – non è rimasto granché dell’epoca.
La sera sto tornando all'appartamento che ho affittato, quando dalla finestra affacciata sul ballatoio che conduce alla mia porta scorgo un ragazzo che, non appena mi vede, mi saluta con una certa emozione: "Ciao, come stai? Sono Paolo, ho imparato un poco italiano quando lavoravo in Croazia".
Paolo, che in realtà si chiama Pavol, è il figlio della padrona di casa e di parole italiane non ne sa molte altre. Pavol si è laureato in storia pochi mesi fa e ci tiene un sacco a farmi vedere la sua tesi sulla Rutenia subcarpatica, questa regione che per un breve periodo felice ha fatto parte della prima Cecoslovacchia, ma poi dopo la seconda guerra mondiale è stata inglobata nell'URSS e oggi fa parte dell'Ucraina. "Purtroppo nessuno dei due stati ha mai riconosciuto la sua autonomia", ha detto Pavol sconsolato.
Poi abbiamo parlato per un po' di vari temi storici e politici ("What about Meloni's government in Italy?"), e alla fine, su questo balcone sgarrupato, sotto un cielo pieno di stelle, mi ha detto sospirando: "Speriamo che Trump non vinca le prossime elezioni, se no noi siamo spacciati".

Il contributo più importante che mi ha offerto il malinconico Pavol è stato rivelarmi l’esistenza di un Museo delle vittime del comunismo, nuovo di zecca e situato in centro. Il mio programma era lasciare Košice di buon'ora per dirigermi verso gli Alti Tatra, ma rimando di qualche ora la partenza e alle 8 di mattina sono già in via Moyzesova presso il Múzeum obetí komunizmu. Tomáš mi accoglie negli spazi museali, che non sono enormi, ma sono organizzati in modo sobrio e tecnologicamente all’avanguardia; apprezzo in particolare la stampa sulle pareti che rappresenta una rete bianca su fondo nero, in alcuni punti slabbrata a rappresentare il tentativo di aprirla e romperla, quella rete.
Tomáš ha studiato storia e italiano (lingua che è contentissimo di usare per parlare con me); fino a poco tempo fa lavorava alla Regione, ma appena è venuto a conoscenza di questo progetto, ha deciso di venire a lavorare qui. Quando gli ho detto che nessuno conosce questo museo, compreso l’impiegata del Museo dell’olocausto di Sered’, il funzionario del Museo della rivolta nazionale slovacca di Banska Bystrica e persino la guida turistica di Košice che mi aveva risposto in maniera così assurda, Tomáš ha ammesso che il governo non ha mai voluto riaprire più di tanto questo tema, fondamentalmente perché al potere, dopo il crollo del regime, sono rimaste le stesse persone di prima. "Un po’ come voi in Italia con il fascismo... A proposito, che mi dici del governo Meloni?" Poi ha continuato: "Considera che in Cecoslovacchia dopo il ‘68 il regime fu molto più pesante rispetto a quello ad esempio dell'Ungheria, qui c’era una vera e propria occupazione. Robert Fico e altri politici dopo la fine del comunismo erano quelli che avevano i soldi e solo quelli con i soldi hanno potuto fondare dei partiti. D’altra parte sia Fico sia lo stesso Orban prima erano più liberali, ma poi hanno verificato quanto una consistente parte dell'opinione pubblica sia disinformata, e si sono buttati su quella parte.”

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